Sunday, 9 March 2014

Sabato

Esco di casa nel primo pomeriggio con la sola intenzione di fare due passi, stancarmi un po', rimediare un bel mal di schiena.

Niente caffe', niente spuntini, niente musica nei miei programmi.

Voglio affamare ed indebolire  cio' che non e' essenziale, stordirlo io prima che ad intervenire siano fattori esterni, impersonali, cocenti, marziali.

Questo sacrificio umano, questo macello dei miei nervi, e' eutanasia, e' una solenne forma di tutela.

Ho creduto a favole, ne ho tratto insegnamenti folli, ed ho pagato piu' per questo che non per il male che ha offeso ed immiserito il corpo.

L'evidenza della deformita' mi ha lungamente ingannato: la causa prima della malinconia, di quella solitudine cosi' simile all'emarginazione, non sono dolore o malattia, ma la tenerezza del cuore, le sue purissime ambizioni.

Non le ho mai taciute ne' esibite, ma hanno comunicato di me un'immagine fragile, sconveniente, mite, intransigente, priva di fascino o utilita'.

Cammino in silenzio, meditando circa il destino vago ed imminente delle mille variabili che determinano la mia condizione, e che sembrano tutte pericolosamente prossime ad un punto di non ritorno.

Ho fatto solo poche decine di metri ed incrocio Diana, una bella ragazza russa che ho conosciuto per caso ad una lezione di Flamenco, e che sempre per caso ho avuto modo di rivedere in un paio di occasioni.


Con lei e' un giovane orientale, probabilmente il suo compagno.

Presentazioni di rito.
Imbarazzo di rito.
Impazienza di rito.

Date le circostanze cerco di trattenermi, di minimizzare metafore, figure retoriche, sospiri, e restando nel vago ci limitiamo a parlare del tempo ... ma perfino un argomento all'apparenza neutrale per me e' motivo di evasione: mentre i due innamorati lottano con correnti bizzose, io raccomando loro di godere del potere evocativo del vento, dell'immaginazione che ne e' generosamente nutrita, ed in generale di tutto quello che ci permette di vedere cio' che non esiste e scoprire cio' che e' nascosto.

Li saluto augurando loro tempesta, freddo, brividi, e dunque riparo, calore, abbracci.

...

Sto esplorando una delle probabili vie di mezzo che imbocchero' a breve quando mi infilo in un emporio d'artigiano, sopravvissuto chissa' come alla globalizzazione, all'invasione della produzione su scala disumana di beni inutili.

Rimedio un paio di stringhe per i miei scarponi, e l'impressione di un mondo ormai in agonia.

Appesantito da nuove ragioni di preoccupazione torno verso la collina in autobus.

Ad una fermata sale, lento ed incerto, in equilibrio precario tra fatica incontenibile e pudore, un vecchio piegato da non so quale male.

Nelle mani tiene due stampelle logore e diverse tra loro, crudeli simboli d'indigenza autentica, e nel cuore la riconoscenza per una ragazza che sistema nel vano porta oggetti una capiente borsa di plastica.

...

Siamo prossimi a casa mia quando vedo che, non senza difficolta', questi si alza per prepararsi a scendere.

Senza neppure doverci pensare mi ritrovo ad offrirgli il mio aiuto.

Lo accetta.

Usciamo assieme dalla vettura.

La borsa e' davvero pesante, e non devo insistere per convincerlo a permettermi di seguirlo fino a casa.

Giunti al civico, non me la sento di abbandonarlo alle scale; lascio intendere che saro' io a portare quell'ingombro al suo alloggio.

Mi domanda, e certamente lo traversano sospetto e speranza, 'Are you sure?' ... ed aggiunge, quasi scusandosi, di vivere su, all'ultimo piano.

'E' sempre l'ultimo piano', rispondo sorridendo.

Quanto cazzo pesa questa borsa da discount di terza categoria.

Se ha comprato tanta roba e' perche' non puo' uscire spesso, ed ha cercato di ottimizzare il problema dei rifornimenti.

Per una settimana dovrebbe essere a posto.

Probabilmente beve l'acqua del rubinetto.
Devo fermarmi per riprendere fiato un paio di volte, salgo lentamente, sale la frequenza del battito, ma quando a missione compiuta ridiscendo le scale e' solo all'altezza del secondo piano che incontro il mio ospite.

Gli stringo la mano, abbozzo una battuta di spirito, sorrido ancora.

Dentro sono triste.

A questo punto nulla puo' cambiare, ed io non so perche' mi ostino a vivere.

2 comments:

  1. Meno male che vivi! Altroché...

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    1. Carissima amica mia, vivo paradossi dolorosi ed insopportabili.

      Proprio a questo pensavo nel pomeriggio.
      Adesso se recupero le forze ne scrivo.

      Ciao :-)

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