Monday, 31 August 2009

La legge della domanda e dell'offerta

'Ok, ammettiamolo fin dalla prima riga: sono un frustrato, un povero sfigatissimo sempre solo come un cane, oggi Esopo riscriverebbe 'la volpe e l'uva', e la chiamerebbe 'Gio e Silvia', o 'Gio e Alice' o 'Gio e qualsiasi nome femminile ti possa venire in mente'.

Ok, ammettiamolo: sono un orrido mostro, ma dal di fuori non penso si capisca poi così tanto.

Ma allora, perchè?
Perchè non ho mai suscitato curiosità sentimentale in una dolce fanciulla?
Perchè ogni bipede femmina è rimasta a debita distanza da Gio?
Mi lavo tutti i giorni! Sono anche discretamente brillante e so intrattenere gli ospiti - faccio il bucato.

Sono circondato dall'affetto smisurato di alcuni amici e alcune amiche, so commuovere e far ridere chi sta con me, ma mai sono stato graziato dal 'german di giovinezza'.

Qui c'è qualcosa di ben più tremendo della magrezza estrema, delle ossa che vanno un po' a ramengo ... ma che diavolo è?'
[Gio, Le domande di Gio]

Da giovane la risposta era facile: 'orridume'.
Poi, adulto, la risposta è diventata: 'malattia'.

Adesso mi faccio queste domande sempre meno spesso, e solo quando la solitudine mi sorprende senza armatura, come stasera, fuori da un negozio che stava per chiudere.

Non è più il tuo nome che mi confonde, ma la sua eco lontana.

Ah, la legge della domanda e dell'offerta in questo caso significa una cosa assai ovvia: Gio, non vali un cazzo.

Esperienze mistiche? No!

Ho frequentato una scuola media di CL. Resta un po' misteriosa la scelta dei miei genitori: gli stessi genitori che gia' da bambino non mi obbligavano a seguir la messa, decidevano di affidare l'educazione dei propri figli a una scuola ultra cattolica.
Devo ammettere che mia sorella maggiore si trovo' molto bene in quella scuola.
Io no, per nulla.
Gia' ai tempi dovevo essere un insopportabile rompiscatole, dopotutto ero gia' stato definito 'saputello antipatico' in terza elementare, no?
Non ti sorprenderà apprendere che ai tempi avevo difficoltà non banali in lingua italiana: il mio periodare era piuttosto complesso, ben oltre le possibilità di un ragazzino neppure adolescente.
'Antologia' era dunque il mio tallone di Achille: leggere brani, scrivere riassunti, rispondere a domande sul testo ... questo genere di compiti opprimeva i miei pomeriggi.
Per quel giorno c'erano da leggere un paio di paginette: raccontavano dell'esperienza mistica di un tale che aveva percepito la presenza della Madonna, non ricordo se durante una preghiera, un digiuno o mentre faceva il bucato (sottile gioco di parole sul fatto che secondo me era un po' fatto ...).
Con mia immensa gioia, il testo era accompagnato da una sola, semplicissima domanda: 'Nel brano che hai appena letto, l'autore descrive una sua esperienza mistica: tu hai mai avuto esperienze simili?'.
Immaginate la mia gioia!
Per una volta avrei finito i compiti di antologia in mezzo nanosecondo.
Il giorno dopo dunque in aula leggiamo i nostri componimenti.
Io al solito sono tra i primi a leggere il mio compito (sono di fatto quasi sempre stato in prima fila a sinistra per motivi di miopia).
'Giovanni, leggi il tuo compito' dice la professoressa.
'No, non ho mai avuto esperienze simile a quella dell'autore'.
Mi sentivo molto orgoglioso: nessun periodo troppo lungo, nessuna ricerca infruttuosa di paroloni o metafore. Perfetto: preciso e conciso.
Poi è il turno degli altri: con mio grande stupore, scopro che la mia classe è piena di santoni: in pratica tutti hanno avuto esperienze mistiche, specialmente chi viene da una buona ciellina famiglia.
Mentre gli altri leggono, ogni tanto la professoressa mi lancia degli sguardi inquisitori, e sento su di me il biasimo di tante anime elette.
Per fortuna che posso sempre contare sul loro perdono e la loro misericordia!

Sunday, 30 August 2009

L'angolo delle sciocche metafore di Gio: la miniera

Ogni persona è una miniera.

Ci sono miniere d'oro e ci sono miniere di carbone, e ci sono miniere che non sono altro che cunicoli bui nei quali non si può trovare nulla.

Quando trovi una pagliuzza d'oro nel ventre della terra, l'emozione è grande.
L'oro riluce nel buio della nera terra più che nel forziere di una banca.
Ma stai attento, sii molto prudente quando ti addentri e scavi nuovi cunicoli.
Non è detto che troverai altro oro, non è detto che sia solo d'oro che tu debba vivere, non è detto che la fretta sia buona consigliera, e che quindi tutto non ti possa crollare addosso, imprigionandoti per sempre o uccidendoti.

Giocare

Ah, ah! Ah, ah!

So anch'io la virtù magica
d'un guardo a tempo e loco,
so anch'io come si bruciano
i cori a lento foco;

d'un breve sorrisetto
conosco anch'io l'effetto,
di menzognera lagrima,
d'un subito languor.

Conosco i mille modi
dell'amorose frodi,
i vezzi e l'arti facili
per adescare un cor.

Ho testa bizzarra,
son pronta, vivace...
brillare mi piace,
mi piace scherzar.

Se monto in furore,
di rado sto al segno,
ma in riso lo sdegno
fo presto a cangiar.

[
Aria di Norina, dal Don Pasquale, Gaetano Donizetti]

Mi capita ancora di voler 'brillare': è così quando davanti a me ci sono occhi nei quali posso vedere, riflesso e rinforzato, lo scintillare della mia anima.

Friday, 28 August 2009

A Silvia

Silvia,

mia mai,
t'amai per sempre

La cosa buffa è che tu non lo saprai mai fino in fondo.
Ho mandato qualche tempo fa una mail a Monica, lei è la sola che lo sa.

Vorrei rivederti.

