Tuesday, 7 May 2013

Vera


Ripropongo qui, in un unico testo, la storia di Vera.

La parte iniziale di questo breve racconto e' abbastanza assurda - e devi considerarla come un episodio, un episodio che non auspicava nessuna continuazione.

Ieri sera, rileggendone altri frammenti, mi ha crepato dentro una straordinaria malinconia: non poter scrivere davvero la lettera che conclude la nostra storia.


Inizio questo racconto rievocando il giorno in cui davvero mi impossessai del mio destino.

Ho la fortuna di poter fissare esattamente l'attimo in cui ogni cosa cambio' fino a rendersi irriconoscibile, ed ho la fortuna di poter evocare le circostanze, perfino i contorni secondari, che definiscono il fuoco esatto della dicotomia.

Cosi' dunque ne so elaborare i molteplici significati, e questo seme di introspezione sussiste ancora oggi come centro dei miei pensiero piu' articolati, di ogni decisione ben ponderata, delle scelte importanti della vita che ho saputo costruirmi.

Mi approssimai fredda e non scossa da condizionamenti emotivi alla tragedia che mi permette e di fatto impone di definire ogni singolo evento della mia esistenza soprattutto come 'antecedente' o 'successivo' a quel giorno.

Non avevo neppure vent'anni, e tuttavia da tempo non vivevo più con i miei genitori.

Quella sera comunque ero con loro, come ormai capitava rarissimamente e solo in concomitanza con avvenimenti speciali.

L'indomani avremmo in effetti dovuto parteciparare al matrimonio di un cugino - una tortura per me, ma non quanto dovermi sorbire per mesi e mesi gli insulti e le minacce velate di un padre prepotente e collerico, ed i lamenti, melodrammatici, di una madre insopportabile quanto ottusa.

Ho odiato fin da piccola ogni sorta di predica sulla 'famiglia', 'gli impegni', e ho sempre avuto la nausea di una parola, 'disonore', che mi sentivo appicciata addosso, e che trovavo così ridicola tra tutta quell'immondizia.

Nella 'famiglia' tutto era disonorevole per me: l'efferatezza di mio padre, a malapena capace di leggere eppure a capo di un grosso mandamento, l'aria da grande signora di mia madre, gonfia in pellicce rosse non solo del sangue di qualche povera bestia.

I momenti più felici dell'infanzia erano stati quelli passati lontano, lontana dai pericoli di casa, nei collegi svizzeri, o nelle residenze segrete di insospettabili complici di mio padre.

L'essere una ragazza m'aveva risparmiato il dover seguire le sue orme: nei suoi piani sarei forse stata la sposa ideale per avvicinare un'altra famiglia, allargare le zone di influenza, generare nuovi soldati di un esercito di bastardi.

In seguito al tradimento di alcuni picciotti che aveva causato la morte di uno zio, mio padre s'era ossessionato alla sicurezza, ed ingegnosamente si adoperava anche solo per esorcizzare la paura di un agguato.

Da tempo ormai, me ne ero resa conto, faceva cambiare di continuo i suoi guardaspalla, agendo in modo tale che nessuno di loro potesse sapere con chi si sarebbe trovato assieme.

Tutto inutile.

Qualcuno di più potente di lui aveva deciso che doveva morire ammazzato.
E ammazzato mori'.

Mi costa solo un minimo sforzo mnemonico tornare indietro a quel giorno.

Eravamo a cena: lui a capotavola, lei alla sua destra, io dall'altro lato del tavolo.

Come colonne, in altre circostanze v'avrei forse visto un simbolo massonico, alla porta d'ingresso se ne stavano Salvo e Cosimo, due tra i più fedeli uomini di mio padre, da sempre al suo fianco nelle  'imprese' di 'famiglia'.

Imprese, insisto su questo punto perche' voglio convincerti dell'odio che ancora nutro per lui, di cui quel porco non si faceva scrupolo a parlare ed a vantarsi: così l'uccisione di un imprenditore che non pagava era qualcosa di cui pavoneggiarsi per settimane, la puntuale riscossione del pizzo un esempio d'efficienza di cui si sarebbe rallegrato Don Pasquale.

Beh, mi ricordo esattamente come avvenne.

Stavo mangiando un ottimo filetto di manzo argentino.

D'un tratto, a un cenno convenuto che per caso notai, Salvo e Cosimo si avvicinarono, l'uno a destra, l'altro a sinistra, a mio padre.

Mentre Cosimo, un tizio corpulento e decisamente più forte di quel vecchio bavoso gia' obeso, lo immobilizzava, tenendo premuto il suo brutto muso sul tavolo con tutto il suo peso, incurante delle bestemmie e di minacce ormai ridicole, Salvo sfilava da dietro un quadro un pugnale e gli tagliava la gola.

Crepo' come meritava: dimenandosi come un animale.

Io, nessuno badava a me, continuavo a gustare il mio filetto con una calma straordinaria: mi spiaceva solo, per certi versi, di non aver ucciso io quel verme maledetto, ma liquidare un boss della mafia non e' cosa facile, e quei due senza saperlo m'avevano fatto un gran favore.

Seduta al mio posto, bevevo un sorso d'acqua e li osservavo.

Salvo, stesa sul pavimento con un pugno quella gallina di mia madre, che s'era alzata gridando istericamente e cercando una patetica fuga verso le sue camere, fece un cenno a Cosimo.

Morte per soffocamento ... mani serrate a stringere un collo grondante di collane e collanine ... chissà a cosa stava pensando quella puttana negli ultimi istanti di vita ...

Sicuramente non alle povere vittime di violenze anche peggiore di quella che ora pativa, violenze di cui lei era stata tante volte la prima istigatrice.

'Bene, e adesso sei rimasta tu signorina: non abbiamo nulla contro di te, ma devi morire anche tu'.

Era evidente: la loro ansia, ed il loro piano era stato tutta dedicato all'eliminazione di mio padre.

Una sua reazione violente, girava spesso armato, era da mettere in conto: morto lui, la faccenda si limitava ad un ordinaria pratica da macellai, cui quei due bastardi erano ben abituati: uccidere due donne.

Con magnifica calma mi alzai dalla mie sedia.

Li guardai mentre respiravano affannosamente, ancora un po' stanchi e agitati.

La mia tranquillità forse li sorprendeva, o addirittura li divertiva.

Salvo mi guardò ancora ansimante, e uno strano pensiero gli traversava la mente.

Mi aveva vista crescere, ma per un cane come lui non esistevano dubbio, tentennamenti, figurarsi pieta' o empatia.

'Adesso ti ammazziamo' continuo',  'e poi ce ne andiamo a puttane per tutta la notte. Forse pero' prima ci divertiremo un po' anche con te ragazzina'.

Sorrisi, insirai profondamente con il naso, strinsi i pugni e mi levai il tovagliolo.

Mi misi in posizione.

'Non esserne tanto sicuro, idiota'.

D'improvviso Salvo si fece scuro in volto: dubito che il mio atteggiamento l'avesse preoccupato, ma anche una semplice sorpresa che contraddica lo svolgimento di un piano articolato turba un animo teso ed eccitato.

E così, mentre Cosimo frugava tra i due cadaveri, e strappava collanine, e cercava documenti, Salvo mi venne addosso iroso e violento, ben deciso a sbrigare in fretta la pratica 'Vera'.

'Iaak'

Di certo quell'energumeno non s'aspettava un calcio rovesciato: lo colpii alla tempia, e crollo' privo di sensi a terra, come un sacco di tuberi o d'immondizie.

'Allora Salvo, che ne dici del mio Gyaku Mawashi Geri?'. Non mi aspettavo alcuna risposta, e aggiunsi sarcastica: 'Mah, sei già svenuto? Che delusione!'.
Quindi mi risolsi all'altro.
'E tu, eroe, adesso è il tuo turno. Cosimo, vieni qui, vieni che t'ammazzo come cane. Dai, ho voglia di farla finita con tutto questo schifo, adesso!'.

Sorpreso dalla piega inattesa che avevano preso le cose, Cosimo fece per rialzarsi, ma prima agguanto' il coltello che aveva appena finito di usare per uccidere mio padre.

'Oh davvero? Ma che bella idea' sussurrai.

Si avvento' addosso a me con il pugnale, ma l'affondo era prevedibile, lento, impacciato, e lo disarmai facilmente.

Quei bastardi avevano l'abitudine di terrorizzare dei poveretti, gente che ne aveva forse rispetto oltre che paura, non certo una Karateka cintura nera come me.

Da anni m'allenavo, in segreto, nei Dojo delle varie città in cui vivevo, e la disciplina, e la tecnica perfetta tante volte lodata dai maestri fruttava finalmente, e come meglio non avrei potuto neppure immaginare.

'Questa mossa invece si chiama Tanto Jutsu' gli mormorai all'orecchio mentre lo tenevo stretto in una presa saldissima, il pugnale ormai nella mia mano.

'Allora, che te ne pare del Karate? Ho avuto degli ottimi insegnanti, non ti pare?'

Il porco non sembrava gradire nè tecnica nè ironia.

Stanca di dare una lezione di civiltà a un simile individuo, che non faceva altro che schiumare rabbia e maledirmi, lo finii tagliandogli semplicemente la gola.

Prima di andarmene conficcai il pugnale nel cuore di Salvo, che tardava ancora a risvegliarsi.

Mentre i cadaveri si freddavano in salone, io mi davo da fare: la combinazione della cassaforte era quello che mi interessava.
Ovviamente mio padre era troppo idiota per ricordarsela a memoria, e infatti gliela trovai addosso.

Svuotai la cassaforte.

Sommariamente, stimai il tutto attorno ai 3 milioni di euro: una bella cifretta per le piccole spese, vero padre?

Mi nascosi in giardino ed attesi che si facesse notte.

Quindi, con una borsa piena di soldi ed una fretta che non volevo si trasformasse in frenesia scesi fino in paese.

Tirai giù dal letto Don Angelo, e per una volta 'Don' sta per sacerdote, un uomo che lottava da sempre contro la malavita e che in segreto stimavo profondamente.

Chiuso in una magrezza capace di affermare nello stesso modo fragilita' e tenacia, caratteri che si sposavano ancora con un'eta' ormai veneranda, forse si spavento' non poco nel vedermi comparire alla sua porta.

Gli consegnai il denaro e gli affidai il compito di restituirlo ai legittimi proprietari.

Don Angelo, al quale da bambina, prima di perdere la fede, avevo confessato a mezze parole quanto sufficiente a confermare le sue convinzioni, ma gravandole di dettagli atroci, insopportabili per chi crede ad un Dio morto in croce per l'umanita', mi chiese, si offri' d'aiutarmi, manifesto' una preoccupazione che non poteva essere disgiunta da affetto e comprensione, ma ad un mio 'no' non insistette, e forse capi'.

Il giorno dopo mandai a Don Pasquale una telegramma: gli promisi che non cercavo vendetta, e che poteva fare quel che voleva degli affari di mio padre, di tutti gli affari, e dei conti, e dei beni a intestati ai suoi prestanome.

Gli diedi anche un'ulteriore rassicurazione: non avrei avvertito le forze dell'ordine, e dunque altri suoi picciotti avrebbero potuto cercare in casa i documenti che l'interessavano.

Non accennai ai soldi che avevo prelevato dalla cassaforte, ma certamente quell'uomo potentissimo, capace di condizionare gli appalti di un'intera regione non aveva pronunziato quella condanna a morte per pochi spiccioli.

Aggiunsi che poteva considerarmi morta  e che dopotutto ero convinta d'avergli reso un servigio sbarazzandomi di due traditori, due ceffi che se ieri avevano tradito mio padre, domani forse lui avrebbero potuto vendere.

Anonimamente leggevo sul giornale, nel vagone di un treno che mi portava lontana, del misterioso massacro di San Vito, degli investigatori, tutti sul libro paga di Don Pasquale, che ipotizzavano per la stampa ansiona di gossip una strenua lotta tra mio padre e le sue guardie del corpo contro degli assalitori esterni.

Io ero assente, e dalle indagini e dalle domande dei cronisti, e questo mi rassicuro' circa l'intenzione di Don Pasquale di accettare la mia proposta.

Quel giorno partii per Berlino: da allora non sono mai più tornata a San Vito, nè mai vi farò ritorno.

Io sono morta per quel mondo.

I primi tempi, da profuga su in Germania, furono certamente difficili.

Ero abituata a vivere lontana da casa, in un paese che non fosse il mio, nè avevo problemi con le lingue: per la prima volta però ero senza un soldo, sprovvista di ogni minima forma di sostentamento.

Di solito l'animale pagava la retta dei collegi, e mi mandava anche dei soldi per le mie cose, che però non usavo quasi per nulla.

Sorprende sempre questo mio comportamento: non ci si riferisce a proprio padre spesso come 'animale', vero?.

Ho parlato del mio passato solo con una persona, un amico che ho amato moltissimo: perfino lui la prima volta che gli ho accennato 'dell'animale' ha faticato ad accettare un giudizio così netto, severo, definitivo, senza spazio per discussione alcuna.

Ma poi ha capito, ed anzi ha finito per guidarmi ancora più a fondo nell'odio per quel verme: l'ho ritrovato così grazie a lui oggettivo, e spogliandolo d'ogni parzialità l'ho reso universale.

Di come questo sia inerente a questa confessione parlero' in futuro.

Si potrebbe pensare dunque che ai tempi fossi un'idealista esaltata, una fanatica con la puzza sotto il naso, e che questi miei comportamenti così estremi non fossero altro che un vizio che potevo, molto semplicemente, permettermi senza correre alcun rischio.

Una delle tante figlie di papà rivoluzionarie, dure e pure, ma solo a parole: a slogan pronte a cambiare il mondo, e poi invece leste a tornare sui propri passi quando l'esigenze degli altri intaccano privilegi personali.

L'odio nei confronti di mio padre, egualmente, si potrebbe ricondurre a una certa forma di autorità che egli esercitava su di me, limitando la libertà e quindi riempiendomi di costernazione e frustrazione.

No: io odiavo fisicamente, visceralmente mio padre e quella ricchezza, immensa, di cui ci circondava, di quella smania di potere di cui era schiavo, di quell'ossessione che aveva levato a proprio Dio.

Tutto mi dava la nausea.

E dire che sicuramente grazie a tutto questo sono stata una bambina molto felice: ho vissuto fino ai dieci anni l'esistenza agiata di una principessa.

La mia stanza era più grande dell'aula di scuola, il letto a baldacchino, le bambole, i vestitini erano un sogno per le altre bambine.

L'autista che mi portava a scuola, e che puntualmente m'attendeva all'uscita, faceva invidia a tutti, ed io, almeno in parte, percepivo questa invidia e ne godevo.

A scuola tutti, dal primo all'ultimo, erano servili con me: non voglio dire che ne approfittassi, ero talmente piccola che non avrei neppure saputo formulare un capriccio, ma sicuramente mi sentivo unica.

Ero unica.

Ero l'unica figlia di un cane.

Tutto cambiò, radicalmente, definitivamente, violentemente, quella notte.

Già a quei tempi soffrivo d'insonnia: mi alzavo a volte nel cuore della notte e scendevo in cucina a prendermi una tazza di latte e miele che spesso m'aiutava a riaddormentarmi.

Quella sera la luce in cucina era accesa: vi sentivo provenire delle voci concitate - voci conosciute che non mi spaventarono dunque.

In pigiama, un po' assonnata, entrai in silenzio in cucina e lo vidi.

Seduto al tavolo, dove io facevo colazione ogni mattina, c'era una bambino legato e imbavagliato: il suo viso gonfio, tumefatto, sporco, mi terrorizzò. Mi guardò un solo istante: non dimenticherò mai il suo occhio nero, quel rivolo di sangue coagulato sotto il naso, i  singhiozzi, rotti solo di tanto in tanto da un respiro più profondo e affannoso.
Tremava.

