Friday, 4 March 2016

Un sogno meraviglioso



Romanzo solo leggermente un bellissimo sogno di ieri notte.


...

Dio? Semi-divinita'? Super uomo? Immortale?

Non so quale sia la mia natura.

Conosco i miei poteri, o almeno una parte di essi, e ne scopro di nuovi quando nuovi poteri mi sono necessari.

Il mio sogno inizia a Milano, all'uscita di una stazione della metropolitana.

La forma e' la mia, quella di un uomo fragile, debole nella sua altezza piegata dal peso dell'esistenza, ma la natura e' diversa, e' nascosta, calma nella riflessione, feroce nell'azione.

Sto salendo lentamente le scale quando una zingarella infila la mano nella tasca destra del soprabito, e fruga, e cerca di che fare rapina.

Si sorprende quando le mie dita stringono l'avambraccio, e non sa che fare, che' di solito tutto funziona a meraviglia.

Prima cerca di divincolarsi, e graffia, poi grida.

Io la guardo severo negli occhi, e lei sfugge il mio sguardo.
Cerca di distrarmi, e cerca la mano ancora libera nell'altra tasca, ma non trova che foglietti di carta, pezzi di spago, il biglietto del metro'.

Attorno borbotta la folla impicciona, gia' divisa tra nemici miei e nemici suoi.

La guardo severo, e non c'e' bisogno di alzare la voce.
Le dico solamente 'Non farlo mai piu', o sarai odiata, e la tua vita sara' un inferno nel quale non avrai mai pace.'.

Lascio la presa.

Non sono un Dio buono, non ho interesse in queste creature: cosi' ho agito d'istinto, ma non mi sono preoccupato di convincerla, e me ne dimentico in un istante.

...

Mi sveglio da un lungo sonno.

Per decenni ho riposato in una casa situata in cima ad una collina, su di un'isola boscosa, bagnata dalle acqua del mare.

Quando l'ho scelta come dimora della mia incoscienza, l'isola era deserta, ed un lungo sentiero saliva, tra i boschi, fino alla sommita della collina, dove un tempo, in un secolo ormai dimenticato dall'uomo, i miei fedeli eressero un tempio in mio onore.

Sulle macerie di quel sacrario io ho costruito la mia dimora.

Mi sveglia il picchiettare di una manina ad una finestra.

Mi avvicino, e vedo il volto di una bimba dalla pelle olivastra, i segni della violenza negli occhi ed un segreto nel cuore: e' lei che picchia alla mia finestra, e' lei che chiede di poter entrare.

Sorride, ma non e' una bambina come tutte le altre: e' gia' adulta, sta gia' lavorando.

E' salita fino a casa mia per rubare, io lo so benissimo.

Le apro, lascio che entri in casa mia.

Si guarda attorno, meravigliata dagli strumenti misteriosi, dalle sculture, dai tesori, e vive una contentezza strana, assimilabile alla giocosita' che le e' stata interdetta: fara' buona razzia, deve solo ingannarmi ed eludere la mia sorveglianza.

Io d'altro canto sono un uomo debole, lento, un po' acciaccato: sara' un gioco da ragazzi farsi beffe di me.

Nulla di cio' che pensa mi e' sconosciuto, e nulla di me lei conosce.

E' sporca, sente ancora il male delle ultime botte, ed e' infreddolita.

La porto con me  nella sala da bagno, e riempio la vasca d'acqua calda e bollicine.

'Lavati', le dico prima di abbandonarla.

Non un istante allontana da se' il suo proponimento, ma la tentazione del bagno e' irresistibile: 'mi faro' giusto un bagnetto, e poi scappero' con tutto quello che potro' prendere' pensa la piccola.

Immerge un piedino nella vasca, poi entra ridendo con uno 'splash', e l'acqua ne lava via il dolore, la sporcizia, i brutti ricordi.

Le sto affidando la casa.
Io intanto esco per scendere verso il mare.

La mia isola e' stata invasa: lungo il ripido sentiero un numero di costruzioni ha divorato alberi, fiori, tane d'animali.

La prima casa che trovo e' un orribile fortino: i nuovi padroni dell'isola li hanno stabilito la loro dimora, perche' vogliono controllare e dominare tutti dall'alto.

Busso alla porta, e un giovane gia' scaltro di morte e pistole, un camorrista rampollo di un clan, mi viene incontro con aria di sfida, strafottente e sicuro di se'.

'E tu chi sei?' chiede soltanto.

Rispondo che voglio vedere il padrone di casa, e quello mi prende a male parole, mi insulta, mi minaccia, e chiude la porta intimandomi di andarmene.

Mi basta esercitare una minima pressione su quella lastra d'acciaio per scardinarla.

'Non lo chiedero' un'altra volta: dov'e' il padrone di casa?' torno a ripetere.

Per tutta risposta, quel giovane tira fuori una pistola e fa fuoco su di me.