Ti ho amato per cosi' tanti anni, in modo impacciato e insensato (non mi sono mai innamorato di una ragazza che mi interessasse davvero, per me non sembra vale re 'almeno due tra 'testa-cuore-sesso'' ma sembra che 'cuore' basti e avanzi) e chissa che effetto avresti oggi su di me, sul Gio di oggi un po' rincoglionito, che si tiene con le unghie aggrappato a una parete di granito.

L'affetto che provavo, il tuo odore, il sapore che immaginavo della tua pelle, dei tuoi capelli e il ristoro che avrei trovato nel tuo abbraccio significherebbero ancora qualcosa per questo mucchio d'ossa e metallo?

C'è un bel concerto a novembre, prendo un paio di biglietti.

Alla peggio, li regalero' a Yolande.

Thursday, 27 August 2009

La vita di Gio - Seconda parte: la sporcizia

Un altro episodio della mia giovinezza.

1988, il mio primo intervento. Altre volte dirò delle cause e dei problemi che riguardano questi anni della mia vita, ora vi voglio solo narrare un episodio, un episodio che dovrebbe farci riflettere sulla 'sporcizia dell'anima'.

Ai tempi, che volete farci, per quanto incuriosito dall'Enciclopedia delle Domande e delle Risposte di cui ho detto giorni fa, ancora non ero in grado, avevo 9-10 anni, di portare avanti una discussione teologica con un adulto.

Mia madre, o le sue sorelle, passavano con me intere giornate, ma di tanto in tanto restavo solo.

Ho ancora ben presente la scalcinata sedia a sdraio sulla quale hai passato tante ore piene di preoccupazioni cara madre mia!

Quel pomeriggio dunque ero solo nella mia stanza, una singola per i bimbi più malati.

Non deve mancare il conforto di un ministro di culto per chi, da credente, si trova in una situazione di dolore. Nei miei varii ricoveri, ho avuto diverse volte, da bambino ingenuoe da adulto ateo, occasioni di incontrare sacerdoti o suore.

Non tutti gli incontri sono stati antipatici: ad esempio, ho trovato un sorriso di compassione vera in una suora, pochi anni fa, in rianimazione, per quanto a una sua precisa domanda, le avessi detto che 'mi spiace, no, non sono religioso'.

Quel pomeriggio però ho avuto il primo, e peggiore, incontro, con un pretino in cerca di anime da purgare.

Entra educatamente e inizia a parlare del più e del meno. Si interessa della mia età, delle mie esperienze di catechismo. A quell'età si è già fatta la prima comunione, e quindi ci si è già confessati.
"Quando ti sei confessato l'ultima volta?'
Non ne ho idea. Da quanto sono in ospedale? 2 mesi? Sicuramente non mi confesso da prima che venissi qui dentro ...
"Due mesi? Male! Ma lo sai che la tua anima è come una stanza? E se non pulisci la stanza, la stanza si riempe di sporcizia, polvere e ragnatele'.
Oh santi numi ... la mia anima è sporca?!
A quel punto se ne andò, promettendomi che sarebbe tornato.
Mia madre torna e mi trova un po' scosso.
Le chiedo se la mia anima sia davvero sporca.
Andò a finire che venne il 'Don' (lo stesso dell'altro racconto) e ci pensò lui a farmi capire un po' di cose.

La vita di Gio - Prima parte

Racconterò un po' della mia vita.

Episodi scelti a caso dalla cronologia incoerente si avvicenderanno in queste pagine.

Avevo quattordici anni.

Era appena finito l'anno scolastico - e io mi ero ricoverato per un nuovo intervento alla schiena. Non ne potevo più, soffrivo, e di giorno era un continuo mettersi e togliersi il corsetto, allentare o forzare le spinte, e poi sdraiarsi sul letto, e appoggiarsi al tavolo con il busto per poter respirare un po' meglio.

'Non lasciare il corsetto sul letto'. Non ho mai capito cosa intendesse mia madre con quelle parole, quei mezzi rimproveri: aveva forse pudore del mio stato? A volte le sue parole mi hanno spiazzato totalmente ... ma forse, come quando mio padre mi umiliava dicendomi di 'non fare il frignone', l'obbiettivo era quello, nobilissimo, di indurire il mio cuore, per non farmi sentire nulla di me stesso, e conseguentemente nulla del tutto.

Tralascio molti particolari, e molte immagini che forse racconterò un'altra volta.

La mia professoressa di lettere, una ragazza magnifica che non avrei più dimenticato, aveva organizzato una visita in ospedale prima dell'intervento.
Non è di questo che voglio dire, ma solo di un particolare, che mi rubò l'anima.

Finita la visita, i miei compagni se ne andarono, quasi tutti prendendo l'ascensore, a parte due mie compagne. 'Noi prendiamo le scale'.

In quell'istante provai una nostalgia infinita per la loro libertà di correre su quelle scale sconosciute, per l'emozione che mi immaginavo le avrebbe accompagnate quando si sarebbero sentite, giocosamente, perse, e poi finalmente ritrovate.

Di li a pochi giorni, avrei sbriciolato i Savoiardi della zia sul parapetto, e gli uccelletti del cielo, venendo a cibarsi dalla mani di un piccolo ragazzo malato, avrebbero ispirato le parole tenerissime di un sacerdote che m'avevo visto bambino.

Il vaso di Pandora

Chiusi nel vaso di Pandora, la malattia e l'invidia, l'odio e il dolore, accattivanti, s'adoperano per sedurre la povera sventurata.
E' impossibile resistere a un simile richiamo, ed il vaso è cosi' grazioso che la curiosità in pochi istanti ha già vinto la prudenza.
La differenza, unica mi pare, tra il vaso e me è proprio nell'irresistibile fascino che questo esercita.
Cosi', non bastasse quello che hai dentro a farti realizzare d'essere un verme, !tu vuoi sedurre Pandora!, s'aggiunge l'orrida frustrazione del fallimento incondizionato.
Frustrazione ... tu si dimostri quanto è squallido 'Gio'.
Lui vuole chiamarti tristezza ... si immagina 'sad', ricordi?
...
Ho cosi' bestemmiato la poesia, l'opera, tutta la musica che amo, usandone la bellezza, senza neppure rendermente conto, per lo scopo piu' becero.
Omnia munda mundis, ma quanto puo' essere sciocco l'essere piu' innocente.