'Cosa fai tu qui?'

La voce severa di mio padre mi sorprese.

'Io volevo il mio latte'

'Vai a letto, stanotte niente latte' mi disse con tono perentorio.

Indugiai un attimo, guardando ancora il bimbo.

'Ma lui chi è?'

Mio padre allora si rivolse spazientito a uno dei suoi uomini e aggiunse:

'Cosimo, prendila e portala a letto'.

Cosimo mi prese di forza in braccio e, facendomi un po' male, mi portò in camera mia.

'Lui chi è Cosimo?' chiesi anche a lui.

'Lui non è nessuno' si limitò a dire in dialetto aggiungendo dopo una breve pausa 'Dimentica tutto, è solo un brutto sogno'.

No, non era stato solo un brutto sogno.

Le insonnie da quel giorno peggiorarono, ma ero terrorizzata e non osavo più scendere in cucina.

E nel cuore della notte alle volte mi svegliavo con il cuore che batteva all'impazzata, e allora mi pareva di sentir venire, dalla cantina, delle urla disperate di dolore.

Non chiesi più nulla a mio padre, ma ascoltavo, per la prima volta, le sue conservazioni con gli zii: 'Se non pagano gli tagliamo anche l'altro orecchio', 'quei bastardi mantovani non hanno capito cosa devono fare' e ancora 'Beh, adesso che abbiamo i soldi ci conviene farlo sparire, è troppo rischioso liberarlo'.

Iniziai a rifiutare il cibo: non potevo più mangiare, non più in quella cucina, non più in quella casa.

Tentarono con le buone, poi con severità: niente da fare.

Dimagrivo sempre di più, rifiutavo tutto, e iniziavo a non sentirmi bene, a perdere le forze.

Passavo giornate intere nel letto, con una strana febbre che non ho più avuto da allora.
Infine il medico capi' che era una forma nervosa, e allora fu consigliato a mio padre di mandarmi lontana.

Quella fu la mia salvezza.

Lontana: lontana dalle conversazioni di Cosimo e Salvo, che ridevano raccontandosi per l'ennesima volta della manovra che aveva mandato fuori strada l'auto di quel bambino, del colpo di pistola a bruciapelo all'autista che aveva accennato una reazione, e della disperazione della madre cui lo avevano strappato, e delle botte per farlo star zitto, e di quel pezzo del suo stesso orecchio che gli erano riusciti a far mangiare, a forza di tenerlo digiuno per giorni in cantina.

Lontana da mia madre, egualmente disgustosa quando recitava il rosario e raccomandava a mio padre 'di fare le cose per bene, in modo che non restino testimoni'.

Lontana, infine, da quel giardino, dove io sapevo, e forse era vero, che riposava ormai il corpicino devastato di quel bambino, di cui non ho mai saputo il nome, sotto una piscina fatta costruire in fretta e furia.

Arrivai a Berlino in un freddo giorno di primavera: c'ero già stata un anno prima in vacanza, e conoscevo perfettamente il tedesco. In quella città cosî grande eppure non impersonale, avevo instintivamente sentito di poter iniziare una nuova vita.
Una vita che iniziava certamente tra mille difficoltà, le piu' evidenti economiche: dei soldi che avevo preso con me non rimanevano che pochi spiccioli dopo il lungo viaggio, e la pensione nella quale alloggiavo, ove avevo una squallida cameretta senza neppure servizi personali, non me la sarei potuta permettere che per poche settimane.

Iniziai subito a cercare un lavoro, con due obbiettivi precisi in mente.

Da una parte non dipendere da nessuno - non sarebbe stato difficile nelle mie condizioni farmi mantenere da qualche sciocco amante, ma non uscivo certamente da un incubo per spegnere la mia vita tra le braccia di un qualche mediocre Casanova - e iscrivermi all'università.

Sono grata, enormemente, alla tenacia di quella giovane donna che sono stata io stessa: è stato solo grazie al suo coraggio, alla sua forza se sono riuscita a costruire, partendo da una situazione terribile (non avevo certo ucciso a cuor leggero, nè assistito alla morte dei miei genitori senza orrore, per quanto avessi nell'immediato avuto una reazione adrenalinica eccezionale), un'esistenza per certi versi serena.

Al dolore intriso di quel sangue si sarebbe sovrapposta gradualmente, e infine sostituita, una consapevolezza di mite rassegnazione al male distillato in ogni essere umano: compagno di questo lungo, accidentato tragitto sarebbe stato l'unico amico che abbia mai avuto, e che anche oggi, che pure viviamo lontani, anche oggi che le circostanze della vita c'hanno separato, è per me piu' intimo di ogni amante ch'abbia avuto.

Sapevo di poter contare sulla mia bellezza, e non meno sulla mia ottima preparazione scolastica: già negli anni di studi mi era capitato tante volte di aiutare i compagni di classe nei compiti, soprattutto di latino, fisica e matematica, e non mi sarei certo stupita di poterlo fare per denaro.

Per quanto riguarda l'avvenenza, non ci pensai due volte quando, passando davanti un locale di strip-club, vidi che cercavano personale: entrai con la precisa intenzione, comunque, di fare un discorso chiaro al gestore.

Sarei stata ben disposta a servire ai tavoli mezza nuda, a esibirmi con la lap-dance, ma a fare null'altro che non fosse in questo menu': specialmente in quel periodo avevo una repulsione totale nei confronti degli uomini, repulsione che non m'ha mai abbandonato del tutto, per quanto non mi possa definire completamente omosessuale.

Il gestore, un ometto sulla cinquantina, capelli cortissimi ormai grigi, lievemente claudicante, un uomo che, visto in mezzo alla strada, si sarebbe pensato fosse un impiegato delle poste, mi rassicuro': spiego' che la prostituzione era legale in Germania, e che quindi solo raramente i clienti provavano un approccio con le ragazze, e che comunque dentro il suo locale lui non ammetteva si nè consumassero rapporti sessuali, nè droghe.

Non credo fosse sincero: quello che mi premeva era avere una sicurezza almeno formale. D'altra parte le altre ragazze, diverse dell'est-Europa, un paio di sudamericane, erano certo felici di avere una concorrente in meno, e quindi furono ben disposte ad accogliermi tra loro.

Passai, in totale apnea, un anno circa lavorando in quel locale 2-3 volte alla settimana. Delle avventure, piu' o meno pericolose, ma anche piu' o meno ridicole, che mi capitarono raccontero' forse un'altra volta.

Avevo tappezzato biblioteche e bacheche all'università, dove riuscii' a iscrivermi, a fisica, con i soldi dello strip-club pochi mesi dopo il mio arrivo, di annunci per ripetizioni: promettevo prezzi modici e cortesia.

Ebbi successo oltre le mie aspettative: insegnai in quei mesi Italiano, matematica, fisica, latino ... e riempivo i miei pensieri di Svevo, Catullo, Galileo.

Man mano che il tempo passavo, con le ripetizioni, tenute dopo le lezioni all'università e nel week-end, riuscii a guadagnare abbastanza: mollai dunque il lavoro al club.

Ne avevo abbastanza di quelle luci soffuse che non avevano nulla di intimo, di quella musica jazz a coprire i sordidi commenti di qualche vecchio porco, di quell'eccitare senza consumare: soprattutto pero' ero stanca, e iniziavo, man mano che le preoccupazioni economiche si facevano meno pressanti, a pensare, a ricordare.

Una notte, mentre tornavo a casa dal club, mi precipito' tutto addosso assieme in un istante: senza una precisa ragione scatenante, rividi ogni cosa.

Vidi il mio passato come un marchio indelebile che mai sarei riuscita a estinguere: non riuscivo piu' neppure a credermi diversa da coloro dai quali ero fuggita lontana.

Mi appoggiai a un lampione e scoppiai a piangere.

Mi sentii tremendamente sola, anzi di piu': sentivo che sarei stata sola per sempre.

Con l'ultima lezione prima della pausa invernale, si concludeva finalmente la parte introduttiva del corso di 'ExperimentalPhysik': l'insegnamento delle nozioni necessarie per saper dove mettere le mani in laboratorio aveva occupato le ore più noiose di quei mesi autunnali all'università, mesi per altri versi invece entusiasmanti.

Se infatti l'astrazione del corso di Algebra, il rigore di quello di Analisi, e non da ultimo la sintesi di questi due in quello di Fisica, m'avevano riempito di curiosità e voglia di dedicarmi davvero alla materia, le lezioni di fisica sperimentale m'erano sembrate davvero sottotono.

Non si facevano che ripetere, ma senza nessuna cura ai dettagli, risultati di algebra, argomenti di analisi e cenni di fisica.

Quel giorno comunque sarebbe stato importante: si sarebbero infatti decisi i gruppi, da 4 persone, per la parte pratica.

Ogni gruppo si sarebbe dedicato, a rotazione, a uno degli esperimenti (isocronia del pendolo, esperimento di Tizio, prova di Caio e blablabla): sarebbe seguita una relazione scritta, sulla quale saremmo stati valutati in sede di esame.

Avevo già addocchiato un paio di studenti, maschi, della prima fila.

M'erano sembrati entrambi molto preparati: uno un po' timido, l'altro, dietro la sua spavalderia, sicuramente ancora più timido. Non sarebbe stato difficile, a quel punto, tirar dentro un 'quarto qualsiasi', magari quella ragazza carina dai capelli rossi, che prendeva gli appunti sempre, anche quando non serviva proprio.

La sveglia suono' alle 8: ormai m'ero abituata all'università, faceva parte di quella quotidianità che dava sostanza, solidità, alla mia vita.

Era una sostanza, ovviamente, soprattutto apparente, ma ero ancora in attesa di capire cosa dovesse venire prima, ovvero l'apparenza di solidità o la solidità stessa.

Il condizionamento della nostra mente è un attore di prim'ordine in quel tragicomico sceneggiato che ci ostiniamo a chiamare la 'nostra' vita, che in realtà di 'nostro' ha ben poco, visto che è contaminata da artefatti, o impreziosita da elementi, che 'nostri' non sono.

L'idea che ho maturato è che queste entità 'esterne' siano calamitate o tenute lontane dall'atteggiamento esteriore molto più che non dalla realtà autentica delle cose: come, e quanto, questa idiozia, questa viltà di fondo dell'essere umano sia cagione di sofferenza resta per me un motivo di odio, anche se un poco addolcita dalla convinzione di una sventura comune, nei confronti dell'umanità.

Colazione, toilette, trucco leggero, ed anche quel mattino ero pronta per uscire.

Presi, al solito, la bicicletta, ma non avevo fatto i conti con le insidie del gelo: passando sopra un binario del tram, persi il controllo della ruota anteriore, vibrai un attimo attorno ad un asse di equilibrio ormai instabile e rovinai a terra. Cercai giusto di cadere di spalla, a quel punto penso sia l'unica cosa da fare.

Non mi feci che un graffio al ginocchio destro: l'andatura era d'altra parte, ovviamente, limitata, e fu soprattutto un brutto spavento.

Un giovanotto in attesa del tram m'aiutò: raccolse la borsa, i libri che erano usciti fuori nella caduta, sparpagliandosi sul marciapiede.
Mi chiese se andava tutto bene, e intanto perdeva il suo tram.

Era un bel ragazzo biondo, alto, forse un paio d'anni più giovane di me: mi sembrava sinceramente preoccupato.
Guardava davvero il mio ginocchio, non il resto, come di solito facevano, e fanno ancora, gli altri.

Lo rassicurai: stavo benissimo.

Lo ringraziai, e poi, prima che potesse dirmi, o chiedermi, qualsiasi altra cosa, lo zitii baciandolo sulla bocca.
Rimase senza parole.
Quindi, senza aggiungere altro, salii di nuovo in sella e me ne andai di corsa.

'Ahhhh! Sono in ritardo' dicevo tra me e me, ma nel sottofondo dei miei pensieri, lo ammetto, quel bel ragazzo restò per qualche giorno, e ancora oggi, a dieci anni circa di distanza da quel giorno, non riesco a pensarvi senza una certa emozione.

M'ero sorpresa io stessa di quella reazione: non m'era mai neppure capitato di pensare di poter baciare un estraneo, figurarsi sulla bocca poi!

La lezione iniziava alle 9, ed io entravo nel cortile del dipartimento che erano già le 9 e 15 ...

Lasciai la bici al solito posto, quindi mi precipitai verso l'aula!
Correvo come una matta per quei corridoi semi-deserti: tutti erano già a lezione, tranne me, tranne Vera!

Entrai nella grande stanza un po' ansimante: i miei compagni erano tutti in piedi, a gruppetti, a parlare tra di loro.

Come mi aspettavo, quella non era una lezione come le altre, ma un'occasione per conoscersi un po' meglio, scambiare quattro chiacchiere e farsi un'idea delle aspettative e delle capacità altrui.

Con lo sguardo cercai i due ragazzi delle prime file: li trovai, assieme alle due ragazze che s'erano sedute vicino a me il primo giorno, in un angolo, già a parlare di millimetri di mercurio e legge di Hooke.

Ahimè, i miei piani andavano in fumo, e incrociando lo sguardo di uno dei due mi sembrò di intuire che forse anche lui aveva pensato a me come possibile compagna, e che invece gli erano capitate tra i piedi quelle due ochette sempre in orario e perfettine.

Lo ammetto: ero un po' scocciata e nervosa, ma dopotutto quelle due ragazze non si meritavano del tutto la mia furia.

D'altra parte restò tutta dentro la mia testa, e solo per pochi istanti: diventava prioritario, a quel punto, cercare qualcuno, sperando che non fossero rimasti disponibili solo gli altri ritardatari, magari quelli cronici ...

Identificai subito, ancora da solo, Karl, un ragazzotto molto alla mano e piuttosto rozzo che però era sempre a lezione, e non interveniva mai a sproposito quando un professore chiedeva un'opinione a noi studenti. Non mi sembrò assurdo che i suoi modi un po' bizzarri, la sua ironia un po' troppo condita di improperi, il suo modo di vestire al limite della decenza, l'avessero isolato: pure io che non le frequentavo me n'ero resa conto.

Tutti questi particolari per me erano di secondo piano, specialmente in quel momento.

Mi ci avvicinai e senza tanti complimenti gli comunicai 'Ok, noi stiamo assieme. Adesso dobbiamo trovarne solo altri due'.
Come se l'averlo scelto fosse stata la cosa più naturale del mondo, come se non fosse strano che una ragazza, una come me per giunta, rimorchiasse un tizio border line come lui, seraficamente replico' 'Ok, io ne cerco uno, tu occupati dell'altro'.

Erano le prime parole che ci scambiavamo, e avevamo usato un linguaggio davvero informale e confidenziale quasi. Mi piacque quel suo non conoscere formalismi di sorta, quel suo passare dall'inerzia all'azione in un batter di ciglia.

Sapevo bene che lasciandogli carta bianca rischiavo di portarmi a casa un altro del suo stampo, e infatti fu proprio quello che avvenne, e quindi era mio interesse cercare di mediare le cose intruppando qualcuno di più moderato, morigerato, sobrio ...

Una donna magari.

Qualche giorno prima avevo scambiato due parole con Pia, una bella ragazza dai lunghissimi capelli neri, uno sguardo dolce e allo stesso tempo profondo, dai modi gentili e pazienti, eccezionalmente matura. Una persona inquietante in virtu' delle sue qualità: per la prima volta in vita mia, anche se avevamo parlato giusto di musica, m'ero sentita quasi a disagio con lei.

