Tuesday, 4 February 2014

Le paure di un Dio

 
Ero al Museo Egizio de Il Cairo, ieri, in un'ora non indicata da alcun orologio.

Ero li per una breve vacanza, in compagnia di tutta la mia famiglia.



In abiti civili, invisibile perfino a chi ha creduto di vedermi nascere, osservo, malinconicamente rinchiusi in teche di vetro, strappati alla loro sedi naturali, manufatti che io stesso ho commissionato, modellato, ispirato.

Per quattro quinti la mia famiglia puo' essere considerata normale: genitori in pensione, due figli sistemati o quasi, un girovago che raramente da notizie di se'.

Illusione, recita, rappresentazione.

Dite bene, voi umani: l'apparenza inganna, ma la portata di questa affermazione puo' essere apprezzata solo dal divino, da chi del vero ha misura esatta.

Sono un attore, uso ad infiniti palcoscenici, ma vivo questa ennesima stagione addirittura gonfio di tenerezza e premure.

Su mie insistenze, e' la consapevolezza del finito ad urgere, da qualche tempo approfittiamo dei pochi giorni trascorsi assieme per regalarci piccoli viaggi, e ricreare cosi' l'illusione di un legame senza soluzione di continuita' con il passato.

Come spesso capita alle migliori comitive ci sparpagliamo per le diverse sale del museo: chi si riposa su di una panchina, chi si lascia incantare dalle decorazioni dei sarcofagi, chi legge spiegazioni plausibili, testimonianze parziali ed errate di antiche vicende.

Ormai, penso dolcemente, siamo adulti, e non debbono piu' starci vicini i genitori, ne' noi dobbiamo seguirli, eppure nulla e' cambiato davvero, perche' c'e' qualcosa che non dipende da distanze, gerarchie, organigrammi fissi.

Siamo in effetti in apparente transizione, in quel tempo cioe' che precede il rovesciamento dei ruoli e delle responsabilita', ed e' curioso che a percepirlo piu' di tutti gli altri sia l'unico che dopotutto e' alieno all'idea stessa di famiglia, che non ha padre, madre, fratelli, e che tuttavia ha imparato lo stesso ad amare, a partecipare ai destini altrui.

Sono un Dio, eternamente associato all'universo, invulnerabile, e pero' non onnipotente, incapace di estendere ad altri i miei poteri, di condividerne i benefici.

So piuttosto per certo, per esperienza, di dover celare la mia natura, troppo spesso causa di inganni, illusioni, frustrazioni.

Nascosto, vivo sereno.

Rinasco ed invecchio rimanendo sempre identico a me stesso.

I miei pensieri sono stati plasmati dalla dialettica implacabile di Socrate, dalla critica analitica di Democrito, dalla poetica innocentemente demoniaca di Epicuro.

Nessuno mi ha letto dentro, ed io, nelle vesti di mendicante, imperatore, artista o schiavo ho incontrato l'umanita' nella sua interezza.

L'ho amata senza speranza di condivisione.

A queste speculazioni torno per la millesima volta mentre spiego a questa donna, che chiamo 'madre', segreti ignoti agli storici piu' celebrati circa le sorti di antiche dinastie ormai scomparse, e decifro con naturalezza che pare istrionica, buffa improvvisazione geroglifici e messaggi solo per me comprensibili.

C'e' amarezza in questa altissima forma di verita': e' basata su un inganno inconfessabile, non credibile, e che io solo patisco.

Lentamente si fa pomeriggio.

Non sto pensando a nulla quando uno strano riflesso illumina le ampie vetrate del primo piano.
Hanno vibrato?
E' il boato di un'esplosione lontana quello che i miei sensi stanno cercando di interpretare?
E sono fuochi d'artificio o raffiche di mitra adesso a irrigidirmi, a costringermi a fermarmi, concentrarmi sull'udito ad occhi chiusi, senza deglutire o respirare?

Nel Museo nessuno si e' accorto di nulla.

Ascolto.

La battaglia infuria lontana, ma io so, so per certo che presto saremo assaltati.

Cerco mia madre ... e inventandomi una scusa, ma sono gia' pallido, la convinco a seguirmi.

Mio padre e' con Nico, manca solo Fede.

La troviamo nell'istante stesso in cui anche gli altri iniziano a capire che qualcosa di strano sta succedendo.

Mi invento di aver letto su internet di un attacco terroristico, e mentre attorno a noi tutto e' silenzio, tutti sono in attesa, inizio a pensare a cosa dobbiamo fare.

Sento i passi dei Mujaheddin ... stanno gia'calpestando il suolo antico del Museo, quel fazzoletto di terra ancora fedele ai Faraoni.

Presto saranno qui.

Conosco i 99 nomi di Allah.
Posso recitare a memoria, con prosodia perfetta, il Corano nella sua stesura originale, e se questo non bastasse a chetare i guerriglieri ... non temo certo le loro armi da fuoco.

I proiettili possono al limite bruciacchiare i miei vestiti, ed una pistola puntata alla tempia si macchiera' di sangue non mio quando qualcuno fara' fuoco.

Sono stato efferato con indifferenza: ho ucciso centinaia di migliaia di uomini, da secoli non provo rimorso ne' pieta' se a cadere sono degli stranieri.

E tuttavia ora non sono solo, non sono mischiato ai soldati di Leonida o a quelli di Arminio, non ho al mio fianco barbari o briganti ... ma mia madre, mio padre, i miei fratelli.

Sono in pericolo anche a causa mia:  sono incapace di misura, e troppo violento per non sconvolgere menti, cuori umani finirei per .

L'unico Dio di questa terra e' la piu' spaventata delle sue creature.

Convinco gli altri a seguirmi verso l'alto, dove una terrazza potra' offrire possibilita' di fuga per via aerea, se dal cielo riceveremo soccorso.

Nel marasma, ormai tutti sono in preda al panico, perdo di vista per un attimo Fede.

Senza dover neppure pensare, e con un'angoscia che mi impedisce perfino di respirare, torno sui miei passi a cercarla.
Finalmente la trovo, ed assieme ci ricongiungiamo agli altri.

La battaglia intanto, di sotto, infuria.

Cadono a centinaia, gli innocenti.
Si avvicinano, i carnefici.

Salgono gli scalini che abbiamo appena divorato.
Avanzano lungo corridoi lungo i quali abbiamo corso.

Presto saranno qui.

Non ho piu' tempo ... devo manifestarmi.

Mi e' sufficiente un attimo per deludere le loro conoscenze: non sono un uomo, non sono figlio o fratello.

Sono un Dio, capace di volare, di disintegrare con la forza del pensiero una parete di cemento armato, di incendiare l'aria con un cenno delle mani.

'Aggrappatevi a me', dico, 'e poi chiudete gli occhi'.

Si risvegliano in Giappone, di fronte al consolato Italiano.
Salvi ma scossi, confusi, increduli, tristi.


Io, altrove, sono solo di nuovo.

5 comments:

  1. Se davvero avessimo creduto che un Dio potesse essere buono e disporre dell'intero creato beh avremmo di certo condonato ogni nostro vuoto.

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    1. E' la parabola del seme di sesamo, vero?

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    2. Non conosco le parabole. Faccio constatazioni!

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    3. Hai un futuro come oracolo o sacerdotessa ;-)

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