Starei forse piu' a mio agio nel serraglio di Montezuma, ma l'ultima creaturina che fugge dal vaso, è la piu' tremenda, per me e per tutti.

Il silenzio

Ho ritrovato finalmente su internet alcuni spezzoni dello sceneggiato di Rossi dell'Odissea degli anni '60.
L'avevo visto da bambino, e le immagini di quelle divinità di pietra, 'nella sonnolenza del meriggio' direi ora, le voci
ipnotiche e martellanti delle sirene e altri piccoli frammenti mi sono rimasti in testa per tanti anni.
Di qualcosa pero' mi ero dimenticato - rivedendolo sono rimasto molto colpito.
Ulisse finalmente riesce ad abbandonare Calipso, la semi-divinità che era giunta a promettergli l'immortalità in cambio della propria anima. Naufraga quindi sull'isola dei Feaci, dove viene soccorso da Nausicaa. La giovine è sedotta da quest'uomo misterioso che nasconde nella propria mente i ricordi tremendi di una lunga guerra. Ulisse è uno di quegli uomini, per dirla alla Yourcenar, che si adopera per nascondere i propri segreti. Crolla pero' quando un vecchio superstite del sacco di Troia fa rivivere a Ulisse i momenti tragici dell'ultima notte di battaglia, e i crimini terribili da lui commessi che ora lo portano a prorompere in pianto.
Ulisse torna quindi con la mente al suo lungo viaggio, a Calispo e alla sua prigonia, e al dono dell'immortalità che rifiuto'.
Nausicaa chiede 'Cosa significa essere immortali?'.
La risposta di Ulisse è straordinaria.
'Essere immortali forse significa dimenticarsi degli altri, ed essere dagli altri dimenticati.'

Mi sono interrogato spesso, negli anni, del silenzio che ha seguito a volte una mia lettera, o delle mie parole,
perfino gesti.

Indifferenza, o incapacità, tenerissima, di rispondere?
Per anni ho pensato a queste come le possibili risposte a questo dilemma - che sciocco.
Mi sarei dovuto preoccupare piu' delle volte che ho avuto risposta in verità.
Time Danaos, etiam donas ferentes! (imperativo suona meglio).

Il silenzio è la risposta - e di questo silenzio finalmente ti sono grato, anche se non credo sia il dono dell'immortalità di Ulisse.

PS: so bene che c'è un errore cronologico, ma questo è quello che la mia memoria ha partorito.

Wednesday, 26 August 2009

Alice

Difficilmente la gente resta indifferente a uno come me, diverso e fisicamente e caratterialmente. Spesso la gente mi manifesta affetto (pietoso probabilmente) o viceversa mi detesta.
Ragazzi, il vostro odio è inutile.
Immagino voialtri mi detestiate perchè vi do l'impressione di essere altezzoso e infastidito dalla vostra presenza.
Si, lo ammetto: sono misantropo, ma nella mia ritrosia a un contatto con voialtri, non v'è seme di sprezzante supponenza di superiorità.
Se guardo alle persone che ho avuto a me più vicine, spesso vedo i 'peggiori', i 'reietti', i 'tormentati'.
Capita anzi che io abbia perso amici che, dall'isolamento cui erano stati costretti dalla società, ne venivano poi inglobati, con fidanzamenti, partecipazione a gruppi et cetera. Sono terrificante.
Chi evito, ne prenda atto: è il mio un riconoscimento di un ambito status sociale.
Bramo i miei pari, che vivono in universi paralleli a quelli di voialtri membri rispettati della società.
Il problema è che la società rispettabile è una, i canoni sono noti (ne sono alieno in modo totale), mentre questi universi paralleli sono milioni, e trovarne uno a me prossimo è altrettanto difficile.
Questo è il motivo per cui sto scrivendo: per trovare 'Alice' (in senso lato).

Una domanda semplice

Al solito sovrappongo varie esistenze in questo messaggio.

Cosa vorresti?

Io non lo so.

Le cause del mio malessere sono così remote nel tempo che io le confondo forse con le cause delle mie (modestissime) virtù, cui sono legatissimo e che sono 'Gio'.
Ma di che mi lagno?
Mi guardo attorno e vedo così tanti esseri magnifici nelle mie condizioni.
'Vorrei essere migliore per poterti aiutare' mi scrisse una volta.
No, per potermi aiutare saresti dovuta essere una stupida Yolande, che avrei 'consumato' e della quale, ne sono sicuro, mi sarei annoiato.
E poi, vista una, viste tutte.
Quello che mi è mancato è stato proprio questo: l'occasione di 'consumare' il nulla di Yolande, di esserne perfino disgustato.
Amo talmente me stesso e le mie 'virtù' che mi sarebbe bastata una Yolande per disprezzarle tutte, per quanto belle e bionde potessero essere.
E poi?
Poi sarebbe cresciuto a dismisura qualcosa che già ora in me è immenso, ovvero il biasimo feroce per ogni stanco membro delle infinite coppie.

E poi saremmo rimasti in pochi, e saremmo potuti andare a spasso, ad ascoltare un po' di musica.
Sapessi quante cartoline ho preso in montagna, visto che tu non ci potevi andare.
Ti avrei voluto guardare dipingere, e mentre coi pennelli tentavi di rifinire un dettaglio, ti avrei fatto ridere e perdere la concentrazione ...
Liberi dalla follia di quel sentimento, saremmo stati amici veri.
Al solito, tu non esisti.

Cosa vorresti?

Trovare questi pochi, simili per certi versi a me, ma temo che per loro io non significherei nulla.

Il cuore

In questo messaggio sovrappongo immagini tra loro distinte, ma che nella mia mente accosto di tanto in tanto, e per poter vedere in un passato che non conosco, proietto indietro il passato di qualcuno che ho avuto vicino.

Nessuna festività è imbarazzante come San Valentino e i suoi cuoricini di cioccolata. Categorizzare riesce piuttosto bene all'uomo da Aristotele in poi, ma per carità, limitiamo gli inscatolamenti e le relazioni di ordinamento agli insiemi cui sono applicabili in modo rigoroso, e lasciamoci la libertà di essere poetici ed in errore per tutto il resto.

