Thursday, 11 February 2016

Sostanzialmente

Sasha, una prostituta con la quale sono stato cinque o sei volte in questi ultimi anni, un giorno mi ha detto che ogni tanto le capita di pensarmi.

Non credo mentisse, visto che dopo aver sussurrato queste parole ha iniziato un discorso sulla mia sindrome, sulla quale si e' un po' informata.
Come tante persone che mi vogliono bene e che soffrono per la mia condizione, mi ha elencato gli artisti, gli scienziati ed i saggi che, si dice, ne abbiano sofferto.

Sai cos'e' la cosa buffa?

E' che probabilmente e' una delle poche donne cui ogni tanto capiti di pensarmi, e certamente l'unica che me l'abbia mai detto.

Non fraintendere: non e', questa, una lamentela, una manifestazione ridicola di insicurezza, un pianto di chi si sente negletto e mendica attenzioni.

Non sono un timido, non sono un umile, e pecco forse di presunzione ogni giorno in cui affermo un carattere viceversa audace, curioso, intraprendente.

Non e' una lamentela.

E' una conferma.
Un certificato.

Io sono diverso, e sono rimasto fedele al mio destino di straniero, di presenza inconciliabile.

Non si smette di volermi bene, ma si e' in apprensione, in mia presenza, lo so bene.

E' cosi' evidente che sono fuori posto!

Mette a disagio tutto di me: il respiro affannato, lo spirito critico, il senso dell'umorismo inatteso, che presto si rivela essere null'altro che il palliativo di un malato cronico.

Lontano, collocato in un passato remoto inesistito o immaginato nella vaga dimensione del mondo, chissa' se mi hai mai pensato, Silvia.

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