L'istinto mi diceva che una persona simile avrebbe potuto vedermi dentro, avrebbe potuto scoprire i miei terribili segreti: anzi, sentivo che io stessa avrei potuto dirle tutto. Ne ero attratta sicuramente, non in senso erotico, ma addirittura mistico.

Con gli anni mi sono resa conto che avrei voluto dirle tutto: cercavo per certi versi in lei l'assoluzione dei miei peccati, e un amore quasi materno.

Ma non ero pronta: e la sensazione d'aver perso, in quegli anni, una possibilità che il caso mi porgeva generosamente e che io invece evitavo, fu, successivamente, uno dei principali motivi per i quali, con lui, fui io a fare il primo passo, quando, tempo dopo, sentii ancora quella stessa sensazione di attrazione per una persona.

Le mie prime parole con Pia ...

Ero in corridoio: canticchiavo una brano barocco di Baldassare Galuppi che pensavo d'essere l'unica al mondo a conoscere, quando lei, che mi veniva incontro, al momento in cui i nostri sorrisi si incrociavano per il solito saluto, accompagno' per qualche battuta il mio canto con il suo.

...

Non la trovavo da nessuna parte: nel frattempo Karl, con un cenno di richiamo, catturò la mia attenzione per farmi capire che aveva trovato il terzo membro del gruppo.
Lo vidi li in piedi a parlottare con Joseph, un suo degno compagno di bevute e concerti heavy metal avrei giurato.
Si concretizzava il mio timore: a quel punto Pia diventava necessaria.

Entrò proprio in quell'istante, in notevole ritardo.

Prima che potesse togliersi la giacca, l'avevo già agguantata.

Non la salutai neppure
'Ehy Pia, perchè non facciamo assieme il corso?'
Mentre si toglieva la sciarpa e la beretta, strabuzzando gli occhioni, abbozzò un ..
'Ecco cosa mi ero dimenticata ... oggi era il giorno della scelta dei gruppi ...'
La incalzai gentilmente
'Allora, stiamo assieme?'
Mi guardò con un sorriso dolcissimo.
'Certo Vera, stiamo assieme'.
A quel punto potevo anche dirle la verità, no? La terrificante verità di un gruppo davvero folle.
'Ecco ... beh, erano rimasti solo Karl e Joseph ... spero non sia un problema per te'
Scoppiò in una risata.
Mi accorsi che era davvero una bella ragazza, e che il pallore della sua pelle era perfetto con quelle labbra, quegli occhi grandi e scuri, e ... con tutto il resto.
Aggiunse con la sua voce mansueta eppure intrigante
'Spero che non sia un problema per loro essere con noi!'.

Aveva detto 'noi'.
Aveva messo l'accento su 'noi'.
Da quanto tempo non ero stata parte di un 'noi'?
Lo ero mai stata?

In quell'istante l'amai, e feci di tutto per non volerlo ammettere neppure a me stessa.

Pensavo solo a una cosa: ci saremmo divertite come matte!

Quella fu l'ultima ora di lezione prima delle pausa invernale.

Per il resto della mattinata erano stati cancellati gli altri corsi: in atrio si teneva un piccolo party a base di Nutella, Coca Cola, Panettoni e qualche spumante di terza categoria.
Vi partecipavano tutti gli studenti, anche quelli dei corsi avanzati, e anche qualcuno del corpo docenti.

Il caro professor Meier, che ai tempi non conoscevo ancora, prese una chitarra e si mise a cantare una vecchia canzone d'amore, mentre attorno a lui era tutto un chiacchierare allegro, uno scambiarsi piccoli doni, un annotare sul diario numeri di telefono, o indirizzi e-mail, con la promessa di risentirsi, magari per l'ultimo dell'anno.

Era stata, fino a quel momento, una giornata eccitantissima per me: era forse l'atmosfera festosa a mettermi addosso quella frenesia un po' folle, e dopotutto così naturale in una ragazza di appena vent'anni.

Il bacio a quel ragazzo sconosciuto, l'emozione fortissima provata per Pia ... tutto rieccheggiava dentro di me, e ora prendeva la forma tangibile del desiderio, ora evocava l'impalpabile immagine dell'illusione.

Qualcosa di irrefrenabile, una forza sopita si risvegliava in me, per nulla attenuata dal suo lungo dormire.

Era la mia voglia di vivere, di amare e di essere amata.

Mi avvicinai a Pia: la tenevo d'occhio da un po', avevo notato che girava senza convinzione per l'atrio, scambiando solo poche chiacchiere con gli altri.

Le volevo parlare: mi sarebbe bastato darle un innocente bacio d'augurio per l'anno nuovo, e poi me ne sarei andata a casa, dove mi aspettava una montagna di lavoro da fare. Non avevo nessun motivo per ritenere di piacerle, intendo in senso stretto, e non era certo quello il momento di indagare.

Volevo solo tenerla nei miei pensieri ancora un attimo: cercavo un'ultima immagine, da imprimere nella mia mente per rievocarla nei sogni.

Le feci un cenno di saluto.

Levo' il suo bicchiere in mio onore.

'Tanti auguri Vera, e buon anno!'

Le sorrisi.

'Anche a te Pia, buon anno di cuore'.

Aggiunse quindi quella che era la più ovvia, naturale, innocua, delle frasi.

'Tornerai in Italia per le feste?'

Mi sentii morire dentro.
Lo sapevo.
Era troppo presto.

Replicai meccanicamente

'No, resterò qui a Berlino per le vacanze'.

Non avevo detto nulla a nessuno, nè della morte dei miei genitori nè, ovviamente, dei dettagli della loro fine terribile.

Cercando di non lasciar trapelare alcuna emozione, ma invece dando l'impressione d'essere a metà tra costernata e imbarazzata, continuai:

'Ora scusa, ma devo andare, ho un appuntamento'.

Mi lasciai alle spalle la festicciola: me ne tornavo, in fretta, a casa senza alcun nuovo numero di telefono, nessun indirizzo e-mail da aggiungere alla mia rubrica, senza nessun bacio di buone vacanze.

E la testa piena di paure, emozioni, speranze e problemi.

Arrivai a casa stranamente esausta: senza neppure levarmi i vestiti, mi lasciai cadere sul letto e mi addormentai quasi subito, risvegliandomi la sera tardi, sudata e un po' confusa da quel lunghissimo sonno pomeridiano.

Mi feci una rapida doccia.

Non volevo pensare a nulla.

In casa avevo ancora i vestiti provocanti e la parrucca che m'erano tornati utili ai tempi del mio lavoro al Club.

Me li misi, e mi truccai in modo piuttosto vistoso.

Quella notte Vera doveva nascondarsi per sfuggire al male.

O forse voleva punirsi per chissà quale colpa?

Di una cosa era certa: quella notte Vera doveva diventare un'altra.

Non mi ubriacai quella notte.
Nè presi droghe.

Volevo essere perfettamente cosciente, meditare sullo squallore nel momento esatto in cui questo avrebbe preso forma umana per impossessarsi di me.

Uscita di casa, salii su un Tram per il centro.

Entrai in un locale notturno di cui avevo sentito parlare al Club, decisa a farmi male più che potevo.
Ci riuscii benissimo.

Rimasi li dentro per quasi tutta la notte, passando da una camera all'altra, da una perversione all'altra.

Poi, all'alba, quando mi sentii finalmente salire quel senso di nausea che aspettavo, e cercavo, me ne andai.

L'inverno berlinese era freddissimo.

Camminai a lungo, fino a raggiungere l'Oberbaumbrücke.

Sotto di me, l'acque gelide della Sprea.

E finalmente ...

'E se la facessi finita?'

Sarei morta in pochi istanti per ipotermia, non avrei forse neppure sofferto troppo.
Probabilmente lo shock termico m'avrebbe fatto perdere subito i sensi, e non sarei stata altro che una notizia delle pagine di cronaca nera dei giornali locali dell'indomani, e poi, finalmente, più nulla.

Non riuscivo a trovare una sola ragione per non considerare il suicidio.
La prima obiezione morale, forse l'unica che considero valida davvero, contro il suicidio, riguarda la pena che il gesto potrebbe arrecare a chi ci ama.

Un terribile senso di colpa: per non aver capito, per non aver fatto abbastanza.

Per me ovviamente non aveva alcun valore questa considerazione: ero sola.

Lo ero da quella notte, quando da bambina avevo conosciuto il male, e il male m'aveva strappato via ogni dimestichezza con la vita, e soffiato via lontane le sciocchezze di cui la si riempe.

Ero sola e non credevo a niente, e non sentivo nulla.

Perfino l'edonismo mi sembrò una virtu' in quell'istante.

Perfino quei luridi che m'avevano stuprata, perchè è stupro quando una ragazza si trova in quelle condizioni, mi sembravano dei saggi: dopotutto avevano trovato una ragione di vivere, e se pure questa s'estendesse su un breve arco temporale, mi pareva solida, se creduta davvero, ovviamente.

Io non ci credevo.

Non conoscevo il piacere della carne, e ogni giorno sommavo dolore a dolore.
Ed era tutto un susseguirsi di impegni per arrivare stremata alla sera e non pensare.

E allora perchè andare avanti?
Perchè accanirsi a vivere?
Una bella bambolina con il nero nell'anima: cosa potevo aspettarmi se non solitudine, angoscia, frustrazione perfino?

Non ce la facevo più, e in quel momento, in cui alla stanchezza s'aggiungeva il dolore, la sfiducia si trasformava in disperazione.

Avrei voluto almeno riuscire a piangere, ma ne ero ormai incapace.

'E se la facessi finita?'.

E mi domandavo se fosse un gesto più vile il suicidio, o invece il vivere nell'inganno.

Ingannavo tutti, la fuori.

'Non ne posso più'

Alla fine me ne tornai a casa, infreddolita e sporca.

Non era stata un'esperienza inutile: ero stata veramente vicina a farla finita, e la terribile consapevolezza di poterlo fare davvero, di potermi uccidere quando volevo, aveva finito per darmi una stranissima serenità.

Perfino la mia solitudine mi apparve ridimensionata: avendo scavato a fondo dentro di me, e non avendovi trovato altro che fragilità e paure, mi convinsi che null'altro che fragilità e paure albergassero anche negli altri, che erano solamente piu' abili, o piu' sciocchi di me.

Non ho cambiato piu' idea da allora: sono sempre convinta che l'uomo non sia che pesante architettura costruita su una nuvola, e che dentro ognuno, per chi ha la pazienza di indagare, evitando le apparenze e sciogliendo i nodi della decenza, ci sia proprio quello stesso nulla che carezzai quella notte in bilico sulla Sprea.

Ma se allora questa intuizione era a volte motivo di sconforto, quando la calavo solo su me stessa, altre di sollievo, quando un po' egoisticamente ne investivo tutti, con il tempo v'avrei associato il piu' puro dei sentimenti: l'amore che lega due persone egualmente consapevoli, mi sembra oggi rafforzato dalla sua stessa fragilità.

Fino al giorno in cui provai personalmente questo sentimento, non ne avrei creduta l'esistenza: e detestavo i poeti, capaci di evocare immagini magnifiche, dare vita a fantasmi, ideali, della propria mente per tenerli al proprio fianco, e che invece non esistevano affatto.
E se quel sentimento non durasse da tanti anni, e non fosse completamente disgiunto dal piacere dei sensi, dalla passione che confonde la mente, brucia e si dilegua, non lo chiamerei amore, ma infatuazione, innamoramento, estasi, e non avrebbe per me lo stesso valore.

Non giudico chi trova nella passione il calore della propria esistenza, nè escludo di riuscire a imparare io stessa a lasciarmi sopraffarre da una beatitudine, quella infusa dai sensi, che fino ad oggi non è mai riuscita ad appagarmi davvero.

La mia sventura era che non nei mille corpi che mi circondavano, nella loro bellezza superficiale, avrei trovato ristoro, complicità, eco alle mie ossessioni: sarebbe dovuto intervenire il caso per stravolgere un incontro, fare di uno scambio formale di opinioni un ponte tra quello che io e lui avevamo dentro nel profondo.

E ci trovammo' simili, anime gemelle, e nessuno, nè io nè lui, l'avremmo potuto dire.

Passai una settimana a letto, febbricitante: il Natale non fu che un giorno qualsiasi di una settimana qualsiasi.
Le mie condizioni fisiche, per nulla preoccupanti, mi imponevano di starmene a casa, e andare avanti a brodini caldi e riso in bianco.

Ma per Capodanno sarei stata in forma: in forma e con la mia nuova consapevolezza.

Il capodanno, a Berlino, è un evento spettacolare.

Ci si raduna, a decine di migliaia, presso la porta di Brandeburgo, simbolo un po' ambiguo di potenza e ricchezza, di gloria tardo illuminista e di nefasti accenni sciovinisti, che nel corso dei secoli ha fatto da sfondo alle diverse fortune degli Hohenzollern e di un popolo unico, capace di infatuarsi per l'idee piu' criminali e allo stesso tempo di imporsi una durissima disciplina, e pagare con il sangue la scelleratezza delle proprie scelte.

Ho letto molto di quella che per anni è stata la mia città: sulla strada dell'armata Rossa, lanciata per l'attacco finale verso la Berlino ormai in fiamme, ritrovavo, nelle donne armate di Panzerfaust a caccia dei carri sovietici da far saltare per aria, o forse della morte, la mia stessa rassegnazione, la mia identica furia.

E mi sorprendeva come l'eroismo, autentico, potesse dimorare perfino in criminali di guerra, come in quell'asso dell'aviazione nazista, fanatico anche dopo la fine del conflitto, fino alla sua morte fieramente orgoglioso della propria ideologia, eppure capace di rischiare la propria vita per salvare commilitoni di caccia abbattuti oltre le linee nemiche, e di continuare anche con una gamba amputata a combattere sul fronte orientale.

Mi trovavo a mio agio in un popolo che non fuggiva l'onere di doversi di prendere le proprie responsabilità, e che trovava nel fondersi di diritti e doveri, nel sentire cioè come dovere quello di avvalersi di determinati diritti, la soluzione per prevenire altre deviazioni verso il male.

Quella notte, mentre i Berlinesi affollavano le vie dei fuochi e delle luci, e la festa era nell'animo di tutti, io giravo in bicicletta per le vie della periferia: volevo cogliere quel vuoto magnifico che si crea solo in queste circostanze, quando i piu' sono attratti dal vortice di un evento dopotutto privo di significato, eppure capace di mobilitare milioni di persone.

Cercavo un'emozione, e sapevo bene di non poterla trovare la, in mezzo alla gente allegra e spensierata.

Sdraiata su una panchina, vicino un parco, c'era una vecchia clochard addormentata: gonfia, avvolta da grosse coperte ruvide, con due borse di plastica legate al suo bastone, era il ritratto perfetto di quel senso di emarginazione che sentivo dentro di me.

Mi fermai ad osservarla nel silenzio del suo sospirare affannato.

Il ghiaccio di Berlino e l'alcool avevano consumato quella pelle ormai lucida e lassa, cui non avrei saputo dare un'età. Il vento le aveva scompigliato i capelli grigi e sottili, che scendevano giù. disordinati, sulla fronte, sotto una grossa cuffia un po' logora.
In un lieve tremore della sua mano immaginai il suo sogno di stringersi a qualcuno.

I miei sogni ...

Capitava che mi svegliasi abbracciata al cuscino, ma non volevo ammettere di cercare il contatto fisico con un altro corpo.

Avevo escluso il sesso dai miei desideri: non ne traevo nessun piacere particolare, e mi sembrava addirittura ridicolo tutto quello riguardava il corteggiamento.