Quindi, al diavolo San Valentino e le calorie dei suoi cioccolatini, i nastrini e i colori delle confezioni.

Quando ero bambino, avevo un cuore sensibilissimo.

Il dolore altrui, la povertà, ma anche l'affetto mi commovuevano - letteralmente muovevano dentro qualcosa. Quando eravamo piccoli, chiamavamo questa sensazione 'pena', ma era piuttosto una risonanza delle sensazioni altrui ...

Poi è successo quello che è successo, e sono cambiato, e non so come sono, e forse non sono che un divenire continuo e imprevedibile!

Tu invece sei rimasta cosi'.

E allora ti chiedo ancora quello che la prima volta che ci siamo parlati ti ho domandato: 'Qual è il tuo segreto?'.

Tuesday, 25 August 2009

Il dolore

Stavi dormendo, poi all'improvviso ti ha svegliato.

Era seduto sul tuo letto, gli occhi fissi al pavimento, le mani fra i capelli.

In silenzio.

Non vi siete scambiati una parola quando ti sei seduto al suo fianco.

Avete aspettato assieme il profumo del forno, il primo raggio di sole.

E all'arrivo del giornale tutti e due giù per le scale, in strada.

Di quante notti sei stato il mio compagno, dolore?


Cosa in me ha sofferto? Temo la parte che più è cara a chi mi ama.

Don Giovanni

Parlare di musica, in verità, è bellissimo: è bello discuterne da neofiti, come io sono, con persone d'ogni genere. E' bello, con chi ne sa quanto te, scoprirsi egualmente stupefatti da un flauto dolcissimo che accarezza con note gentili il nostro cuore, è bello discutere dell'intreccio vocale delle mille anime delle Nozze di Figaro con chi ti potrà paragonare questo con quanto avviene nell'orchestra. Trovo delizioso argomentare del libretto ardito del Don Giovanni, dell'atmosfera giocosa e piena di voglia di libertà che si sente nelle Nozze di Figaro, della fiabesca natura, così ingenua e così toccante, del Flauto Magico. Una frase un scontata come 'Nur der Freundschaft Harmonie Mildert die Beschwerden, Ohne diese Sympathie Ist kein Glück auf Erden.' è invece così magica se viene accompagnata dalle giuste note: io la userei in un'occasione speciale, tu no? Fin da bambino ho avuto la fortuna di ascoltare musica sinfonica o da camera: anche se veramente a casaccio, ho così conosciuto un po' di questo e di quello. Mio padre, bontà sua, ha dedicato a ogni figliolo una sinfonia, fortunatamente non sua. A mia sorella, primo genita, è toccata la Nona Sinfonia di Beethoven - 'sai mai che sarà figlia unica, andiamo sul sicuro' immagino abbia pensato il mio babbo. A me è toccata la seconda sinfonia di Gustav Mahler - Resurrezione. Per spirito sicuramente campanilistico, ho amato da sempre con ardente passione questa tormentata sinfonia. A mio fratello è toccata la Sinfonia del Mondo Nuovo di Dvorak. La monumentale raccolta di dischi del mio babbo non si fermava ovviamente a queste poche sinfonie: Verdi, Puccini e tanti altri erano i preferiti, ai tempi, di mio padre. Questo è uno dei motivi per cui, da bambino, non riuscivo proprio a sopportare l'opera. Per me la musica classica è stata dunque altro fino ai vent'anni. Non rimpiango nulla: in questi anni ho avuto modo di ascoltare ottima musica: sempre in modo disordinato e decisamente apprezzandola in modo eclettico e senza capire molto in verità (esattamente come ora, su questo non ho dubbi). Un giorno, mio padre ebbe modo di assistere a una rappresentazione, diretta da Harding, del Don Giovanni. Il buon uomo, vollè che i suoi due figli maggiori, la ragazza di cui sopra e io, avessimo modo di ascotare la stessa opera. Potete ben immaginare come mal volentieri mi sia piegato a tale imposizione: ormai ventenne, come potevo soffrire che un adulto riuscisse ancora a insegnarmi qualcosa? Dopotutto stiamo parlando di me, mica di un essere umano qualsiasi. ... Mica di un essere umano. Pieno di svogliatezza e supponenza, mi recai dunque a teatro: mio padre era commosso - durante il tragitto in auto tentò di prepararmi alla bellezza sconvolgente dell'Overture - io stavo pensando probabilmente alla bellezza sconvolgente del finale e alla mia liberazione. Già formulavo scioccamente frasi di rito per sminuire la mia ignoranza 'Si, non è male ma un po' troppo lungo'; 'Non mi è piaciuto molto questo pezzo, non mi ha convinto neppure quest'altro dirla tutta. Belli comunque i costumi, e come è giovane il direttore d'orchestra!'.

Non ancora sapevo, per altro, che lo spettacolo sarebbe durato quasi tre ore: la mia fantasia, altrimenti, avrebbe potuto già partorire commenti sagaci e perfino un po' crudeli 'Bello l'inizio, ma è davvero troppo lungo'. 'Ah, è finito? Possiamo andare?' da servire freddo alla fine del primo atto. Inizia l'opera - l'overture non è male, penso tra me e me: quando però inizia la prima aria, la noia comincia a vincermi - non riesco (questo 'non riesco' è la chiave di tutto) a seguire le parti cantate. Mi annoiano, mi confondono tutte queste voci che si tagliano la strada vicendevolmente. Quando arriva 'La ci Darem la Mano' mi desto un attimo, pensando che dopotutto, questo 'Don Giovanni' qualcosa in effetti l'ha lasciato ai posteri, ovvero una canzoncina ancora oggi nota. Passano le ore, si alternano sul palco vicende che mi sembrano allucinanti: ogni tanto un motivetto cattura la mia attenzione, ma ormai il mio cervello lavora a pieno ritmo per coniare nuovi slogan che minimizzino l'opera di questo sopravvalutatissimo Mozart 'L'opera? Un'occasione mondana per signore impellicciate' 'Non riesco a credere che si sia davvero qualcuno che ami queste cose'. Finalmente finisce: sono talmente felice che faccio di nuovo pace con il mondo - risparmierò al mio raggiante babbo la mole di cattiverie immonde che ho covato in quelle tre tremende ore.

