Saturday, 22 March 2014

Lettera ad una giovane donna malata

Alessandra e' una giovane donna, intelligentissima e sensibile.
E' amica di mia sorella.

Ci siamo incontrati solo in un paio di occasioni, ed ovviamente mi sono accorto di lei, ed ovviamente non me ne sono dimenticato.

Qualche mese fa ha dovuto cedere all'invadenza di un male cronico ed insolente.

Ha abbandonato le gallerie d'arte dove esibisce ed osserva, le aule universitarie dove insegna e studia, per passare qualche tempo in una stanza sterile assieme al suo corpo.

Le ho scritto.
 


Cara Alessandra,
 
Fede mi ha detto che sei momentaneamente trattenuta da forze ostili in ospedale.

 
Mi ha assicurato che non si tratta di un istituto di igiene mentale, prigione
dove solitamente le persone ultra intelligenti sono rinchiuse dall'invidia e dalla scarsa immaginazione degli altri, quindi suppongo tu ti stia annoiando molto.


...

Di vecchi ne incontrati di ogni tipo durante i miei ricoveri.
 

Bastardi, piagnucoloni, spaventati, sereni.
 

Mi ricordo il primo.
 

Avevo nove anni, ed ero un bambino coraggioso ed ingenuo, e forse
coraggioso come solo un ingenuo puo' essere.

 

Quell'estate avevo passato due o tre giorni in 'ospedale'.
 

Non mi aveva impressionato la cosa: il tutto si era risolto in una
noia incolore.

 

Nella memoria sono poche le immagini: una sera mi avevano lasciato
senza cena, il brodino che mi proponevano lo rifiutai cordialmente, ed
 

il mattino dopo mi svegliarono quasi all'alba.
 

Mentre ero intontito dal sonno mi infilarono un ago nel braccio e
succhiarono fuori un po' di sangue.

 

'Digiuno' era scritto a caratteri rossi su una linguetta plastificata
che l'infermiera aveva vincolato alla sponda del letto.

 

Nulla di che insomma.
 

Dimesso, tornai in montagna, proprio nella casa dove abbiamo passato capodanno.
 

Verso la fine di agosto scesi di nuovo a Milano.
 

Notai una cosa: la signora Brambilla, una donna milanese, distinta e gentile che viveva al pian terreno, usci' a salutarmi alla partenza.


Non sarei tornato.

Una mattina, due o tre giorni dopo il ricovero, mi svegliarono molto presto.
 

Io ero assolutamente tranquillo - avevo, come ti dicevo prima, quel
coraggio che solo l'ignoranza puo' dare in certe circostanze.

 

Mi portarono con il lettino fin dentro un ascensore - non ricordo
neppure se mia madre fosse li, non avevo motivo di badarci, quindi mi
ritrovai in una stanze fredda, dove ogni cosa era verde, azzurra o
bianca.

 

Verde, azzurro, bianco ... i colori di una nazione, non credi?
 

Non ero solo: c'era un altro bambino, inspiegabilmente agitatissimo.
 

Tremava e balbettava. Mentre un uomo anziano ci guardava entrambi, sul
suo volto allungato dalle rughe leggevo una strana preoccupazione mista a dolcezza e dolore.
 

Dolore forse non per sè, ma per noi due piccoli, gettati nelle fauci del
male.

 
La mia migrazione e' iniziata quel giorno.

No comments:

Post a Comment