Con chi aveva provato un approccio, ero sempre stata molto fredda e distaccata: ignoravo, come forse molti fanno, che ci potesse essere ben piu' che non il semplice rapporto sessuale nell'avvilupparsi di due corpi.

Ho imparato solo con gli anni ad identificare il sesso come mero mezzo per raggiungere questa comunione particolarissima, che semplicemente lo stato mentale di beatutudine e disinteresse che segue l'orgasmo rende piu' facile conquistare.

Io non volevo il godimento di un istante, volevo il calore dell'abbraccio, quello stringersi senza alcuno scopo altro se non quello di donarsi a vicenda, completamente.

Penso nasca qui il mio preferire le donne agli uomini nell'eros: nell'esperienze, che pure ho avuto, gli amanti si sono sempre rivelati incapaci di andare oltre l'azione meccanica ed il divertimento.

Forse la mia avvenenza ha impedito loro di vedere piu' che non l'aspetto della bambolina provocante, e di sentire il battito del cuore, o di capire quello che i sospiri volevano intendere.

Stretta al corpo di una donna invece sono riuscita a risalire, o ridiscendere a seconda dei punti di vista, verso uno stadio primitivo, ove si smarrivano i pensieri, e tutto quell'insieme di sistemi di difesa che avevo eretto fin da bambina.
Non era Vera quella abbracciata a Jennifer, o Anke, o Juliet, e quindi, quando tornavo in me stessa, non me ne sentivo totalmente appagata, ma per quella mia immagine la passione è stato il primo angolo di consolazione, benchè appunto limitato ad una emanazione momentanea soltanto.

Me ne tornai a casa verso le tre di notte: attorno a me erano ancora feste, cori e colori.

Quella notte mii addormentai abbracciata al cuscino.

Volli farmi un piccolo regalo, per il mio nuovo anno.

In un mercatino dell'usato, trovai un modestissimo lettore portatile di CD, un lusso per le mie magre finanze.
Ovviamente, da solo poteva fare ben poco: occorreva la musica!

La musica ... era uscita dalla mia vita dopo il tragico deviare della mia esistenza dall'ordinario, e non ero più stata in grado di farvela rientrare, per pudore quasi.

Non avevo avuto, in quei mesi assurdi, l'animo adatto per accostarmi alla perfezione assieme fisica e metafisica di Bach, all'opulenza di Haendel, all'incomparabile genio di Mozart, all'allegrezza spenta di Beethoven, che non so perchè ho sempre accostato a Petrarca, nè, arrivando più vicini ai giorni nostri, all'impudenza gitana di Django o alle atmosfere ipnotiche di Miles Davis.

Prima della riapertura dell'università, un pomeriggio, me ne andai in centro, nel più bel negozio di musica con un'idea in testa: portarmi a casa un capolavoro.
Uno solo, che non potevo concedermi colpi di testa: anche se ormai riuscivo a pagare l'affitto senza troppe tribolazioni, non potevo certo escludere di dover affrontare qualche spesa improvvisa, e quindi cercavo di mettere da parte il più possibile.

Mentre camminavo tra scaffali ricolmi di capolavori pensavo tra me e me che forse la mia sarebbe stata semplicemente un'attesa.
Un'attesa per qualcosa, per qualcuno, di cui in quel momento non avevo idea alcuna, ma che forse, chissà, esisteva.

Se fosse stata una intuizione del mondo, l'amore astratto per un concetto, la mia presenza in quel luogo si giustificava: avrei forse colto l'illuminazione proprio grazie allo stato di grazia nel quale ci proietta l'arte. La musica, in quel caso, ma forse invece la scienza, o la letteratura, o ... altro.

E se fosse stata una persona, essa esisteva già, e come me forse amava con la medesima passione Shimley Rumsey e le sue struggenti interpretazioni rinascimentali, o leggeva avidamente i romanzi della Yourcenar, e si perdeva in musei che io non conoscevo ancora, e dei cui tesori m'avrebbe raccontato, e io avrei così visto nella mia mente il giallo di Van Gogh, o il blu di Picasso, o il pallore delle anatomie vivisezionate di Schiele.

Alla fine mi risolsi: scelsi Glenn Gould, le variazioni Goldberg, la registrazione del 1955: Bach, e il suo più grande interprete.

Ammiravo Glenn Gould, ovviamente, come pianista: ne invidiavo il genio, tanto estremo da portare a una lieve pazzia, e credevo, e questa era la ragione della mia invidia, a vivere in simbiosi con la propria arte, la propria perfetta arte.

Mentre andavo verso la cassa, con il mio piccolo regalo, mi torno' alla mente un episodio di un paio d'anni prima, quando ero ancora, dopotutto, ricca, e frequentavo la bella società.

A una festa di compleanno di un compagno di scuola era intervenuto un pianista.

In una delle numerose pause, mentre gli altri ragazzi bevevano o scherzavano, m'ero avvicinata a lui, e avevamo iniziato a parlare.

Non ho mai davvero imparato a suonare uno strumento, e forse proprio per questo ho sempre trovato delizioso discutere con i musicisti, per quanto spesso questi non siano altro che delle macchinette unineuroniche, come d'altra parte i rappresentanti di qualsiasi categoria umana.

In quel caso comunque il pianista, un ragazzo squisitamente mite, mi piacque molto: parlammo a lungo, e alla fine ci trovammo proprio a discutere di Glenn Gould, e di cosa, ancora, lo rendesse unico.

Una compagna, una ragazzetta che non sopportavo, tanto vanitosa quanto stupida, figlia di un ricchissimo industriale italiano, s'avvicinò a noi con l'unico intento di monopolizzare la scena.
Dopotutto io stavo parlando con il pianista, e doveva essere lei, la principessina, a primeggiare su tutto, con tutti.
Non era neppure gelosia, o invidia la sua, era semplice e infantilissimo egocentrismo, necessità d'avere almeno la parvenza, per gli occhi suoi e degli altri, dell'attenzioni altrui.

Fece irruzione nel nostro discorso con l'inusitata foga tipica di chi non ha nulla da dire ma riesce lo stesso a riempirsi la bocca di un sacco insulsaggini.

C'è gente che ha questa sorprendente capacità.

Interrompendo il nostro discorso, esordì:
'Noi ci siamo già visti a qualche concerto, vero? Era forse a Villa Poggi l'estate scorsa? Deliziosa vero? Si è sposato mio cugino con la Contessina Vasay'
mi sembrò il minimo fare le presentazioni a quel punto
'Daria Cozza, Horace Rumpole'
'Cosa stava suonando signor Horace? Un valtzer?'
'Veramente signorina Cozza era un notturno di Chopin'
'Certo, ora ricordo: ci siamo visti forse alla festa della Croce Rossa. Ma di cosa stavate parlando?'
'Daria, io e Horace stavamo parlando dei nostro pianista preferito'
'Si, anche io ho un pianista preferito ... non ricordo il nome ... è uno un po' pazzo che si mette a cantare durante le registrazioni. Filiberto, il mio fidanzato, mi ha detto che è il miglior pianista di tutti i tempi, e non ci crederete, ma è un matto!'
Non era neppure stato necessario scambiarci uno sguardo per intenderci.
La lasciammo continuare un po', quindi aggiunsi:
'Ah, forse ho capito a chi ti riferisci ... Oscar Wilde, vero?'
'Si, mi pare fosse proprio Oscar Wilde' continuò sicura di sè, quasi orgogliosa di conoscere un nome,
'Beh si, Oscar Wilde è anche il mio pianista preferito' concluse Horace, un attimo prima che un'altra ragazza chiamasse Daria per una foto.

M'avvicinai ancora a Horace quando stava per ricominciare a suonare, e gli mormorai qualcosa nell'orecchio.
Nella stanza tutti erano un po' annebbiati dall'alcool, nessuno faceva caso alla musica.

Horace si rischiarò la voce e annunciò alla platea distratta

'E ora, una dedica speciale alla signorina Cozza: suonerò questo Valtzer nello stile di Oscar Wilde, io suo pianista preferito'

Beh, alla fine eravamo contenti tutti: contenta lei, che non si sarebbe aspettata un simile riconoscimento pubblico, contenti noi due ... che ridevamo sotto i baffi, di gusto, mentre Horace, suonando, canticchiava aforismi di Wilde sulla rapsodia in Blue di Gershwin.

Ecco: decisi in quell'istante che il test 'Glenn Gould' l'avrei usato in futuro per distinguere gli amici ... beh, dalle cozze.

Mentre scrivo questa pagina del mio diario, con le note di Bach a riempire la mia stanza, guardo un po' malinconia questo vecchio CD, il librettino ormai logoro, i bigliettini scritti dalle persone cui l'ho prestato di volta in volta, e cui chiedevo un pensiero, anche solo due parole.

E scritto a matita, nella sua calligrafia sempliciotta, m'emoziono ancora a leggere ...

'Glenn riesce davvero a esprimere la perfezione assieme fisica e metafisica di Bach, non trovi anche tu, Vera?'

La malinconia è dolce quando si patisce la lontananza e non l'assenza.

Ricominciarono le lezioni, e io aspettavo.

Ero in una situazione di calma: giacevo tranquilla in un punto di equilibrio instabile, 'su un massimo di potenziale', avrei detto allora, usando il lessico dei fisici, cui man mano ricorrevo per parlare un po' di tutto.
Avevo rapporti dopotutto cordiali con gli altri: a lezione mi trovavo bene, non avevo problemi di sorta con i compagni, nè i professori.

Durante le sessioni di laboratorio poi, con i tre, lavoravo con entusiasmo.

Ogni tanto si rideva, o si facevano animate discussioni sui principi della meccanica; in quel ristretto gruppo di disadattati non si aveva alcun rispetto per l'altro da un punto di vista accademico, e non c'era alleanza che durasse più di un battito di ciglia.

Non mi sarebbe potuto capitare di meglio.

Poteva accadere che alle 9 in punto, mentre stavamo preparando l'apparato, io e Karl discutessimo animosamente con Joseph circa l'importanza non nulla dell'ampiezza d'oscillazione, Pia ovviamente era in ritardo, e che poi, alle 10 la situazione si fosse già capovolta,
Ecco allora che ero io a dover difendere la mia interpretazione circa la linearizzazione nell'isocronia del pendolo dalle insensate, secondo me, opinioni di Karl, che pensava sempre di poter semplificare il tutto cambiando sistema di coordinate: Pia e Karl, nel frattempo, avevano tirato fuori carta e penna e stavano risolvendo il tutto a suon di equazioni differenziali ... non risolvibili analiticamente.

Eravamo talmente scalmanati durante gli esperimenti, che si tenevano in una grande aula, ove ogni gruppo aveva il suo spazio, che gli altri, scherzosamente, ci battezzarono 'The Chaos Theory'.

Non esisteva, tra noi, distinzione di sesso: per una volta l'essere una bella ragazza non era un problema, ed ero sicura di poter dire quello che volevo senza temere che loro, i due ragazzi, mi dessero ragione in un tentativo ridicolo di sedurmi. Allo stesso modo ero certa Pia, una ragazza carina ma non bellissima, non fosse gelosa.

Erano i discorsi strampalatissimi, a volte perfino volgari, dei ragazzi a darmi questa certezza, e una qualità di Pia che raramente si trova nelle donne: una meravigliosa, placida sicurezza di sè che non deviava mai nell'arroganza.

La sicurezza di chi sa di poter riconsiderare sempre, alla luce della ragione, le proprie idee.

E' raro trovare donne sicure di sè: è poi difficilissimo trovarne di sicure non arroganti. Quella paura che spesso accomuna le donne, il prendere sempre sul personale ogni critica, quasi sempre ha come risultato una arrendevolezza dolciastra o un'aggressività irragionevole.

Se degli uomini trovo insopportabile la superficialità delle donne detesto, di contro, questa eccessiva profondità: il portare a interiorizzare tutto, perfino quello che dovrebbe rimanere alieno alla nostra intimità.

Le arroganti non fanno che trasferire tutto dentro di sè, e scatenare poi delle tremende guerre intestine: le insicure si lasciano invece vincere perfino dal nulla.

Pia era diversa: Karl poteva metterle alle corde, Joseph lavorarla ai fianchi, io stessa farle terra bruciata attorno, e lei non perdeva mai la calma.
Era sempre pronta, al limite, a un 'Hai ragione, adesso ho capito', che mai, mai aveva il sapore di una bandiera bianca, o a portare avanti le sue idee finchè non ci fosse un accordo.
Capitava spesso, in queste discussioni, che emergessero spunti, idee, note a margine: penso di aver imparato molto durante quegli esperimenti inutili, e ancora di più in quelli degli anni seguenti.

In questo atteggiamente Pia sicuramente mi era superiore, e tentavo, come le confessai una volta, di imitarla.

Quando le dissi questo, alla fine di una discussione tra noi due sole circa una dimostrazione di algebra, rise di gusto, come si fa alle volte quando si vuole cambiare discorso.
E li io capii che forse li si nascondeva un suo punto debole ... e non volli scavare di più, non mi sentivo in grado di affrontare la sua personalità complessa, sorretta da un'intelligenza eccezionale, e non disgiunta da una sensibilità sottilissima.

Passavano mesi e io aspettavo.

Aspettavo e non facevo nessun passo: non consideravo neppure l'ipotesi di dover essere io a fare la prima mossa, e poi nei confronti di chi?

Pia era l'unica persona che mi interessasse davvero, ma mi sentivo, incredibilmente, inadeguata.
E di tutti gli altri, amici, semplici colleghi, cascamorti improponibili, non avevo alcun interesse.

Studiavo, lavoravo, facevo un po' di attività fisica.

Aspettavo ... ed ero ormai senz'anima.

E alle volte, sul finir del giorno, quando anche le mille faccende di cui avevo riempito la mia giornata mi lasciavano sola, sussurravo con un filo di voce l'epitaffio di Adriano ...

Piccola anima smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo ...
Ora t'appresti a scendere in luoghi incolori,
ardui e spogli ...
Ove non avrai più gli svaghi consueti

Parlo brevemente ora delle mie relazioni con lo stuolo di smidollati, romanticoni, melensi, vanitosi e patetici ometti che hanno sperato di poter mettermi le mani addosso.

'I miei cascamorti' ero solita chiamarli.

Non dovrebbe meravigliare, nè riempire di stizza, la mia scarsissima considerazione del genere maschile: da una parte le esperienze sono piene di accadimenti in cui, oggettivamente, emergono i tratti piu' avvilenti degli uomini, e viceversa, in alcuni individui che ho conosciuto queste caratteristiche, perfino se presenti, erano ridimensionate da qualità che li separavano dal gregge.
All'informe amalgama di ormoni e frustrazioni che chiamiamo mondo maschile sfugge ogni tanto qualche spirito libero, qualche anima curiosa.

Di uomini ce ne sono ben pochi, e per nostra disgrazia sono immersi in un mondo di piccoli ometti, tanto da essere quasi invisibili.

La stanchezza, la delusione sopraggiungono, credo, per quasi tutte: alcune allora si legano a quello che capita sul momento, per paura di rimanere sole. Barattano cosi la propria brillantezza per un po' di solidità, per quello schema chiamato famiglia, che pensiamo, a torto, si inserisca nella natura umana meglio che altre condizioni.

Io ho votato la mia vita ad altro: fatico ancora a delinearne ogni aspetto, ne ho un'intuizione piu' che un'idea, ma so per certo che nel mio convergervi non c'è spazio per nessun legame esclusivo, per nessun lucchetto.

Detesto egualmente possedere ed essere posseduta: sono libera per necessità, non per capriccio.

Gli ometti ...

