Wednesday, 1 March 2017

Lettere ad Alice

Ho scritto una lettera ad Alice.
Ogni tanto l'aggiorno sui miei spostamenti, ed è questo sempre un'occasione per riflettere e rivivere il passato, nell'ottica anche sua, alla quale mi avvicina il pensiero.

...

Fino ad allora, Alice, l'idea di partire, abbandonare la mia casa, il giardino che tanto amavo, le piccole abitudini e lo sguardo romantico e struggente sul lago e sulle montagne, m'aveva si suggestionato, ma in nome di una non meglio precisata prudenza, forse dovrei usate il nome di vilta' o paura, avevo sempre lasciato correre, abbozzando al limite nelle conversazioni con gli amici qualcosa, ma quasi per vedere le loro reazioni, e confortarmi, pavidamente, delle raccomandazioni di attesa, delle preoccupazioni per la mia salute un po' precaria.

Non mancava chi mi incoraggiava, ma la convinzione deve venire da dentro, e dentro nasce chissa' come ...

Beh, a dire il vero in questo caso io so esattamente come e' nata questa esigenza di fuga: dal sostanziale pareggio di Berlusconi a quelle elezioni, e da quel che ne consegui', nel mio cervello, nel giudizio in merito a tanti Italiani, al futuro del nostro splendido paese.

Quel giorno iniziai a mettere assieme il mio primo CV, e provo una strana sensazione di tenerezza al pensiero dell'ingenuita', dell'approssimazione e dello spirito sognante di quel 'Gio' che muoveva passi a piedi scalzi, in assoluta improvvisazione, in direzione un mondo a lui completamente sconosciuto.

Sorprendentemente, con il senno di poi posso addirittura dire 'incredibilmente' fui invitato a diverse 'job interview' presso alcune universita': Wuppertal, Stoccarda, Lipsia, e Zurigo, dove poi in effetti poi mi venne offerto un posto da dottorato che preferii alle altre opportunita'.

E' di Stoccarda che ti parlo oggi.

Arrivai un pomeriggio d'autunno, in una giornata ancora calda, e prima di procedere verso l'Universita', ubicata fuori citta', profittai di qualche ora libera per esplorare le vie del centro.

Vagabondavo pieno di stupre e curiosita', guardando qua e la', cercando di immagazzinare quanto piu' possibile di un'esperienza, quella del viaggio,  che, in cuor mio, temevo sarebbe stata null'altro che una parentesi, che' il destino per un mingherlino malaticcio come me non puo' che essere la casa, la dipendenza da altri - altri amati e che ti amano, ma che inevitabilmente trattengono, filtrano, limitano.

Quel che di piu' bello vidi quel giorno non furono i palazzi del centro, ne' la grande fontana cui pure scattai tante fotografie, ne' le pur meravigliose ragazze che timidamente seguivo con lo sguardo.

Cio' che piu' di bello vidi, cio' che davvero e' rimasto, e sedimenta sempre piu' dentro di me, fu un gruppetto di ragazze, credo della mia eta' o poco piu' giovani.

Erano contente, disinvolte, indipendenti, solari.

Mi venivano incontro, ed io mi fermai stupito e felice a guardarle.

Erano su delle sedie a rotelle.

Ai miei occhi erano indistinguibili da ognuna della altre belle ragazze che vidi quel giorno.

Erano parte della comunita', e, credimi, Alice, esperivano la vivacita' dei loro vent'anni, senza che la maleducazione di alcuno, la fretta di qualche imbecille, uno sciocco gradino le limitasse, ne angustiasse l'esistenza.

Non avevo mai visto nulla di simile, e capii una cosa: una volta innegabilmente verificata, una volta che una realta' simile si fa tangibile, tale realta' non puo' essere abiurata, dimenticata o fraintesa.

Un bene pubblico cosi' importante - dicevo tra me e me - non puo' essere subordinato a nessun privilegio, figurarsi ad un sopruso - e se paragonavo quella realta', non piu' di sogno ma di teutonica, concretissima fattura, all'Italia dei proclami e del degrado, di cui finiscono per trarre profitto i prepotenti e patire i deboli, sentivo dentro di me collera e frustrazione.

Mi sentii a casa, Alice, ma non per un motivo di convenienza personale: l'attenzione ai problemi degli altri, l'interessarsi a rendere l'esistenza di perfetti sconosciuti migliore, mi consola, mi riempie di una gioia semplice, e tu intendi bene cio' che voglio dire.

Ecco, Alice, in quell'oasi naturalistica, nelle immediate adiacenze della mia nuova città, io ho trovato la stessa attenzione per chi e' piu' fragile, per coloro cui davvero una passeggiata al mare in tranquillita', senza dover temere l'intemperanze di qualche incivile, significa moltissimo.

Uno dei doni dell'empatia, Alice, e' sentire dentro di se' la gioia di un sofferente che trova un attimo di pace o illuminazione nella contemplazione (della bellezza, del sublime, a volte perfino del dolore  )... ed io, nel mio girovagare incessante, questa contemplazione, quest'illuminazione ho vissuto tramite altri, sconosciuti e tuttavia a me legati da invisibili dotti capillari.

Voglio aggiungere altre due immagini a questa mia e-mail.

Innanzitutto un suggerimento: se per caso capiti qui di nuovo, e vuoi mangiare un ottimo toast, vai da 'Happy Tosti' (ci andiamo assieme :D).

Li sarai accolta da dei ragazzi gentilissimi, e dovrai fermarti a leggere certi ritagli di giornale per convincerti che hanno quasi tutti dei problemi di salute, e che tuttavia anche loro, come le ragazze di Stoccarda, sanno sorridere benissimo.

Guarda le foto della galleria di immagini, e sentirai dentro, ne sono sicuro, un'emozione per quelle fragilita' che non soccombono alla superfice del pregiudizio.

E poi una cosa capitata ieri sera.

Sono uscito dal lavoro verso le sei/sei e mezzo.

Pioveva, faceva anche abbastanza freddo e tirava un forte vento (oggi faccio fatica a camminare addirittura!).

Alla fermata dell'Autobus per la stazione dei treni s'era accalcata una piccola folla, ed il primo bus in arrivo non e' riuscito che a caricare due o tre fortunati.

Assieme agli altri ho atteso un secondo autobus, ed al suo arrivo, un po' stringendoci siamo riusciti a salire tutti.

Alla fermata successiva, il campus e' molto esteso e ci sono almeno due o tre aree di sosta, dovevano salire altre persone, ma l'autobus ormai era pieno come un uovo, e l'autista si e' visto costretto e dire a qualcuno 'tu non puoi salire, mi spiace: siamo pieni'.

A quel punto dall'interno dell'autobus, dove era appena entrata, una donna dalla voce timida sommessamente ha risposto 'ma siamo una coppia!' (piu' per chiedere all'autista di non partire che per pretendere alcunche').

L'autista, ridendo, ha replicato semplicemente 'Ah, ok! Noi non dividiamo le coppie, stringetevi che ci state!'.

Tutto qui.

L'ho trovato bello.

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