Tuesday, 26 April 2016

Pensieri su vecchi racconti


Ho scritto un po' di racconti, storielle in verita'.
A volte capita di tornare a leggerli ... ed e' bello, nel senso che spiego giu' all'ultime righe.


Il vecchio sciamano chiamo' a sè i bambini. Li dispose a semicerchio attorno alla fiamma incerta del fuoco che a stenti nutrivano scarti di legna fradicia, cortecce muschiose, foglie umide. Le vecchie mani, le cui profonde piaghe  sembravano come raccontare una lunga e travagliata vita, erano riuscite a stento, affidandosi ad un usurato pugnale, a strappare agli alberi della foresta, al sottobosco già sommerso dalla neve, di che alimentare il fuoco .


Il suo pensiero correva ai grandi falo' che solo pochi anni prima, all'accampamento, propiziavano la stagione della caccia. Ritornava cosi' ai balli, al suono di tamburi, alle giovani sqauw dai visi dipinti, alle maschere degli stregoni, ai riti di iniziazione dei giovani. ai caldi teepee di pelle di bisonte e soprattutto ai genitori, ai fratelli maggiori di quei bambini, ormai unici superstiti, assieme a lui, di una tribu' ormai estinta.

Trasse da un sacchettino di cuoio che teneva appeso al collo l'ultimo granello di una polverina grigia. La sciolse schiacciandola tra la dita per versarla sul fuoco.
Una fiammata turchina s'alzo' dalle braci, ma non tento' neppure di leggere nella danza della fiamma il proprio futuro, o quello dei piccoli impauriti che teneva con sè.

Li, nel freddo di un inverno che era appena cominciato, contava solo il presente: la riserva di cibo, ormai scarsissima, la morsa del gelo, insopportabile nonostante le pelli, la consapevolezza di essere l'unica speranza, quasi sicuramente vana, per quei piccoli cui lui stesso aveva dato un nome alla loro nascita.

Chissa, forse avrebbe dovuto accompagnarli a uno a uno nel regno delle ombre, o forse sarebbero stati loro a vederlo morire, e allora sarebbero stati preda dello spirito della foresta: soli e impauriti.

Mentre questi pensieri traversavano la sua mente, continuava incessantemente a lavorare con la lama: per prima cosa non avrebbero dovuto perdere quella fiamma, l'ultima residua speranza di calore e protezione dalle belve della foresta.

Quei rametti ancora verdi schiumavano come per protestare il loro sacrificio vano a contatto con la fiamma.

Finalmente le braci scavarono il loro nido nel terreno, erano ardenti e vive, e neppure il respiro della foresta, tutt'intorno la piccola radura dove s'erano rifugiati, minacciava piu' di soffocare quella lingua gialla e rossa che cresceva piano piano di intensità, e rischiarava ora i visi smunti, magri, spaventati dei piccoli.

Hunoi, questo era il suo nome, prese quindi a intonare una nenia per i bambini.
Nessuno dei piccoli capiva il significato di quella lingua, perfino piu' recondita della loro stessa, che pure moriva con loro, ma la dolce voce dello sciamano, i vapori di quella polvere misteriosa che aveva gettato sul fuoco, li addormento' serenamente.

Quando già il sonno stava calando nella mente del vecchio, un rumore, come di passi leggeri nel nero della foresta, lo desto'.
La mano del vecchio strinse di piu' il pugnale che ormai non abbandonava piu'.

'Uomo o bestia che tu sia' penso' 'solo uno di noi due sopravvivera'.

Ma dal buio si levo' una voce conosciuta.
Una voce di giovane donna.

'Hunoi, sei tu?'
'Chilaili? Per Manitu, sei Chilaili?


(che continua qui)

Che bello, scrivere.
Non tanto per chi legge, certamente non quando a scrivere e' un improvvisatore mio pari, ma per chi si concentra, evoca, e di fatto ... vive.

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