Sunday, 23 August 2009

Laura

Se devo essere onesto, Laura ha poco a che fare con questo scritto. Non l'ho mai conosciuta davvero, nè mi ha mai interessato. So solo che dopo il liceo ha fatto legge ed è diventata avvocato.

La mia malattia mi ha reso magro, molto magro. Probabilmente ho qualche tipo di disturbo alimentare accessorio, ma non sono di certo anoressico, sono solo molto magro. Della mia malattia faccio argomento della mia ironia da tanti anni oramai, stando ben attento a non urtare la sensibilità altrui, ma essendo questo attenzione mai del tutto affidabile, perchè io non ho proprio questa sensibilità.

La storia di 'Laura' va avanti da anni, e parte è sogno e parte è realtà, e io, te lo giuro, non so più cosa è sogno e cosa è realtà. Spero che Laura, se mai mi capiterà di vederla per caso passeggiando, mi possa alla fine assolvere!

Invento i nomi!

Nella mia classe di liceo c'era questa ragazza, Lucia. Secondo me era assai intelligente, ma non mi ha mai interessato, sicchè non l'ho mai conosciuta - nè lei si è mai interessata a me et cetera.

Sogno e realtà sovrapposti.

Un giorno sto passeggiando in Piazza Duomo a Milano.
Sono con un amico, forse Fe. Trovo che in camicia sono davvero uno schianto, e inizio a elencare minuziosamente tutti i motivi per i quali pur essendo stato contattato da Giorgio (Armani) ho dovuto rinunciare per l'ennesima volta a sfilare. Concludo tra le risate (so far ridere la gente di me, ma anche con me) dicendo che, povere modelle anoressiche, possono digiunare quanto vogliono, ma mai saranno magre come me, il mio è un dono di natura che loro giammai potranno eguagliare. Qualcuno severamente mi ammonisce, è donna, madre, estranea, dicendo che non è bene ridere di certe cose, e che io sono un pessimo esempio.

A un ritovo di liceali (io ci andavo per una sola ragione, e non era la pizza),qualcuno deve dirmi che Lucia è anoressica.

In me inizia a nascere un sospetto che diventa piano piano angoscia.

Che in qualche modo sia colpa mia?

Gli incubi mi perseguitano.

Quando la voce di diffonde, in molti mi indicano come responsabile. Ma eravamo solo ragazzi, e neppure ci conoscevamo! Mi arrivano lettere minatorie, qualcuno mi denuncia!

Decido allora di chiedere aiuto a Laura, è avvocato, conosce entrambi: mi potrà aiutare, no?

Laura è la più severa di tutte, mi copre di insulti citando Socrate e la sua 'l'uomo non è un'isola'.

Saturday, 22 August 2009

Il nome di ogni dito

Vicino alla finestra di marmo, con la lampada spenta e il cielo zeppo di stelle, Ninetta gli alzava la grossa mano, e dava un nome a ogni dito. Il nome delle sue libertà. "Tu non sarai come gli sciocchi di qui. Non mi farai il geloso! Voglio essere leale con te: io non avrò mai, mai un amante, ma desidero le mie libertà perchè sono nata e cresciuta libera!" Ed ecco! Pollice: libertà di uscir sola; indice: libertà di andare in montagna con gli sci; medio: libertà di fare un viaggio ogni anno; anulare: libertà di andare a cavallo; mignolo: libertà di disporre i mobili della casa secondo il proprio gusto, perchè la regina della casa è la donna"

...

D'un tratto, arrivò Ninetta: era inquieta, agitata, parlava con tono di stizza, e volle subito che s'accendesse la lampada.
"Cosa c'è?" fece Giovanni.
"Nulla mio caro!"
"Ma come? Non posso nemmeno sapere se sei scontenta a causa mia?"
"Caro!" disse ella, interrompendo, con un bel sorriso, la sua stizza. "Dammi la mano! ... non la destra: l'altra!". E abbassò la voce: "Pollice della mano sinistra: libertà di essere scontenta!... Me lo concedi?"

[Vitaliano Brancati, Don Giovanni in Sicilia]

'Libertà di essere scontenta' non ha la stessa valenza di 'Libertà di essere scontento'.

Per l'amante uomo l'infelicità è spesso la frustrazione dello sconfitto, il sogno non appagato di una preda, fosse anche una dea, che si voleva raggiungere e di cui ci si doveva impadronire.

Riesci a immaginare questo dialogo a parti invertite?

Friday, 21 August 2009

Architrottola

Abbiamo due cani: una femmina, nelle cui vene scorre il sangue del mastino abruzzese assieme a quello di chissa quali altre razze, che mia sorella ha portato dall'Abruzzo, come già aveva fatto con Danka, e un maschio, un bovaro Bernese.
Archimede - o Architrottola, Archibugio per gli amici, è una delle possibili definizioni di 'morbidezza' del mio vocabolario. E' un cane perennemente ridicolo, allegro, inadeguato per qualsiasi mansione che non sia strappare un sorriso e il contegno da ogni viso.

Ormai li vedo assai raramente, dal momento che non torno spesso in Italia.

Oggi pomeriggio, in quello che un saggio potrebbe considerare un maldestro tentativo di suicidio, mi sono deciso a passare qualche ora del pomeriggio in giardino. Lo sgocciolare dell'acqua nella pozza dei pesci, lo sbattere di tenere alette di qualche uccelletto, dall'erba e dai cespugli il sospiro dell'indefinita vita di mille insetti.

Quale incipit migliore per mille pensieri?

Così nella mie mente le figure di diverse persone cui sono legato emergevano l'una dopo l'altra, e come nei miei sogni su Laura, mi sentivo sotto processo ...

Poi a un certo punto Archimede mi ha leccato i piedi ed è tutto sparito.
Mi sono alzato e l'ho un poco spazzolato, pensando che si, ogni tanto fa dei grandi disastri, ma che come acchiappa fantasmi è davvero inarrivabile.