Coi timidi non avevo troppi problemi: quando capivo che uno iniziava a ronzarmi attorno, facevo di tutto, e nel modo il piu' gentile possibile, per far capir lui che non ero minimamente interessata. Potevo allora apparire fredda, aggressiva, scostante: alle volte bastava per levar loro di testa quell'idea idilliaca che s'erano fatti, mio malgrado, di me. Con chi non cedeva, provavo a volte l'arma dell'ironia, o mi dipingevo ancora piu' attratta dalle donne di quanto non fossi.

Fritz mi si fece incontro con un mazzo di fiori, e, facendo finta di non capire, l'anticipai dicendo
'Sono per la tua ragazza Fritz? Va ancora di moda regalare fiori? Se uno si presentasse a me con dei fiori ... beh, con me avrebbe chiuso'.
Andreas mi si avvicino' invece un po' impacciato, e provo' a iniziare a espormi i suoi sentimenti.
'Vera, c'è qualcosa che voglio dirti. Non voglio disturbarti ma ...'
'E allora non farlo, non vedi che ho da fare?'.
Dopotutto, cosi facendo, volevo soprattutto evitar loro la delusione del sentirsi respinti.
Con Gustav feci io la prima mossa: gli manifestai la mia insofferenza per un inesistente corteggiatore, che ai suoi occhi resi ridicolo e inetto, lasciandogli il tremendo sospetto che con altri avrei potuto dire le stesse cose di lui.

Rispondevo, a volte, anche alle e-mail anonime, quelle piene di frasi tanto vaporose da impedire il respiro.

A volte, lo ammetto, sono stata anche un po' perfida: da una parte mi dicevo affascinata, lusingata, dall'altra aggiungevo che non potevo avere nessuna stima per chi non aveva avuto il coraggio di firmarsi.

Con chi era troppo melenso lamentavo assenza di passione, con chi era troppo passionale chiedevo piu' poesia.

Nessuno di costoro mi conosceva, eppure si dilungavano in descrizioni minuziose delle mie virtu', cui ovviamente non potevo credere. Apprezzavo di piu' l'onestà di chi, semplicemente, si diceva vinto dalla bellezza, ma mi sembravano tutte cosi scontate quelle lodi già lette centomila volte, quel ripetere a me quello che chissà quante s'erano già sentite dire.

Problemi, comunque minimi, li ho avuti con altri.

Ci sono uomini che sono convinti che i propri sentimenti li rendano unici, migliori, e che le donne per i quali questi sono provati dovrebbero ritenersi fortunate d'essere oggetto dei medesimi, e ovviamente sottomettervisi, in letizia.
Questo è soprattutto tipico in chi non ha nulla dentro di sè, e che solo la passione, o il desiderio, di tanto in tanto, animano, ma violentemente.

Un paio di calci ben assestati sono stati, come extrema ratio, sempre sufficienti a liberarmi di questi deficienti: stento a credere pero' che la mia reazione, l'umiliazione conseguente, siano stati una lezione per questi gentiluomini.
Penso di poter dire che la natura di un uomo, una volta determinata in virtu' di quanto osservato in infanzia, e di quanto vissuto tra adolescenza e giovinezza, raramente possa cambiare.

Mi rinfaccio' anche, qualcuno tra i piu' sciocchi, di essere appariscente, di non fare abbastanza per apparire castigata.
Agli occhi di questi imbecilli sembrava doveroso ch'io lo fossi, visto che non gradivo poi le attenzioni che la mia avvenenza, che ho sempre ammesso di curare, mi procurava.
Peggio ancora, qualcuno giunse a criticarmi per delle libertà che mi prendevo con altri, e la frase 'ma che ha lui che io non ho' suonava per me come un'insopportabile museruola alla mia libertà.

Non volevo rinunciare a nessuno dei doni che la natura m'offriva, e sceglievo, ogni tanto, di concedermi a questo o quello: requisito fondamentale, 'lui' non doveva sembrarmi appiccicoso.

Non cercavo compagni, nè le noie che si portano inesorabilmente dietro.

Volevo, ogni tanto, un po' di divertimento, una distrazione e nulla piu': un gioco, dalle regole chiare, e che durasse poco.

Anche cercando, dubito avrei trovato altro oltre al divertimento.
Non ero, non lo sono mai stata, edonista: tutto quello che, in un rapporto intimo, un uomo poteva offrirmi, si riduceva a quello, e non mi sembrava scandaloso, non avendo altri legami, qualche volta.

Non riuscivo neppure a sentirmi in colpa per il fatto che non mi fosse poi difficile sedurre chi volevo, ma sbagliava Jennifer, una ragazza molto sensibile e bruttina, che si crucciava della sua solitudine, e che paragonava la sua sventura ai miei successi amorosi: in quella ginnastica che ogni tanto facevo non c'era nulla, nulla che non l'avrebbe delusa.
Non l'azione fisica, non le bugie patetiche avrebbero consolato quell'animo gentile.

Le dimostrai cosa veramente desiderava il suo cuore nell'unico modo che m'era possibile.

Con le donne ... beh, con le donne era davvero diverso.

Jennifer è stata la mia prima amante.

Durante il primo anno di università, l'avevo appena notata.

Non era 'una dei tre', e quindi non avevo avuto modo di conoscerla davvero: durante le lezioni se ne stava in una delle ultime file, e non interveniva mai, neppure quando capitava che si facessero esercizi tra studenti.
Non aveva il fascino misterioso di Pia, nè tanto meno la straripante energia di Karl, figurarsi poi le spiazzanti uscite di Joseph.
E se già avvicinarmi a questi tre matti m'era costato, non vedevo una sola ragione per andare oltre il solito 'Ciao' di circostanza con lei.

A una prima occhiata, mi era sembrata in effetti una ragazza piuttosto amorfa, apatica, ma nel senso sconveniente del termine, quello riconducibile non alla dottrina stoica ma alla freddezza calcolatrice di chi non vuole sprecare risorse.

L'avevo vista, diverse volte, camminare, mentre io correvo in bicicletta, lungo la strada che dalla fermata del metro' portava al dipartimento.

Mi piacciono istintivamente le persone che, mentre passeggiano, tengono una mano sul fianco, o si guardano attorno, fosse anche per seguire con gli occhi le forme provocanti di una bella ragazza, o lasciano le braccia libere di dondolare un po', o, perchè negarlo, ondeggiano in un portamento decisamente sensuale.

Lei era nulla di tutto questo.

Come un soldatino in marcia, sguardo fisso avanti a sè, eppure perso nel nulla, nel suo cappottino grigio a brevi passettini si faceva strada dedita, si sarebbe detto, a seguire una linea di minimo costo.

Ho sempre avuto la mania di affibbiare nomignoli alle persone che incontro: per lei avevo pensato a 'principio di minima azione'.

Durante il secondo anno comunque ebbi modo di conoscerla un po' meglio.

Avevo avuto l'idea, perfida, di torturare uno dei miei spasimanti: avevo chiesto a Jurg, un nostro compagno di studi, ragazzo carino ma non molto brillante, di passare un pomeriggio assieme.
Anche in questo caso l'obbiettivo era il solito: smontare ogni idillio che s'era creato nella mente, riportarlo coi piedi per terra, dargli il due di picche senza che se n'accorgesse.

Anticipare la sua prossima mossa insomma, visto che i precursori della struggente dichiarazione li avevo già notati tutti: e-mail per chiedere se potevamo vederci per studiare assieme con in allegato frasi un po' sibilline, regalini di ringraziamento, un invito in mensa per un caffè.

C'eravamo dunque dati appuntamento in centro: lui v'era arrivato con l'abito buono, profumato, ben rasato e pronto per la sua grande occasione, io invece ero decisamente piu' casual.
Immaginate la sua sorpresa quando gli proposi, e quando propongo di fatto impongo, una visita al Deutsches Technikmuseum Berlin, il Museo della tecnica di Berlino.
Uno dei luoghi meno romantici dell'emisfero boreale, credetemi.

Ce ne stavamo nel Luftfahrtabteilung, l'ala del museo dedicata all'aviazione, quando, mentre ammorbavo il povero Jurg con i dettagli del Junkers Ju 52/3m, ci trovammo di fronte a Jennifer, che se ne stava, da sola, con il naso all'in su a guardare davvero, e senza costrizione, quei velivoli.

Non si accorse di noi.
La chiamai.
'Ehy Jennifer! Ma tu che ci fai qui?'
Tornata coi piedi per terra, che la mia piccola Jennifer doveva proprio essere con la testa nelle nuvole, assieme a quegli aerei, mi guardo'.
Era li per li per una frase di circostanza.
Ma poi vide anche Jurg, dal quale m'ero allontanata un attimo per avvicinarmi a lei.
Farfuglio' qualcosa.
Stava arrossendo, e lo sapeva benissimo.
La sua compostezza era svanita, non era piu' la Jennifer freddina e dopotutto inutile che avevo conosciuto fino ad allora.
Ci saluto', augurandoci un buon week end e se ne ando'.
Era mercoledi.
La rividi, da lontano, comparire qualche minuto dopo, chiedere qualcosa, forse la direzione per l'uscita, a un addetto.
E aveva detto bene: buon week end, visto che fino al lunedi seguente non torno' a lezione.

Lunedi era tornata, ed era la consueta Jennifer. Quella che si liquidava con un 'Ciao'.
Martedi pero' lasciai a casa la bicicletta: volevo prendere il metro' con lei di ritorno dall'università.

Durante le lezioni, al solito, non avevamo avuto occasione di incontrarci, ma, diversamente dagli altri giorni, la tenevo d'occhio.
Sentivo dentro di me qualcosa che non avevo mai provato prima: una curiosità strana, una preoccupazione che trovavo razionalmente fuori luogo e che pure mi portava, a ogni pausa, a guardarmi indietro, per controllare che fosse ancora li.
Quel giorno avevamo lezione anche al pomeriggio.
Per la prima volta presi posto in una delle ultime file, dietro di lei.
Non poteva sfuggirmi.

Lei non s'era accorta di nulla: si sorprese davvero quando, alzandosi in piedi alla fine dell'ultima ora, mi parai di fronte a lei.
Mi avvicinai a lei con un sorriso.
'Jennifer, come stai?'
Ancora quell'arrossire, ma questa volta era ben decisa a non farla scappare da nessuna parte.
Continuai.
'Tu prendi il metro', vero?'
Che bello.
Una domanda cui è facile rispondere: cosa desideriamo di piu' quando siamo in difficoltà?
'Si' rispose.
Una sillaba.
Un segno inequivocabile di imbarazzo.
'Perfetto, allora mi accompagni? Oggi ho lasciato a casa la bicicletta, ma all'andata ci ho messo un'ora a trovare la strada e non vorrei perdermi ancora. Ti prendo la giacca?'.
Facevo leva, per il mio tranello, sulla sua gentilezza.
Non potevi rifiutarmi quella gentilezza, vero Jennifer?
Eri dolce, non semplicemente docile, e nonostante tutti gli apparati marziali dietro i quali ti cammuffafi, iniziavo a capirlo.

Eccoci li, a camminare finalmente assieme, e parlare un po'.

Come sempre, si cominciò dalle cose più stupide: come ti trovi con quel professore, hai già data l'esame di X, hai per caso le dispense del corso di Y.

Ma io volevo parlare d'altro, e tu, che forse lo sapevi, proprio per questo continuavi a passare di argomento in argomento pur di non lasciarmi arrivare al punto.

'Senti', la interruppi mentre si lamanetava della calligrafia illeggibile di qualcuno, 'perchè non vieni a casa mia sabato pomeriggio? Ho preso gli appunti del corso di Analisi, e possiamo riguardarli assieme, c'è qualcosa che credo di non aver capito. Magari possiamo fare qualche esercizio?'.

Esitò qualche istante, infine accettò.

Se non fosse stata sotto pressione, agitata, insomma, se fosse stata a mente fredda, sicuramente sarebbe riuscita a formulare una di quelle scuse che tiriamo fuori, quando, pur volendo accettare un invito, la paura ci frena.

Ecco che allora, in questi casi, devi avere la fortuna che l'altro insista un po', e che riesca a proporti l'invito sottilmente, in modo che tu non lo possa davvero rifiutare.
Fortunatamente, quel giorno, non ci fu bisogno di nessun trucco da grande stratega: avendo già in partenza dirottato il tutto sullo studio, già era incline ad accettare, e una mia successiva, naturale, rassicurazione, in forma di mio vago bisogno d'aiuto, la convinse.

Camminammo assieme fino alla stazione del metro'.

La guardavo, e pensavo che se si fosse curata un po' di più, se si fosse lasciata crescere un po' i capelli, se avesse buttato in soffitta tutto il suo guardaroba, specialmente quei terribili occhialoni, non sarebbe stata per nulla una brutta ragazza.

Già forse mi preoccupavo per lei, e dire che fino a quel momento non avevo davvero un motivo valido per tenerla nel mio cuore.

Quella ragazza chiusa, timida, impacciata e perfino un po' buffa sarebbe stata la prima persona ad entrare nei miei sogni, la prima cui avrei pensato con tenerezza quando non eravamo insieme, l'unica, poi, di cui mi sarei preoccupata tanto da rimproverare aspramente per certe debolezze.

Quella sera a casa comunque, mentre ascoltavo l'arte del Violino di Locatelli, un regalo che m'ero fatta per il mio ventesimo compleanno, per me lei era ancora una persona che m'aveva incuriosito soprattutto da un punto di vista comportamentale.

Di una cosa ero sicura: poco, al pari del dolore, riempe e condiziona una vita bizzarra.
Lo sapevo per esperienza personale, e aspettavo, come ho già detto, qualcuno con cui misurarmi, e forse curarmi.
E della sua bizzarria era ormai piuttosto convinta.

Sabato pomeriggio, come convenuto, ci trovammo' a casa mia.

La mia modesta stanzetta la sorprese: lei che era piuttosto benestante, non si poteva certo immaginare che si riuscisse a vivere in 25 metri quadri 'cucinino-stanza-bagno' che, per quanto con la mia fantasia avessi cercato di rendere gradevoli erano, oggettivamente, poveri.

Presi la sua giacca, la feci accomodare su una poltroncina, io presi invece la sediola della cucina, e le offrii da bere una tazza di the.

Era impaziente di iniziare a studiare.

Per un'oretta circa lasciai che fosse lei a dirigere le danze: volevo che si sentisse a suo agio.
Finsi addirittura di non capire, qualcosa, così da darle la possibilità di spiegarmi un concetto nella sua interezza.
Ne apprezzavo la pazienza, e, benchè non brillantissima, la trovavo dotata di una buona capacità di analisi, cui si affidava, quasi alla cieca, per rendere i problemi complessi somma, concatenazione, di problemi più semplici.
Lo ammetto: io non sono molto paziente, e proprio per questo stavo bene con lei.
Invece di liquidarmi con un 'Ma Vera, possibile che tu non capisca?' (io l'avrei fatto temo), mi guardava pensierosa, forse perfino pensandolo, di avere a che fare con una sciocca, e quindi 'Scusami, forse non mi sono spiegata bene. Intendevo dire che ...'.

Un esercizio sulle equazioni differenziali concluse la prima parte del nostro incontro.
Avevo preso delle brioches deliziose per merenda: un'ottima scusa per un'altra tazza di te e due parole che non riguardassero condizioni iniziali ed esistenza e unicità, no?