Inizio allora la mia opera di distruzione: sfioro le pareti, e le sbriciolo, premo con un dito su una superficie, e questa prende fuoco.

Allarmati dal trambusto, intanto si sono radunati all'ingresso tutti i membri del clan, e tutti follemente cercano di ammazzarmi, ma senza scompormi, senza fretta, io li uccido tutti, uno ad uno: scaraventandoli contro i muri, stritolandone il cranio nelle mani, affondando le dita affilate nei loro corpi di mollica.

Compiuta la mia opera, torno a scendere verso il mare.

Il secondo edificio che  incontro e' un convento.

Entro, ed e' una vecchina spaventata a ricevermi.
Di nuovo quella domanda: 'Chi e' che comanda qui?'.
La povera donna, terrorizzata, non riesce a rispondere, ma io so che la paura non riguarda solo la mia presenza, ma quel 'capo' che sa di non poter tradire.

Come una furia si presenta da se', la padrona di casa.
E' una donna dallo sguardo di vipera e l'arroganza di chi non ha sentimento degli altri, ed io so a quali torture sottoponga i suoi collaboratori.
Mi rovescia addosso un'infinita' di minacce ed improperi, ed io, rassegnato ad una strage senza fine, le taglio la testa.

Dovro' uccidere tutti gli umani che hanno invaso la mia isola, ne sono convinto.

Torno a ripetere quella domanda: 'Chi e' che comanda qui?'.

Si fa avanti un uomo.
Ha l'aspetto di un garzone, i modi un po' sgraziati di chi non ha dimestichezza con altro che il lavoro, quello duro, quello che consuma.

'Io sono il padrone' dice, con marcato accento napoletano.

Sta mentendo, sa di rischiare la vita. Vuole, lui che e' un uomo,  proteggere dalla collera di un Dio delle povere vecchine.

'Lo chiedo per l'ultima volta: chi e' il padrone?' e lo guardo con occhi di sfida, occhi che non lasciano trasparire alcuna pieta', alcun tentennamento.

'Io sono il padrone' ripete quell'uomo, e dentro sento la disperazione del suo cuore, che altro non ha saputo inventarsi per poter proteggere quelle donne.

Ed io, Dio, semidivinita', superuomo o immortale che sia, mi commuovo.

...

Allora c'e' speranza, in questa umanita', anche senza il mio intervento.

La bambina ... io ho voluto salvarla, ed ho dovuto lavarne via il male, ma quest'uomo rischia la sua vita senza che sia stato io a dargli coraggio o altro!

...

Si placa, la mia collera, almeno in parte.

L'edificio dedicato a quel saggio tante volte tradito si salvera'.

Esco e continuo a scendere.

Trovo un bar, affollato di persone.

Ci sono molti vecchi che giocano a carte e ricordano il passato, ed io penso che nella mia isola potranno vivere dolcemente gli ultimi anni delle loro vite.
Ci sono giovani, chiassosi ma non cattivi, cui chiedero' di andarsene: non sono pronti, non li voglio con me, ma sterminarli sarebbe folle.

Poi c'e' qualcuno mi ha osservato, e sembra aver intuito qualcosa di me.
Si e' nascosto, vuole ingannarmi.
Lo ritrovo in cucina, dove, scoperto, fa finta di essere un cameriere, improvvisa una sceneggiata qualsiasi.
E' un furfantello, un truffatore, ma e' buono, ed ha vissuto in un ambiente di violenti senza mai far del male a nessuno, e subendone molto.

'Non provare ad ingannarmi, sai bene che non e' possibile. Torna nella tua citta', paga per quel che hai fatto e poi sarai mio ospite per sempre.' gli dico.

C'e' un tavolino, sulla terrazza del bar.

Li siede una coppia.

C'e' una donna che dimostra piu' dei suoi anni.
Il viso e' appesantito da rughe, le ossa incrinate da botte continue, e la paura non l'ha abbandonata mai da quel giorno.
L'uomo al suo fianco, piu' vecchio di lei, e' il violento che ne ha fatto la sua schiava, e che su di lei ha scaricato infinite volte odio: quante volte lei si e' rifiutata di eseguire i suoi ordini, quante volte!

Mi riconosce.

Io sono l'uomo, o meglio la creatura, che tanti anni prima, all'uscita di una stazione della metropolitana a Milano, le ha cambiato la vita.

Non avevo visto, me idiota, Dio, semidio, superuomo od immortale che sia, le conseguenze del mio gesto, della sua scelta.
Non avevo visto le violenze subite, le minacce, la paura, le vendette.

Ancora una volta, senza un mio intervento diretto un essere umano ha vinto il destino.

In un attimo mi sbarazzo di quel porco che e' suo marito e padrone.

Le chiedo scusa.
La prendo per mano.
Le chiedo di seguirmi fino alla mia casa.

Li trovera' la sua bambina.

...

Mi sono svegliato contento: questa formidabile capacita' di sognare addolcisce la mia vita.

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