Ora per par condicio dovrò anche dire di tutti gli altri.

Quale solitudine per gli individui.

Sembra cosi' assurdo che 'loro' - i mille 'altri' - non capiscano.
Quindi devono essere consapevoli mentre ti fanno del male!

A te sembra naturale leggere dentro gli altri, l'hai sempre fatto.
Perchè non dovrebbe esserlo anche per l'altro?

Ne soffri, ma non riesci neppure ad immaginarti differente.
Hai sempre la speranza che presto o tardi la tua fatica
il tuo dolore troveranno comprensione, e allora finalmente
potrai esprimere la tua umanità, che temi, e ami.

Thursday, 20 August 2009

La miseria. Il suo antidoto.

"E quale vita?
Lavoro monotono.
Paga miserabile.
Solitudine.
Yolande.
Ci sono migliaia di Yolande nel mondo.
Belle e bionde, più o meno stupide.
Se ne sceglie una e si fa con lei.
Ma le Yolande non colmano la solitudine."
(Agota Kristof, Ieri).

Un'intransigenza feroce, un furore ingestibile mi ha sempre tenuto lontano da Yolande. E qualcosa in me di tremendo ha tenuto lontanissima Yolande da me.

Sai ... qua e la, qualcosa che mi sorprendesse, inaspettato e sempre singolare ...

Wednesday, 19 August 2009

Enciclopedia delle domande e delle risposte

Da bambino ero assai curioso. Avevo una tensione assolutamente priva di senso per la 'scienza' e la 'magia', che nella mente di un bimbo di 7-8 anni devono sembrare molto prossime (alchimia, questa sconosciuta!). Avevo in casa un volume, 'Enciclopedia delle domande e delle risposte': una collezione di quesiti inerenti argomenti d'ogni genere: chimica, storia, geografia ...
Divoravo questo genere di libri - estremamente nozionistici per carità - ma in qualche modo è da una somma di nozioni che nasce l'induzione, no?
Nessun bimbo ha una chiara comprensione della 'religione'. Tuttavia, per quella fede infantile che si ha negli adulti, si accetta anche quello che non si capisce, e così anche per me Gesù era il figlio di Dio, senza nessun dubbio, come non avevo dubbio che uno più uno facesse due, dal momento che adulti parlavano di Gesù.
Sulla mia Enciclopedia, trovai questa domanda: 'Chi fu Gesù di Nazareth?'.
La risposta: 'Gesù, secondo la teologia, è il Messia annunciato dai profeti, il Figlio di Dio fattosi uomo e sceso sulla terra per redimere l'umanità dal peccato originale'.

Qualcosa non tornava nella mia mente - perchè v'era scritto 'secondo la teologia'? Non era 'vero e basta'?.

Chiesi a mio padre una spiegazione, e lui mi rispose che quella della natura divina di Gesù era l'idea alla base del cristianesimo, e che il mio stupore, il mio protestare come 'vero per forza' qualcosa era in qualche modo fuori luogo.

Per me fu un'illuminazione - quel giorno capii che l'opinione del maestro è soltanto probabile (Opinio magistris probabilis tantum).

E da quel giorno forse iniziai a divenire il 'saputello antipatico' di cui forse scriverò in futuro.

Tuesday, 18 August 2009

Strana cosa l'ironia

L'anno scorso Karl ha preso una vecchia Suzuki da turismo, un bicilindrico non troppo sportivo, ma assai generoso. La sua prima moto, dopo anni di Vespa. Io già da tempo avevo ripreso a guidare, e spesso parlavo delle mie scampagnate in montagna - la prima volta che capitai a Grimsel, quasi per caso e senza equipaggiamento, quella volta che tornai in Italia partendo all'alba passando per il Lucomagno e così via. Era forse luglio, i passi ormai erano tutti aperti, e Karl mi chiese di potermi accompagnare in montagna - voleva provare l'ebrezza di una guida impegnata e fare qualche foto. Accettai di buon grado, per quanto sia un dannato egoista e ami molto i miei ritmi illogici e non voglia d'altra parte mai imporli a nessuno. Non ero stato ancora sul Susten Pass, ma mi sembrava un'ottima idea: un passo tranquillo stando all'opinione di un nostro collega - certo, lontano dalla città, ma in autostrada si arriva a Wassen in meno di due ore. Facciamo una breve pausa a Wassen e decidiamo di dividerci - ognuno sarebbe salito con il suo ritmo. Karl soprattutto, voleva fare qualche foto. In breve arrivo dunque in cima, parcheggio nel grande spiazzo in fronte al rifugio e mi fermo a guardare le moto che sfrecciano e quelle parcheggiate, pensando che Karl sarebbe arrivato subito, e che poi assieme avremmo potuto fare due passi e goderci il panorama. La mia attenzione è d'un tratto catturata da due enormi BWV da turismo che parcheggiano a pochi metri di distanza da me - piloti e passeggeri, in tutto sono quattro persone. Si levano il casco, si stiracchiano le braccia stando sui loro grossi mezzi. Li sento confabulare in italiano frasi come ...
' .... eh, ma che bello!'
'.... è stato un viaggio lunghissimo, ma ne è valsa la pena'.
Accento direi veneto, viaggio in vero lunghissimo.
Mi avvicino gioviale - tuta, giacca, stivali, guanti - per salutarli - la cordialità tra motociclisti è piuttosto comune, che ci si trovi in montagna o al riparo da un diluvio a una stazione di benzina.
Senza guardarmi in viso, uno dei piloti dice
'Ehy, guarda quel tizio che si avvicina com'è magro!'
La passeggera, forse estasiata dal panorama più che da me stesso, non era però attento, e replica
'Come scusa?'
Il pilota dunque rincara
'Guarda il tizio che abbiamo di fronte, è magrissimo!'.
Sfoderando il mio sorriso, che già ho avuto modo di collaudare con successo tante volte, dico con innocenza e voglia di ridere assieme:
'Si, e soprattutto parlo italiano!'.
Gelo.
Frase di circostanza.
'Ah, si, bello'.
Si rimettono il casco.
Frizione, prima e via.
Se ne sono andati.
Nonostante il lungo viaggio, nonostante la maestosità del luogo.