'Vai spesso al Museo?'
La sorpresi.
Non se lo aspettava, l'avevo illusa a tal punto che forse s'era ormai convinta che avremmo solo parlato di fisica e matematica.
'No, cioè ... a volte.'
'Per me è stata la prima volta quando ci siamo visti. Volevo un luogo tranquillo per fare due chiacchiere con Jurg'.
Si portò la tazzina alle labbra, le lenti dei suoi occhialoni si appannarono.
Continuai.
'Lo conosci?'
'Jurg? No, cioè ... un po''.
'M'era parso di capire che ci provasse con me, e volevo evitargli una possibile delusione. Tu come fai quando vuoi far capire a un ragazzo che non ti piace?'
'Ma io ...'
'Io mi metto pure nei loro panni, ma loro, a volte, sembrano non fare nessuno sforzo per mettersi nei nostri, non credi?'
'Io ... io non lo so'.
'Si vede che tu sei fortunata e hai incontrato solo dei gentiluomini, e continuai 'Io ne ho avuta poca di fortuna: tutti cascamorti'.
Ero stata volutamente un po' ironica, e lei prese coraggio un attimo.
'No, niente cascamorti per me ...'
'Non ti perdi nulla. Prendi Jurg ad esempio'.
'Ma Jurg non è un cascamorto'.
Ecco.
Qui ti volevo mia cara.
Questa volta fui io a avvicinare la tazzina alle mie labbra.
Bevvi un sorso di the e continuai.
'Ma allora lo conosci?'
'Beh, l'ho visto a lezione. Non mi sembra uno stupido.'
'No, non dico stupido: dico cascamorto, uno che non potrebbe mai farmi sentire felice'.
Era confusa.
'Ma non capisco ...'
'Hai mai avuto un ragazzo che ...'
Non mi lasciò finire la frase.
'No, non ho mai avuto un ragazzo'.
'Beh, neanche io a dir la verità'.
'Tu? Non ci credo. Tu che sei ... tu che sei così bella?'
'Bella? Grazie, sei gentile. Però no, ho avuto solo cascamorti, o piccole storie'.
'Piccole storie?'
'Sesso quasi occasionale, praticamente nulla'.
'No, io non ho mai avuto proprio mai un ragazzo'.
'No? Un motivo in più per rivedere al ribasso la mia considerazione degli uomini!' le dissi, guardandola dolcemente.
'Vera scusa, ma mi sento un po' a disagio a parlarne ... continuiamo a studiare?'.
'Va bene, anzi scusami, ma volevo solo sfogarmi un po'. Alle volte fa bene, non credi?'.
Nelle due ore seguenti, la sua testa era altrove.
Quell'esercizio semplicissimo ci prese tutto il pomeriggio, fino alle 7.
Aveva perso, la mia Jennifer, tutta la sua lucidità.
Stava pensando, ne sono certa, a quello che le avevo detto: a quel 'volevo solo sfogarmi un po'. Alle volte fa bene, non credi?' cui non aveva replicato.

Presi ancora io l'iniziativa.

Guardai l'orologio di Jennifer: con la mano, le ruotai delicatamente il polso per vederlo meglio, volevo instaurare un primo contatto, e quindi dissi:

'Si sono già fatte le sette di sera!'

Lei casco' dalle nuvole.

'Le sette' replico' 'ma è tardissimo! Devo anche fare la spesa, non ho nulla a casa da mangiare!'.

Si alzo' di colpo dalla sedia, e inizio' a mettere le sue cose in ordine.

Mentre finiva di radunare libri, astucci e quaderni, io volli tentare un'ultima volta.

'Jennifer, scusa per prima, t'ho in qualche modo infastidita, vero?'

Lei ormai era quasi pronta.

'Non preoccuparti Vera, è che io ...'

Non volevo, non ancora, che si mettesse sulla difensiva, quindi continuai

'Sai, volevo proprio sfogarmi un po', e pensavo che tu mi avresti capita. E' che sono cosi' sola ....'

Ero stata volutamente lagnosa, volevo che lei si sentisse pienamente giustificata a perdere la pazienza, la sua solidissima pazienza, con chi, ai suoi occhi, doveva apparire come una capricciosa principessina.
Raggiunsi il mio scopo: prima che la sua educazione, la sua consueta calma potesse trattenerla dal dire quel che davvero voleva dire, sbotto':

'Senti Vera ... Sola Tu? Ma cosa dici? Tu che sei bellissima? Sola tu che sei sempre circondata da ragazzi? Sola tu che fai girare la testa ai passanti? Ma che ne sai tu di cosa vuol dire essere sole?'

Ma poi si rese conto di essere stata un po' brusca, e, arrossendo, continuo'.

'Scusami, scusami tanto Vera. Non so cosa mi sia capitato, di solito non sono mai cosi'.

Adesso era il mio turno.
Eravamo entrambe in piedi, vicino alla porta d'ingresso.

'Jennifer credimi, ogni volta che uno ci prova con me, o che uno si gira e mi fa un complimento, io mi sento un oggetto. I ragazzi mi vogliono solo per mettermi le mani addosso, a nessuno importa davvero chi sono. Non importa a nessuno di Vera. Tutti cercano solo di ingannarmi, non capisci come mi sento?'.

Ero sorpresa io stessa di quello che dicevo: non era mai riuscita ad essere, con me stessa, cosi esplicita, a definire con tanta semplicità la mia situazione.
Continuai, come in preda ad una visione, desiderosa di sapere di piu' perfino di me stessa.

'E quelle poche volte che sono andata con questo o quello, non ho trovato niente. Niente ti dico'.

E mi venivano quasi le lacrime agli occhi - questo non era previsto, ma ormai i miei piani stavano saltando, e non volevo essere null'altro che un'onda che si infrange su una roccia, la frantuma, e ne porta i frammenti con sè, nel fondo dell'oceano.
Di nuovo l'emotività si impossesso' di Jennifer.

'Ma Vera, almeno tu hai avuto qualcosa. Io niente. Io sono sempre ignorata, sono trasparente'
'Jennifer, nulla di quello che ho vissuto io avrebbe significato davvero qualcosa per te, ne sono sicura'.
'Non ti posso credere'

mi disse, chiaramente aveva già pensato a quello che avrebbe poi aggiunto ...

'Se davvero per te non fosse nulla, non avresti mai neppure quelle avventurette di semplice sesso'.
'E' questo che cerchi Jennifer? Non ci credo. Io ogni tanto posso accontentarmi di quello, ma non tu, non ci credo. Tu cosa cerchi Jennifer?'.

Ormai eravamo, entrambe, allo stremo.

'Io cerco ... non sono cose di cui parlare Vera'.

Mi feci un attimo coraggio.
Le misi una mano sulla spalla, l'altra attorno al bacino.
La spinsi un po' verso la parete.

'Hai ragione' dissi 'Non sono cose di cui parlare.'
'Ma cosa fai Vera? Fermati'

Ma ormai l'avevo messa con le spalle al muro.
Non volevo, ovviamente, farle alcuna violenza.
Ma ero pronta a capire se la sua resistenza era quella del disgusto o quella, vana, della decenza.
Non c'era convinzione nel suo divincolarsi, non voltava lo sguardo altrove, non urlava.

Cercai le sue labbra con le mie.
Le trovai.

Mentre ci baciavamo, e lei lasciava cadere la cartella, la sua giacca ai nostri piedi, pensavo a quanti sciocchi erano stati tutti quelli che non l'avevano vista, e quanto detestabili tutti quelli che m'avevano preferito a lei, solo per una questione di centimetri, circonferenze, spavalderia.

M'era bastato un pomeriggio, poche ore passate assieme per trovare la sua fragilità irrisestibile, la lotta tra le sue diverse anime, quella passionale, furibonda, sofferente e quella quita, educata, paziente, meravigliosa.

E in quel momento, tutto quello era li assieme, ed era tra le mie braccia.

Senza dire una parola, la presi per la mano.
Tornammo in camera.

Lasciai che si sdraiasse sul letto.
Poi mi stesi al suo fianco.

Mi guardavi, Jennifer.

Eri impaurita: non dalle circostanze, non dallo scandalo.
Tu temevi che fosse un'illusione, temevi di capir male.
Non sapevi se crederci davvero o no: ti sembrava davvero impossibile essere amata, e adesso che lo eri, e in modo diverso da come avevi forse sognato, eri smarrita.

Eri tra le mie braccia, e tremavi.

'Adesso ci sono io, Jennifer' e ti baciai sul capo.

Ti stringevo teneramente tra le braccia e le gambe, e piano piano i tuoi sussulti, i singhiozzi si facevano via via piu' flebili, e tornavi a guardarmi, e a cercare tu le mie labbra.

Su quel letto, dove tante volte avremmo fatto l'amore, quella sera fu soprattutto un lungo, tenerissimo abbraccio.

La mattina i primi raggi del sole, filtrati attraverso le tapparelle, mi svegliarono che ancora Jennifer era immersa nel sonno.

La guardai: spettinata, senza occhiali, pudica.

E pensavo che chissà, forse le avrei insegnato tutto.
Le avrei insegnato, senza neppure accorgermene, a curarsi un po' meglio.
Saremmo andate a prendere qualche vestito nuovo, le avrei suggerito un taglio di capelli diverso, piu' giovanile, audace.
E mi chiedevo cosa invece lei avrebbe significato per me, se già la sua presenza tra le mie braccia m'aveva come ridestata da un lunghissimo sonno.

Quella mattina volevo essere io la prima cosa ch'avrebbe visto aprendo gli occhi.

La baciai sulla fronte.

Mugolo' qualcosa, quindi si sveglio'.
Mi guardo' e sorrise.
'Ciao' mi disse.
'Ciao' le risposi.
Si stropiccio' ancora gli occhi, sbadiglio' due o tre volte.
Cercho' la mia mano, la prese tra le sue.
Ce ne restammo li in silenzio, a guardarci, un paio di minuti.
'E adesso?' mi chiese infine.
Eravamo entrambe incredibilmente serene.
Era tutto cosî facile.
Le soffiai un po' sulla fronte, per giocherellare coi suoi capelli.
Chino' un po' il capo, abbasso' gli occhi, ma nel suo sorriso non c'era sottomissione, nè io la cercavo.
Io cercavo solo un ultimo istante di dolcezza. prima di alzarsi.
'Adesso colazione!'.
'Si!'.
Mi stiracchiai, quindi la guardai negli occhi, buffamente severa, e con voce da commediante le dissi.
'Sei pronta?'
Per un istante mi sembro' ancora la vecchia Jennifer, quella dell'università.
Le stavo chiedendo qualcosa, mi aspettavo una risposta, quindi ovviamente si sentiva impreparata.
Un po' impacciata rispose
'Pronta per cosa?'
Ero ben decisa a farle capire che con me sarebbe stato impossibile essere preparati, e che quindi si poteva mettere l'anima in pace. Io amavo l'altra Jennifer, quella della notte.
Con palese indifferenza, dissi ...
'Ein ... Zwei ... Drei!'
Al 'Drei' con un calcione, feci volar via le coperte, e ci trovammo' cosi', al freddo della stanza, mezze nude, a ridere come ... come bambine.

Un ultimo bacio e mi alzai in piedi di scatto.
Le indicai il bagno.
'Dopo di voi madamigella'.
Si alzo' con un'inaspettata grazia: la vidi cercare l'elastico per i capelli.
Lo trovo' infine, ma non fece in tempo a metterselo.
'A questo diciamo addio, stai molto meglio senza. E oggi pomeriggio parrucchiere e sartoria! A adesso march! Un due un due ...'.
Ridendo, improvvisando il passo dell'Oca, se ne ando' in bagno.
Mentre lei si lavava, io in cucina mi davo da fare con pane, marmellata e caffè.

Era la prima volta che preparavo la colazione per due.

Era la prima volta che pensavo per due.

Quello che per milioni di persone è la risposta ad un'esigenza fisiologica, quello che anche per me era stato fino al giorno prima null'altro che assunzione di calorie, quel giorno diventava un rito.

Aspetto' che tornassi dal bagno, e assieme mangiammo' di quel pane ormai un po' raffermo', che pure ci sembro' buonissimo, e in quel caffè di terz'ordine trovammo l'Arabica piu' pregiata.

E mi veniva in mente l'aria di Papageno ...

Ein Mädchen oder Weibchen
wünscht Papageno sich
O so ein sanftes Täubchen
wär Seligkeit für mich.
Dann schmeckte mir Trinken und Essen;

Una ragazza o una mogliettina
Papageno vuole per sè,
oh, una simile piccola tortorella
sarebbe per me un'eterna benedizione
e allora il cibo e le bevande avrebbero
per me un buon sapore

L'avevo canticchiata tante volte quell'aria, e m'era sempre sembrata, dopotutto, sciocca.

Era tutto autentico, ovvio, invece in quell'istante, e trovavo, nella coppia semplice, Papageno-Papagena, piu' verità che non in quella astratta, elevata, eletta, di Tamino e Pamina.

Tra queste e altre entità avrebbe oscillato la mia vita - e oscilla ancora.

Ma in quei mesi in cui sono stata un'amante, innamorata e cocciuta, in quei mesi in cui sono stata aderente all'ideale di Papagena, ...lo sono stata in modo perfetto, forse piu' di quanto non sia riuscita ad essere stata altro.

Non mi convinsi mai che con Jennifer sarebbe durata a lungo: non lo desiderava io, e forse lei, così timida quando si trattava di sentimenti, propri o altrui faceva poca differenza, in cuor suo un po' lo temeva.

Nè io nè lei, inoltre, eravamo omosessuali, lo sapevo bene.

Stavamo bene assieme, e sono convinta che quei gesti folli, come andarle incontro, in un'intervallo tra due lezioni, e giocherellare un po' con il suo maglione, o passarle una mano tra i capelli, o darle un pizzicotto a un fianco, ripetendo cioè gesti che, nell'intimità, precedevano quelli dell'amore, le dessero delle autentiche scosse di vitalità.

Era la sua vergogna, il doverla in qualche modo gestire, che faceva battere all'impazzata quel cuore che, finalmente, si scaldava, gemeva, prendeva coscienza del proprio diritto di esistere.

L'avrei svezzata a furia di baci improvvisi nei bagni pubblici o nei camerini dei negozi, tenere carezze sul vagone del tram, e scosse adrenaliniche, sempre, ovunque.

Nei pochi mesi in cui siamo state amanti, credo d'averla liberata di molte paure, e d'averla accompagnata, consapevolmente, fin là, dove le nostre strada per forza di cose si sarebbero divise perchè ne avrebbero trovate di nuove.

Non ho mai rimpianto il giorno del nostro addio: per quello io avevo profuso i miei sforzi, sollecitato il suo coraggio, discusso per ore e ore sulla convenienza di tenere un po' di più anche alle apparenze, perchè è sempre dalle apparenze che si inizia un rapporto umano, perfino quello più platonico.
E tra le apparenze, è ovvio, non annovero solo la bellezza, il portamento, la grazia, ma anche una certa brillantezza di spirito, un'ironia sottile, un minimo di narcisimo.

La Jennifer che avevo stretto tra le braccia la prima volta era intimorita dal mondo: per lei, che si sentiva inadeguata per tutto, tutto era irraggiungibile, interdetto.

E invece la Jennifer che mi scrive ancora oggi, e che mi parla del suo uomo, 'il meno incolore degli ingegneri Verissima, credimi!', e che mi racconta dei paesi che visita con immagini vive, di una nitidezza che io non saprei eguagliare, e che amo ora più di prima, ha finalmente il giusto rispetto della propria persona.

Forse in quei mesi le mentivo, dimostrandole molto più coraggio di quello che non avevo, una sicurezza di me che non esisteva, una forza che avevo invece smarrito da tempo.

E forse molti dei rapporti umani non si risolvono che in un dolce mentirsi reciprocamente: un farsi forza a vicenda, un sorreggersi l'un l'altro, sapendo che chi oggi ci aiuta, un domani avrà bisogno di essere rincuorato, e che chi oggi, disperato, riceve i nostri doni, un domani sarà prodigo con noi.

Con lui sarebbe stato diverso.

