Sunday, 20 March 2016

Pensieri



Io sono un cadavere.


Ero un bambino di nove anni quando la necrosi ha iniziato a divorarmi, ma fin dalla nascita ero destinato a questa esistenza di morte prolungata.
Sono un cadavere, ed e' un fantasma ad animare il mio corpo.
Sono una finzione continua.

Quello che conosci, l'essere pensieroso, calmo, paziente e capace di sopportare, lo studioso di se' e della natura, non e' che un cadavere, maestro ad ingannare, a nascondere la putrescenza, ad occulatarsi.

Io ho i semi dell'istinto nel cuore, non quelli della meditazione: nella vita avrei dovuto correre, baciare, indurre in tentazione e coprire di attenzioni donne tradite da compagni annoiati e freddi, ed invece ho dovuto adattarmi all'aridita' del pensiero, ed all'ardore ho dovuto imporre compostezza, alla sincerita' un'elaborazione platonica della bonta'.

Non credere che questa figura io l'abbia scelta per minimizzare la lacerazione emotiva tra cio' che dovevo e quel che potevo essere, o che abbia concentrato i miei talenti su chissa' quali virtu' secondarie.

Macche'.

Io ho solo minimizzato l'indecenza esteriore, come e' parso naturale dover fare.

In casa mia si ha una concezione severissima, indiscutibile, della decenza: per onorare la vita si deve contenere il dolore personale, lo si deve sempre paragonare a qualcosa di piu' grande, e quindi ritenerlo , parziale, gestibile, e soprattutto non se ne deve dare manifestazione esteriore, mai!

E cosi' io, ero un bambino, come un soldatino ho iniziato da subito a nascondere, a nascondermi, e forse l'idea era quella che 'alla maschera avrei sostituito un volto' (citazione, M. Yourcenar).

Ho scoperto in fretta che non si puo' nascere due volte: sono morto, d'inedia e di crepa cuore, e nessuno si e' sostituito a me.

Questa cosa che ne e' uscita non e' detestabile: sono un cadavere certamente gentile, buono, comprensivo e paziente.

Tra i tanti cadaveri che conosco, ed inculudo quelli di cui ho letto o immaginato soltanto la sagoma, sono tra quelli meno incattiviti, ma questo non toglie nulla al mio peccato: ho tradito la natura, ho scelto la decenza invece che lasciarmi morire, gridare, protestare o spararmi un colpo di rivoltella.

C'e' questo cadavere, dentro di me.
E' intatto, e coagulato dall'amarezza non si e' ancora dissolto.

Ed io ne percepisco ancora jl peso e gli spigoli, e nei rari momenti in cui riesco ad avvicinarmi all'essere originale, nella contemplazione della bellezza di cui non mi sento escluso, questa carcassa indurita da una qualche forma di fossilizzazione interiore mi punge del di dentro, mi affligge, mi vuole ricordare quanto orribile sia la mia vita.

Ma vedi, c'e' un paradosso: di questa miseria io ho consapevolezza proprio nell'estasi di un paesaggio, nella potenza illusoria del sogno.

E cosi' esperisco in un istante gioia, e subito dopo, con il tempo sempre piu' velocemente, dolore ...

Questa connessione che e' diventata equivalenza mi ha tormentato a tal punto, ha confuso tanto la mia mente che si e' perfino rovesciata: ed io ho imparato a gioire nella sofferenza, a godere di una sorta di illuminazione disumana del dolore, della solitudine infinita in cui mi ha precipitato.

Si, io sono un cadavere, e vivo la sacralita' della morte ogni giorno.

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