Strana cosa l'ironia, vero?
Io volevo ridere con loro, di me.

Dove ho sbagliato?

Però c'è stato poi un risolvolto molto positivo a questa vicenda che forse scriverò un'altra volta.

PS: la foto non arriva da li, l'ho fatta durante un'altra gita.

Monday, 17 August 2009

La carità di un ciellino

Bizzarro.

Non so come mai, mi è tornato alla mente un episodio di tanti anni fa.
Ai tempi frequentavo il primo anno di fisica - avendo qualche impedimento visivo, degli obbiettori di coscienza mi aiutavano a prendere gli appunti.

In particolar modo mi ricordo di un ragazzo molto gentile dai modi compiti.

Un giorno si parlava del piu' e del meno, io me ne uscii con una battuta, tra le piu' innocenti che possa fare.
Solito esaltare com'ero le virtu' della mia città natale, mi rammaricavo che avesse visto nascere sul suo suolo Formigoni.
Lui, senza perdere il suo sorriso, mi guardo' - immagino intendesse farlo dall'alto in basso, e mi disse calmo 'ecco, hai appena fatto una gran figuraccia perchè Formigoni è un mio amico'.
Cio' detto spari' e mai piu' lo rividi di persona.

Peccato, avrei voluto dirgli che la figuraccia l'aveva fatta lui, ma non me ne diede proprio il tempo.

Anni dopo lo rividi in televisione, in una trasmissione televisiva sul 'meeting' di cielle. Sempre compito, sempre gentile, pieno d'amore cristiano per i piu' bisognosi.

Timeo Danaos, et(iam) donas ferentes.

Ma a quanto pare in verità i ciellini non sono inclini a capire il mio sottile e impietoso umorismo.
Stavo mentalmente ripassando per l'esame di Stuttura della Materia.
Un esame orribile, un parto prematuro davvero, quando della meccanica quantistica si ha un'idea pessima e confusa.
Ero in atrio, metidabondo.

Mi si avvicina un ragazzo, un po' timido, e mi chiede se sia io a conoscenza delle imminenti elezioni all'università.
Sfoderando il mio sorriso di circostanza migliore (la cui bellezza si fa fatica credere appartenere a questo mondo), gli dico, lasciando chiaramente intendere il gioco, 'oh, non mi interessano le elezioni, di solito uso la scheda elettorale solo per scrivervi bestemmie'.

Si dileguo' come uno spettro.

E trovandolo poi presso alcuni amici, mi basto' avvicinarmi (ai miei amici, mica a lui) per vederlo recedere come vittima di un bizzarro principio di esclusione di Gio.

We praise thee, O God: we acknowledge thee to be the Lord.

Per nulla in verità, proprio per nulla.

Ma ci sono bellezze che non dobbiamo per forza condividere, possedere o contemplare sereni per poter amare: che sia una antica preghiera, una persona lontana nello spazio e nel tempo, o il vuoto ai nostri piedi quando siamo in cima alla montagna poco importa.

La sacralità di Assisi mi incuriosisce oggi come quando, bambino, immaginavo le tentazioni dell'inferno da un buco nel pavimento su un vuoto sfocato.

When you are old and grey and full of sleep,
And nodding by the fire, take down this book,
And slowly read, and dream of the soft look
Your eyes had once, and of their shadows deep;

How many loved your moments of glad grace,
And loved your beauty with love false or true,
But one man loved the pilgrim soul in you,
And loved the sorrows of your changing face;

And bending down beside the glowing bars,
Murmur, a little sadly, how Love fled
And paced upon the mountains overhead
And hid his face amid a crowd of stars.

Di questa poesia detesto l'ultima quartina, veramente vile,
trovo la prima un po' patetica ma amo quel
'but one man loved the pilgrim soul in you,
and loved the sorrows of your chaning face'


Giunto in cima, se guardo la strada che si snoda come un serpente
tra rocce puntute e il vuoto vorticoso,
mi meraviglio sempre di essere ancora tutto intero ;-)

Friday, 14 August 2009

La finestra aperta

Agosto - tardo pomeriggio di un venerdi che sgocciola via.

In ufficio un gran sospirare di ventole affannate di computer e dalle finestre aperte il brusio della città. Sto cercando qualcosa in un astuccio, quando mi pare di sentire un battere di mani.

Ed è subito teatro!

E' forse una fisarmonica quella che sento - o uno dei mille strumenti che i pedanti conoscitori di pentagrammi elencano a perfezione - e racconta di eventi e balli lontani.

Hic manebimus optime.

Le previsioni meteo

Giubilo.

Per l'intero week end è previsto bel tempo. Un'ottima occasione dunque per progettare qualcosa di speciale - una gita nella Foresta Nera, oppure un pomeriggio sul lago di Costanza, o perchè no il classico 'Grimsel-Furka-Susten'.

Mi piace partire prima dell'alba.

Se a una stazione vedi un treno fermarsi, non riesci a capire se sia l'ultimo della notte o il primo del giorno nuovo.
Puoi ancora vedere attraversare la strada una volpe. Si poi ferma al ciglio della strada, guardandoti con i suoi occhi incuriositi sembra chiederti 'ma tu cosa diavolo ci fai qui?'.

La decisione va presa una volta che sei in autostrada - la libertà di caracollare tra mille destinazioni è allettante, ma la notte sta finendo, e la sua magia la vuoi vivere in un luogo magnifico!


Vada per l'alte vette - e cosi magari all'alba saro' su a duemila metri.

La salita è entusiasmante, la concentrazione totale.

Ehy Gio ... arrivi in vetta sempre prima di quanto ti aspetteresti.

Ti fermi, scendi dalla moto.
Fa freddo, anche d'estate - le tue dita sono quasi congelate.
Ti togli il casco, fai quattro passi verso il paesaggio.
Respiri a pieni polmoni, chiudi gli occhi e ti sembra di dilatare di piu' le narici.

E poi quel pensiero.

'Vorrei che tu fossi qui con me, e tu neppure esisti'.

Thursday, 13 August 2009

Poche parole

Quoniam res humanae fragiles caducaeque sunt, semper aliqui anquirendi sunt quos diligamus et a quibus diligamur: caritate enim benevolentiaque sublata, omnis est e vita sublata iucunditas.