Ci saremmo ritrovati a precipitare in un abisso infinito ma senza fondo: e se la speranza di salvezza non c'avrebbe mai consolato, avremmo dimenticato, per la prima volta, il significato della parola che perseguita gli individui.

La solitudine con lui sarebbe stato qualcosa di cui avrei sempre parlato al passato.

Con Jennifer dunque finì.

Era estate: io ero ovviamente a Berlino, dovevo rimanerci per lavorare, i soldi non erano più un problema pressante, ma non erano mai abbastanza da farmi sentire al sicuro, mentre lei era scesa in Baviera, in una cascina di famiglia nella regione del lago Hintersee.

Salutandoci, quel giorno in aereoporto, la baciai e l'abbracciai più intensamente di quanto forse non richiedessero le circostanze.

Ma ormai in cuor mio lo sapevo: era pronta.

La mia Jennifer, la ragazza finalmente serena, graziosa e amata che mi salutava con la mano tra uomini d'affari e turisti in fila indiana, non passava più inosservata.
Non era più l'anonima, minuta e impacciata ragazza di cui mi ero innamorata solo dopo averne forzato le difese con l'inganno.

Adesso era pronta: per essere scelta, per accettare con un 'si' convinto, ma anche per rifiutare con un 'no' senza tentennamenti.

Ho pensato spesso a quanto un 'no' possa costare a chi non è sicuro di sè, a chi sente di non poter significare altro, per il prossimo, se non affetto pio, o la sua versione più acidula ed effettiva, la pena.

Un 'no' sul quale tornare con rimpianto centomila volte è un'eventualità cui si preferisce spesso un 'si' non convinto, e quasi sempre sciocco.
Quel 'si', dal quale molti pensano di potersi liberare senza sforzo, diventa, spesso, presto una gabbia: e scoprire che non è nè affetto pio nè pena, ma convenienza il suo seme, il suo lucchetto inviolabile.

Il pericolo, per lei, ormai era scongiurato.

Stavo facendo un po' di Jogging nel Görlitzer Park quando ricevetti un suo SMS.
Pochissime parole, che dicevano già tutto.

'Vera, un ragazzo mi ha chiesto di uscire. Non so che fare'.

Mi fermai su una panchina.
Dovevo riprendere fiato: il cuore mi batteva all'impazzata ed ero disorientata.
Sapevo bene cosa dovevo scriverle, era ovvio no?
'Se ti piace, perchè no?' ma per quanto già mi fossi immaginata quel momento, mi colse comunque di sorpresa, e mi tremavano le dita sulla tastiera.

Nello stesso istante ne soffrivo e ne ero felice.

E se da una parte il fatto che lei avesse trovato qualcuno, e come ero sciocca in quell'istante a credere che 'un ragazzo' incontrato per caso fosse già qualcuno di 'trovato', qualcuno che me l'avrebbe portata via, ricapultandomi nella solitudine, era lacerante, ero emozionata non solo per lei, ma proprio come lei.

Perchè, credevo, che se qualcuno esisteva per Jennifer forse, chissà, forse qualcuno poteva esistere anche per me, no?

Non ero mai stata tanto ingenua da credere che io e Jennifer fossimo 'identiche'.
Non lo eravamo per nulla, lo sapevo.
Ma entrambe, per quanto in modo diverso, eravamo persone difficili, spigolose, un po' folli perfino.
Ed ecco che qualcuno la desiderava.
Ed ecco che degli occhi prima distratti, poi interessati si erano posati su di lei.
E qualcuno aveva vinto la propria timidezza, aveva fatto il primo passo.

Si, due occhi si erano accorti di lei, l'avevano seguita, persa di vista con rammarico e ritrovata con gioia.
Si parte sempre così, vero?
Occhi non qualsiasi tuttavia, è ovvio.
Io ero continuamente fatta oggetto di complimenti, occhiate, allusioni: da parte di perfette nullità però.
Ma se lei, la mia Jennifer, aveva preso in considerazione quel ragazzo, non poteva che significare una cosa: vi aveva scorto dentro un qualcosa di diverso.
Ecco: potevo credere dunque che esistesse davvero qualcuno capace di superare i miei severi filtri e comunque di provare interesse per me?
Io ero una bambola per tutti: di questo mi ero convinta.
Di me nessuno si preoccupava, nessuno mi voleva conoscere.
Si fermavano alle mie gambe lunghe e snelle, al mio seno prospero, alla mia figura perfetta.
Volevano mettere le loro mani su di me, mi volevano complice dei loro desideri nella migliore delle ipotesi.
Di più: io volevo mantenermi perfetta in quanto, in quella condizione, ero certa che gli uomini avrebbero dato il loro peggio con me.
Come rammaricarsi di non avere qualcosa che si disprezza fortemente?

Le risposi:

'Jennifer, scusa il ritardo, ma stavo correndo. Se ti piace, perchè no? Ho le lacrime agli occhi dalla felicità per te!'

Ed era vero.

Quanta teatralità abbiamo a vent'anni: è difficile credervi anche solo 10 anni più tardi, ma io ne sono certa.

Era tutto autentico.

Torno a pensare con dolce malinconia a quella Vera emozionatissima.

Proprio quando ero convinta d'aver saldo in mano il timone della mia esistenza, e di prevedere i miei bisogni e provvedere al loro soddisfacimento o alla loro gestione, mi ritrovavo preda di sensazioni intensissime: e non solo di affetto per lei, ma di pena, e speranza, per me.

Io volevo essere amata!
Era così semplice.
Io volevo essere amata, ne avevo un bisogno disperato.
Avevo bisogno di essere quella donna per cui valesse davvero una rivoluzione copernicana.
Volevo che di Vera si riempissero i pensieri di un'altra persona, volevo che qualcuno mi insegnasse a dipingere, o una lingua straniera, o a cucinare.
Volevo le cose più inutili del mondo, e per questo le più preziose: un regalo inatteso, una visita improvvisata, qualcosa di meraviglioso per farsi perdonare un ritardo di cinque minuti ...

Volevo essere amata davvero, non solo come lo ero stata da Jennifer, nè come io amavo lei.

E io volevo ... quello che neppure ero in grado di immaginare.

Beh, Anke, la mia seconda amante, di sicuro non me la sarei potuta immaginare.

Gli anni che corrono tra il ritorno di Jennifer da quell'estate a Berlino e la mia laurea, gli anni della nostra amicizia, di mille incontri inutili e di pochi istanti indimenticabili, mi videro crescere lentamente: per me, che mi ero ritrovata donna all'improvviso, che avevo dovuto badare a me stessa da un giorno all'altro, si era compressa in poche settimane il periodo di maturazione che le mie compagne di università avrebbero vissuto in un intervallo di anni.

In quel dilatarsi di un tempo che non sapevo bene come riempire, e che dedicavo quindi soprattutto allo studio e al lavoro, mi abituavo soprattutto alla quotidiana convivenza con le diverse componenti di 'me stessa'.

Mi rendevo conto, piano piano, di essere al contempo due entità: avevo familiarità con una Vera attiva, loquace, intraprendente, e ne percepivo un'altra introversa, meditabonda, severa perfino.
E non era un avvicendarsi di queste due maschere la mia vita: occupavano entrambe, nello stesso istante, la scena.

Mentre rispondevo alle domande dell'esame di algebra superiore, mentre facevo ginnastica in palestra, mentre ero sotto la doccia: se da una parte ero quel corpo e quella mente che rispondevano in modo prevedibile, lineare agli impulsi esterni, d'altra parte ero anche qualcosa di diverso, un osservatrice di quel corpo e di quella mente che non sentivo più miei.

E quando mi isolavo dal mondo, mi rendevo conto di poterne fare a meno: dimenticavo, a volte per settimane, i miei desideri, soddisfavo solo i bisogni necessari, per abitudine.
Come un automa ben programmato, mi concentravo completamente sui miei compiti, e solo degli eventi fuori dall'ordinario, il pianto di una ragazza in metropolitana, un improvvisazione Jazz in strada, l'appariscenza esuberante di un corpo perfetto, mi ridestavano.

Tornerò a parlare di quegli anni: faccio ora però un salto in avanti, e mi rivedo appena laureata.

... In una fotografia che una scelta saggia o il caso volle in bianco e nero, siamo io, Jennifer e Pia. L'una non smise mai di essermi amica anche se ormai non eravamo più amanti, l'altra, a intermittenza, e sempre in modo un po' maldestro, si avvicinava, per poi allontanarsi di nuovo, proprio come io stessa facevo con lei.

Pia non è un capitolo chiuso nella mia vita, questo è certo.
O, al limite, è un capitolo che si è chiuso in modo decisamente insoddisfacente per me ... e per lei probabilmente.

In questa immagine in cui siamo ritratte mentre parliamo tutte e tre, loro non si frequentavano molto e dubito ci fosse interesse o astio reciproco, subito dopo l'acclamazione, è concentrato quasi tutto quello che quegli anni significarono per me.

I primi passi in direzione di un'altra persona, io e Jennifer, un senso di inadeguatezza e fragilità, io e Pia, e quell'esserino fragile, eppure così amabile, che ero io nella mia interezza.

Sullo sfondo si vedono gli altri ragazzi che quel giorno si laurearono, attorniati dai numerosi parenti in un clima festoso e lieto.
Ma quel giorno non mi mancò nulla: c'era il calore di tutta una famiglia numerosa, e non la relativa invadenza, in Jennifer, e il fascino decadente, quella malinconia così difficile da capire e che pure non potevo che accettare, quasi per fede, di Pia erano tutti, e solo, per me.

Il mio destino, intanto, si modellava alle esigenze e alle opportunità lavorative.

Già durante i mesi della tesi, grazie all'aiuto del mio ottimo relatore, ero entrata in contatto con un gruppo di ricerca dell'università di Heidelberg: non avevo mai pensato di intraprendere la carriera accademica, ma un paio di professori mi ventilarono l'opportunità di un contratto di 3 anni per un PhD, su un argomento non troppo diverso da quello della mia tesi.

Mi invitarono per una colloquio, per verificare la mia preparazione, illustrarmi il progetto, discutere dell'eventuale contratto.

Una settimana dopo la laurea prendevo così il treno che, puntando verso sud-ovest, avrebbe cambiato il corso della mia vita.

Una mattina dell'autunno di 4 anni fa, all'alba, mentre ancora la città dormicchiava e le strade deserte si riempivano solo dell'odore del pane, io uscivo di casa con uno zainetto sulle spalle, un biglietto di andata e ritorno in tasca e una strana frenesia addosso.

Non ero particolarmente agitata per il colloquio: sapevo che ci sarebbero stati altri candidati per la posizione per la quale mi presentavo, ma da una parte ero piuttosto sicura di me, e dopotutto se pure non m'avessero presa avrei potuto cercare altrove, magari proprio a Berlino, fuori dall'accademia, un lavoro qualsiasi.

La mia frenesia era legata piuttosto all'idea del cambiamento in sè, che prima o poi, li o altrove, sarebbe intervenuto nella mia esistenza.

Dopo anni di omogeneità, di ritmi collaudati e che non si traducevano in monotonia solo per i miei saltuari colpi di testa, tutto sarebbe dovuto mutare.
Non potevo certo pensare di tirare avanti ancora di espedienti, o di vivere in una stanzetta, no?

E poi, timidamente, mi domandavo se, tra colleghi più maturi, non avrei forse trovato qualcuno cui confidare qualcosa di me. Quei segreti che neppure con Jennifer o Pia ero riuscita a condividere, e che mi bloccavano di fatto con entrambe, li avrei potuti confessare, e forse qualcuno m'avrebbe potuto dare quell'assoluzione che, oggi credo un po' scioccamente, bramavo.

E non voglio neppure tacere che dopotutto ero una ragazza di ventitre anni, con tutti i normali desideri di quell'età, e tanti, troppi baci non avevo rubato a labbra innamorate, e troppi abbracci perfetti avevo solo confusamente sognato per sfuggire quelli qualsiasi, beceri che avrei potuto concedermi ogni giorno, per non averne traccia nelle mie fantasie.

L'altro, il corpo ... continuazione in carne dell'anima a volte, semplice ossessione quasi sempre: non ne ero insensibile, per quanto spessissimo castigassi i miei desideri.

Così qualche volta, quando volevo un diversivo per passare le infinite ore del sabato sera, cercavo incontri occasionali, di quelli da cui vuoi scappare quando tutto è finito.

Non avevo più avuto storie dopo quella con Jennifer, solo qualche avventura insignificante, di cui a oggi un po' mi vergogno.

Non per l'idea del 'peccato', ma perchè mi avvicinavo a quei corpi clandestini come in apnea: mi sarei potuta unire al più eccellente dei poeti, alla più appassionata delle letterate, e non me ne sarei accorta, perchè appunto, a priori, mi alienavo. Soddisfavo il bisogno, scappavo e solo poi tornavo in me.

Negli anni d'università in effetti non mi ero risparmiata nello studio, ma non avevo coltivato molte amicizie, nemmeno al dipartimento: un po' distrattamente, forse perchè già di mio lavoravo, non avevo sentito neppure l'esigenza di dover iniziare a pensare a cosa fare dopo.

L'aver fatto la tesi con un gruppo sicuramente tra i piu' avanzati scientificamente parlando, ma composto da persone prive di ogni capacità manageriale, m'aveva forse nociuto per certi versi, e quindi proprio per questo ero pronta ad ogni scelta: non dovevo favori a nessuno, avrei giocato le mie carte con la tranquillità di chi sa di non puntare nulla di così importante.

Nelle ore di quel lungo viaggio, mentre riguardavo la mia presentazione e limavo qualche dettaglio lavorando al mio portatile, e il treno sferragliava correndo veloce nella campagna tedesca, pensavo al mio futuro.

Andò tutto ottimamente al colloquio: a Berlino avevo lavorato d'altra parte molto bene, e con una pubblicazione già all'attivo, di fatto un distillato della mia tesi, partivo avvantaggiata rispetto gli altri candidati.

Di cinque che presentarono il loro lavoro quel giorno ad Heidelberg, non fui comunque l'unica ad entrare nel gruppo: anche un ragazzo svedese, un matematico, venne assunto, per un altro progetto.

Delle persone che incontrai durante quei tre anni, dei legami che strinsi, di quelli che sciolsi, a volte con violenza, mai pentendomene, parlerò magari in futuro.

Ora ho solo voglia di dire del mio primo incontro con Gio.

Ci siamo sentiti poco fa al telefono: una delle nostre solite chiacchierate al limite dell'assurdo.

E mi è tornato in mente quel giorno lontano ...

Vedo 'Gio is calling' e non posso immaginarmi mai cosa verrà fuori: forse saremo allegri entrambi, e allora rideremo a crepapelle.
O invece uno dei due sarà un po' giù di corda, e farà di tutto per nasconderlo, e invece l'altro lo capirà in due nanosecondi, e allora rideremo comunque a crepapelle, e con le lacrime agli occhi.

Non abbiamo mai vissuto nella stessa città, e ci siamo visti non molte volte dopotutto: qualche viaggio assieme, a volte di lavoro, visite di pochi giorni da me o da lui, o quella volta che, senza che me lo aspettassi, mi venne a prendere all'aereoporto, mentre m'aveva fatto credere d'essere dall'altra parte del mondo.
Ci siamo visti poco, ma ci siamo scritti decine, centinaia di lettere, sms, cartoline, e-mail, tanto da aver recuperato tutti gli anni di solitudine, ed essere ormai ... amici o fratelli?
Non lo so, non è facile definire un rapporto come il nostro.

Oggi eravamo tutti e due allegri, che bello ridere, e non perchè si parla di cose sciocche, ma perchè ... perchè ci riusciamo lo stesso.

