Friday, 11 March 2016

Commuoversi

Prima di uscire sono passato per l'ufficio dei nostri studenti, per salutarli, ed augurare loro un buon weekend.

Vestito del mio soprabito, lungo, scuro, un po' austero, con calato in testa un cappello nero e guanti pure neri a coprire le mani sottili, ho fatto ingresso, con il solito incedere lento ed un po' inquietante, nell'ufficio dei nostri studenti.

Li era una bambina di sette o otto anni.
Pelle scura d'oriente, occhiali dalle spesse lenti.
Giocava tra le scrivanie con un palloncino di pezza.
In silenzio lo faceva rimbalzare sulle sue manine, lo guardava scendere e salire, sorrideva contenta.

Si è un po' spaventata vedendomi alla porta.

Subito ho pensato fosse la figlia di ###, un nostro studente di dottorato di 40-45 anni.

Gli ho chiesto 'è tua figlia?', ed al 'si' mi sono presentato a lei, porgendogli la mano, sorridendole, chiedendole il nome, se le piacesse la nostra città.

Avrei voluto chiederle tante cose, quanti anni hai, ti piace andare a scuola, se da grande vuole essere 'a scientist like you dad', ma ero commosso.

Ho sentito, in un istante, così tante cose.

La semplicità del suo sorriso, contento di una palla di pezza, del suo papà. Noi eravamo così.
Il salario povero di un phd student impone ristrettezze di cui lei non si accorge, perchè cosa vuoi più di una palla di pezza e stare vicino al papà?
Ho pensato alla sua pelle scura, agli occhiali spessi, al nome di straniera, alla diversità avversata da tanti. Io ero così già da bambino.

Ho salutato i colleghi, ho detto a ### 'you're lucky' e prima di uscire io e la piccolina ci siamo sorrisi ancora.

Sono corso a casa, ed ai miei genitori, qui per pochi giorni di vacanza, ho raccontato 'una cosa bellissima che mi è capitata oggi'.

...

Ti prego, chiudi gli occhi, e cerca di vedere quel che ho ho visto.

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