Dal momento che le cose umane sono fragili, e caduche, sempre vanno cercati coloro che amiamo e dai quali siamo amati: senza carità e benevolenza infatti, la vita è privata di ogni gioia.


Nur der Freundschaft Harmonie
Mildert die Beschwerden,
Ohne diese Sympathie
Ist kein Glück auf Erden.
Solo l'armonia dell'amicizia addolcisce le asperità della vita - senza questa simpatia, non v'è felicità in Terra.

Poche parole, che dall'antichità a oggi, io non cambierei di una virgola.
Adesso basta trovarlo, un amico.

Il bassorilievo, inciso sulla colonna traiana, mostra l'imperatore vincitore dei Daci, dei Germani e dei Parti a colloquio con Sura.

Wednesday, 12 August 2009

Nausea, Solitudine e Speranza

La solitudine non si misura con il numero di persone che abbiamo accanto, ma con la loro distanza. Questa distanza nella peggiore delle ipotesi non è frutto di una scelta, che potrebbe essere legittima, ma equivale alla differenza che c’è tra l’alfa e l’omega.

Sii forte, non essere vile!

La moltitudine, l’umanità, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi vili e i suoi eroi, le sue mille sfumature. Noi non siamo li.

La nausea è una crisi di rigetto dell’umanità. E’ simile a quando un tessuto sano che si è cercato di impiantare in un corpo malato è incapace di sanarlo, ma anzi è cagione di sofferenze e tribolazioni. Come sul ponte di una nave in burrasca ti muovi a stento, e un passo in avanti ti fa invece ruzzolare indietro, così in equilibrio precario tenti di comunicare con il tuo prossimo, ma troppa è la distanza, e l’inesistente l’empatia come un’angoscia fredda ti pesa sul cuore.

La speranza sei 'tu'.

Oh, ho una visione del tutto particolare della leggenda del Vaso di Pandora.

Recondita armonia di bellezze diverse

Mi perdonerà Cavaradossi - ma questa è vera recondita armonia di bellezze diverse.

Bellezza

Il povero Mario si trova in bocca parole piu' grandi di lui 'Recondita armonia di bellezze diverse' - e appena se ne impossessa le immiserisce in modo piuttosto triviale, tirando in ballo al solito capelli e occhi (e intendendo qualcosa di diverso probabilmente).


Ti vogliamo bene Mario, nessuno ha mai voluto caricarti di un significato piu' alto di quello che potevi sopportare - tu sei l'esempio di chi davvero solo l'amore puo' rendere, per brevi istanti, nobile d'animo.

Mi viene in mente un'alternativa, una recondita armonia davvero bizzarra.

L'anno scorso Karl ha preso una vecchia Suzuki da turismo, un bicilindrico non troppo sportivo, ma assai generoso. La sua prima moto, dopo anni di Vespa. Io già da tempo avevo ripreso a guidare, e spesso parlavo delle mie scampagnate in montagna - la prima volta che capitai a Grimsel, quasi per caso e senza equipaggiamento, quella volta che tornai in Italia partendo all'alba passando per il Lucomagno e così via. Era forse luglio, i passi ormai erano tutti aperti, e Karl mi chiese di potermi accompagnare in montagna - voleva provare l'ebrezza di una guida impegnata e fare qualche foto. Accettai di buon grado, per quanto sia un dannato egoista e ami molto i miei ritmi illogici e non voglia d'altra parte mai imporli a nessuno. Non ero stato ancora sul Susten Pass, ma mi sembrava un'ottima idea: un passo tranquillo stando all'opinione di un nostro collega - certo, lontano dalla città, ma in autostrada si arriva a Wassen in meno di due ore. Facciamo una breve pausa a Wassen e decidiamo di dividerci - ognuno sarebbe salito con il suo ritmo. Karl soprattutto, voleva fare qualche foto. In breve arrivo dunque in cima, parcheggio nel grande spiazzo in fronte al rifugio e mi fermo a guardare le moto che sfrecciano e quelle parcheggiate, pensando che Karl sarebbe arrivato subito, e che poi assieme avremmo potuto fare due passi e goderci il panorama. La mia attenzione è d'un tratto catturata da due enormi BWV da turismo che parcheggiano a pochi metri di distanza da me - piloti e passeggeri, in tutto sono quattro persone. Si levano il casco, si stiracchiano le braccia stando sui loro grossi mezzi. Li sento confabulare in italiano frasi come ...
' .... eh, ma che bello!'
'.... è stato un viaggio lunghissimo, ma ne è valsa la pena'.
Accento direi veneto, viaggio in vero lunghissimo.
Mi avvicino gioviale - tuta, giacca, stivali, guanti - per salutarli - la cordialità tra motociclisti è piuttosto comune, che ci si trovi in montagna o al riparo da un diluvio a una stazione di benzina.
Senza guardarmi in viso, uno dei piloti dice
'Ehy, guarda quel tizio che si avvicina com'è magro!'
La passeggera, forse estasiata dal panorama più che da me stesso, non era però attento, e replica
'Come scusa?'
Il pilota dunque rincara
'Guarda il tizio che abbiamo di fronte, è magrissimo!'.
Sfoderando il mio sorriso, che già ho avuto modo di collaudare con successo tante volte, dico con innocenza e voglia di ridere assieme:
'Si, e soprattutto parlo italiano!'.
Gelo.
Frase di circostanza.
'Ah, si, bello'.
Si rimettono il casco.
Frizione, prima e via.
Se ne sono andati.
Nonostante il lungo viaggio, nonostante la maestosità del luogo.

Strana cosa l'ironia, vero?
Io volevo ridere con loro, di me.

Dove ho sbagliato?

L'Italia che amiamo

L'Italia che amiamo ci fa sentire piccoli, all'ombra di questi giganti la nostra personalità dilegua e tutto cio' che siamo lo dobbiamo, ne siamo consapevoli, non a un nostro estro originale, ma a loro.

http://www.balletto.net/giornale.php?articolo=1272

Con Ghedini in parlamento invece tutti ci sentiamo potenziali Ministri, no?