Torno indietro fino a un giorno di primavera, era il 19 marzo del 2007.

Non avevo abbandonato la buona abitudine di andare al lavoro in bicicletta, ma quella mattina avevo dovuto prendere il bus: portavo con me del materiale per l'ufficio, il portatile, un paio di libri ... troppa roba per due ruote!

Da casa mia, il bus passava dalla stazione centrale nella sua corsa per l'università.

E li, quel mattino, salì in carrozza, alla fermata HauptBahnhof questo ragazzo di circa trent'anni alto, magrissimo, inquietantemente pallido e chiaramente in difficoltà con il luogo.

Dal momento che portava in spalla uno di quei lunghi cilindri sottili nei quali gli accademici in trasferta mettono i loro poster, l'osservai un poco, pensando di poterlo aiutare: in mano teneva una cartina stampata in bianco e nero della città, ma non sembra davvero capirci molto.
Portandosela all'occhio cercava, in quella mappa disastrata, una vaga conferma a chissà quale sua teoria circa il tragitto da compiere.
Dopo un paio di fermate dovette per forza convincersi di essere sul giusto bus e di procedere nella giusta direzione.
Quindi, tranquillo, venne a sedersi, prendendo posto davanti a me.

Mi guardava.

Tra me e me all'inizio pensai 'Non sperarci cocco, neanche morta, avvicinati e ti polverizzo', eppure via via che passavano i minuti, iniziavo a provare anche una certa tenerezza: non sembrava un assatanato, più che altro mi pareva in contemplazione, quasi religiosa.
E dire che non ero vestita particolarmente bene, e dire che non mi ero truccata, nè ero pettinata al meglio.
Ero la solita Vera del lunedi mattina: di corsa, semplice, forse perfino un po' assonnata.
Lui non mi guardava, lui mi scrutava: per lui non ero semplicemente bella, ero misteriosa.
Se la cosa da una parte mi lusingava, ero anche un po' in soggezione, ma ho sempre accettato ogni sfida di sguardi e quindi presi a osservarlo pure io.
No: nessuno, nessuna mi aveva mai fissato così, nè io.

Sembrava volermi chiedere qualcosa, anzi: sembrava dire a sè stesso 'Questa è la tua grande occasione, non lasciartela scappare! Pensa, fai qualcosa, di qualcosa!'.

Arrivammo alla fermata dell'università.
Ovviamente m'aspettavo che anche lui scendesse li, ma niente: continuava a guardarmi.
E io, idem.
Quando il bus si fermò, mi alzai.
Lo fissai ancora più intensamente, quasi a dirgli 'Ehy, guarda che sei arrivato'.
Impassibile, continuava a starsene li impalato, con gli occhi rivolti avanti a sè, dove ero seduta io, quasi ipnotizzato.

Scesi dall'autobus per dimenticarmene.

Entrai in atrio, salutai un paio di colleghe, quindi passai al bar per fare colazione.
Così passò una mezzoretta.
Di ritorno di nuovo in atrio, lo vidi entrare: trafelato, con il telefonino 'Ma possibile che non prenda questo sciocco marchingegno?' in mano e ... e poi lo persi che si infilava un corridioio.

Ecco, questo fu il nostro primo incontro.

Era italiano dunque.
Confesso che l'avevo immaginato: era troppo disorganizzato per essere di una qualsiasi altra nazionalità.
Non vi pensai più quella mattina.
Ma il giorno dopo avrei cominciato a conoscerlo per altro che non i suoi disastrosi, amabili, difetti.
L'avrei conosciuto per i suoi disastrosi, terribili, difetti.
E così sarebbe iniziato il tutto.

M'ero già dimenticata di quell'incontro nel volgere di poche ore: d'altra parte, era l'inizio del mio dottorato, ero piena di impegni.

Se quelli lavorativi già di loro erano piuttosto pressanti, mi resi conto abbastanza presto di poter contare sulle capacità organizzative e scientifiche di alcuni e di dover sopportare la mediocrità di altri, gravava anche il peso di una vita domestica nuova, e quindi quel lungo elenco di consuetudini banali ma necessarie come fare la spesa, cercare un idraulico, sistemare la casa.

Il mio supervisore, nel tardo pomeriggio, mi chiamò nel suo ufficio: un imprevisto gli avrebbe impedito di assistere, l'indomani, al seminario che era stato organizzato presso il nostro dipartimento.
Mi chiedeva quindi, e la sua era una gentile imposizione di fatto, di presenziare a un numero di talk, di guardare certi poster, e cercare, per quanto fosse possibile, di capire un metodo che avremmo potuto usare, chiedere lumi circa un articolo nel quale si riponevano egualmente speranze e nutrivano dubbi, contattare il rappresentante di una determinata compagnia privata.

Dubito che lui stesso sarebbe stato capace di eseguire con la dovuta cura tutti quei compiti, e io mi decisi di cercare qualità e non quantità, e così la sera, programma alla mano, stilai uno schema realistico del da farsi.

Avrei, su tutto, cercato di seguire un paio di presentazioni orali, per le quali avevo già in mente alcune di domande, e due o tre poster: solo se fosse rimasto tempo avrei tentato di andare oltre quello che, ne ero sicura, era davvero importante.

Al mattino presto, sicchè, ero già in università, e non per il mio solito lavoro, ma in rappresentanza del mio istituto.

Tutto procedette nel migliore dei modi: pranzai perfino con un ricercatore giapponese, e dopo un'estenuante lotta con il suo inglese incespicante, riuscii a ottenere quelle informazioni che tanto, il mio supervisore, desiderava ottenere.

Il pomeriggio non fu diverso dalla mattinata: durante una pausa caffè conversavo con un americano orgoglioso dei suoi risultati e un po' restio a discutere le approssimazioni che sottointendevano, nell'intervallo tra due presentazioni trovavo, in un'energica professoressa russa, la sponda ideale per risolvere una controversia tra me e un'arrogante studente francese.

Stanca, ma felice, me ne stavo infine su una poltroncina, un po' in disparte, guardando il mio programma: mi mancava solo un'ultima cosa, dare un'occhiata a un poster.

Il relatore, un Ph.D. student, sarebbe stato presente solo nel tardo pomeriggio, e benchè fosse un'autentica scocciatura dover aspettare così a lungo, ero ben decisa a chiudere in bellezza una giornata che, lavorativamente, era stata davvero molto soddisfacente.

I corridoi iniziavano a svuotarsi, e s'accendevano le pallide luci al neon.
Alle voci serie e chiare degli accademici s'erano sostituite le chiacchiere, le risate rilassate che ci si concede alla fine di giornate intense ed eccezionali come quelle in cui ci si ritrova con vecchi amici, colleghi di tempi lontani.

Mancavano ormai pochi minuti all'ultimo appuntamento della giornata.

Chissà perchè, volli andare un attimo in bagno a rinfrescarmi, a farmi bella.

E bella lo ero davvero: perfino a conclusione di un pomeriggio pesante, che seguiva una mattinata lunga e frenetica, l'immagine riflessa nello specchio era meravigliosa.

Mi lavai il viso, sciolsi i miei capelli e mi pettinai un po'.

Che senso aveva prendersi cura di sè, in quel momento?

Ormai tutti i professoroni, sicuramente, erano già andati via: rimaneva quella presentazione, e non avevo nessun interesse a voler far colpo su un 'lui' che non conoscevo minimamente, e che dopotutto, essendo 'uomo' già per questo mi interessava poco.

Certo, dato il suo nome poteva essere italiano, per quanto il suo cognome non lo lasciasse intuire e la sua provenienza non lo confermasse, e allora avrei potuto chiacchierare un po' con lui, tornare ad esprimermi in quell'unica lingua per la quale non occorreva tra pensiero e parola quel tempo che permette a l'uno di cristallizzarsi, e lascia dunque che il verbo rappresenti solo concezione meditata e non percezione immediata.

Io non lo sapevo, ma quel finire di un giorno per la quale avevo messo da parte poche energie residue, avrebbe cambiato la mia, le nostre vite.

Torno a pensarci colma di un'affetto capace ancora oggi di commuovermi fino alle lacrime.

Per me che non avevo fratelli, per me che avevo odiato i miei genitori, per me che avevo sempre celato, accuratamente, quanto più potevo perfino ai miei amanti e alle mie amate, s'avvicinava l'incontro con quello per il quale sarei davvero stata nuda senza patire freddo nè provare vergogna.

Non desiderata, ma capita, non giudicata ma accettata ... e finalmente non più sola.

E ovviamente era proprio lui a presentare l'ultimo poster, quello a proposito del quale avrei dovuto informare il mio supervisore.

Appena me ne resi conto, mi rammaricai d'essermi rimessa a posto i capelli, e le mie guance si fecero un po' rosse quando lui, avendomi riconosciuta, mi rivolse, sorridendo, un breve cenno di saluto con il capo.

Complice anche la stanchezza, ma soprattutto a causa di quella situazione un po' buffa, non riuscii poi a concentrarmi immediatamente sul suo lavoro.

Presi invece ad osservarlo: adesso che era senza giacca, e l'avevo davanti a me, piuttosto alto, camicia rosa sbottonata alle maniche, pantaloni neri, attorno al collo una sciarpa di velluto, mi rendevo conto che era d'una magrezza inquietante.

Ogni tanto, mentre parlava, si sistemava un po' con la mano sinistra gli occhiali, e poi gesticolava, ora indicando con l'indice un punto nel vuoto, ora elencando uno, due, tre .. con pollice, indice ... e arrivato al tre invece che semplicemente aggiungere il medio, levava il pollice, con quello teneva piegato il mignolo, e lasciava le altre dita dritte.

Mi impressionarono su tutto proprio le sue mani: di così sottili non ne avevo mai viste in un adulto, e mentre mi convincevo che non poteva essere del tutto normale, i battiti del suo cuore, ad esempio, erano troppo rumorosi, mi preoccupai anche che fosse li li per svenire da un momento all'altro.
La sua pelle, dopotutto, era troppo opalescente per essere quella di una persona sana ...
Uno starnutò per di più lo scosse con violenza, piegandolo come un fuscello al vento, e ogni tanto capitava si fermasse, per pochi istanti, per riprendere fiato o stiracchiarsi un poco.

D'un tratto mi ricordai che io non ero li per fare una diagnosi medica a uno sconosciuto, ma per conto del mio supervisore, per il quale avrei dovuto scrivere una relazione circa quel maledetto metodo di calcolo di cui parlava e che, ahimè, un po' perchè imbarazzata all'inizio e scossa in un secondo tempo, non avevo davvero capito.

E poi lui correva a una tale velocità che alle volte faticavo a seguirlo, anche perchè il suo inglese era ancora contaminato da un forte accento.

Inoltre diciamolo ... aveva preso confidenza con una ragazza, che pure era li ad assistere alla sua presentazione, e con lei aveva iniziato un discorso troppo specifico perchè riuscissi a seguirlo proficuamente.

Ecco: così passò in fretta l'ora di esposizione, con me sempre in ritardo su quello che diceva lui, e con gli altri sempre lesti a prendere la parola prima di me.

Mentre cercavo di leggere da sola il poster, e non era facile visto che non potevo avvicinarmi troppo, lui era sommerso di domande, con le quali, lo confesso, non se la cavava poi male.

Mi meravigliò, per altro, che dopo quel primo cenno di saluto, fosse passato ad ignorarmi completamente, e che non sembrasse neppure cercare nei miei occhi lo spunto per una conversazione con me.

Mi evitava.

Anche questo era strano: lui, che in un primo momento, quel giorno sul tram, era rimasto li a guardarmi quasi estasiato, m'escludeva, e proprio allora che avrebbe avuto una scusa per fissarmi.

Era come se proprio non esistessi, e invece continuava a parlare con quella civettuola che tornava ciclicamente a ripetergli la stessa domanda in mille modi diversi ...

Terminò con il solito scambio di biglietti da visita, le solite promesse di risentirsi, di spedire articoli e dati, che già era tramontato il sole.

E io non avevo capito un bel niente, nè mi sentivo a mio agio a fargli delle domande, nemmeno se ormai, erano passate le sette di sera, e i corridoi, e la zona espositiva, s'erano fatte deserte, popolate solo dai pochi ritardatari e dagli ultimi.

Raccolsi dunque le mie cose, e mi misi un attimo in disparte, con la mia cartella già in spalla, pronta ad uscire, e con una strana sensazione ad agitarmi il cuore.

Cosa mi teneva ancora li?

Il senso di colpa per non essere riuscita completamente nel compito che mi era stato assegnato?
Una sorta di compassione per quell'esserino magro, dal passato incerto e dal futuro sicuramente fragile?
O forse mi bruciava l'essere arrossita poco prima, e volevo dunque dimostrarmi capace di guardarlo come guardavo tutti gli altri, squadrandolo con quel disprezzo che si riserva agli ingordi?

Oggettivamente, la giornata era stata, lavorativamente parlando, un successo: a confronto dell'ottimo report che avrei scritto a partire dai miei appunti, quella mancanza sarebbe stata solo un piccolo difetto.
E potevo io, che m'ero giurata d'essere forte, provare pietà per un altro, uno sconosciuto per giunta, quando non ne avevo nei miei riguardi?
E per quanto riguardava il mio essere arrossita come un'adolescente, ridimensionavo il tutto a un piccolo incidente giustificato dal concorrere di mille circostanze, una sciocchezza insomma.

Questo pensavo, eppure ero sempre li, e avrei voluto essere altrove, e però non riuscivo a decidermi.

Sentivo dentro di me l'unicità di quell'incontro: non ne esprimevo un giudizio in senso positivo o negativo, ma ero convinta che come fino a quel giorno non avevo provato quella strana, inquietante, sensazione, difficilmente avrei potuto averne esperienza in futuro.

Ormai eravamo rimasti in due: lui l'ultimo, il più lento a staccare il poster dai pannelli espositivi, e io, sempre in disparte, vicino alla porta, ancora confusa sul da farsi.

E poi, d'improvviso, ecco arrivare una sorta di illuminazione.
Finalmente capii cosa m'aveva colpito in lui.

Lui era fuori luogo ... proprio come me.

Me ne ero convinta: la sua dissonanza con il resto delle persone non si limitava a una presenza fisica un po' inquietante, era assieme rigido e fragile.
Quella faceva solo all'apparenza di lui un punto isolato dagli altri: qualcosa di diverso e più sottile doveva giustificare il suo atteggiamento gentile ma distaccato, e per forza di cose pensieri di un qualche genere avevano riempito i suoi infiniti, ne ero certa, attimi di solitudine, come quelli, lunghissimi, che gli occorrevano per preparare le proprie cose e avviarsi all'uscita.

Sorrido se penso che nel volgere di pochi istanti sarei tornata a considerarlo un depravato: eppure è proprio andata così tra noi, e non riesco a immaginare come sarebbe potuto essere più fecondo quel nostro primo attimo di contatto ... o di collisione.

Un fine stratega davvero non sarebbe riuscito ad organizzare meglio il nostro incontro di quanto il caso, per una volta benigno, anche se sempre mascalzone, stabilì.

Si avvicinò alla porta fischiettando un motivetto allegro.

Avanzava zoppicando lievemente: la giornata, pesante perfino per me, non stentavo a credere avesse messo a dura prova la sua resistenza di mingherlino.
Mi sembrò anche per questo assolutamente innocuo, e benchè non intendessi tendergli una trappola, ciò mi tranquillizzava.

Me ne stavo dietro una colonna, pronta, al momento di minima distanza, a fare la mia mossa: l'ampia stanza era male illuminata, restavano accese le poche lampade della notte, ed ero sicura che lui non si fosse accorto di me.

...

Ecco il momento Vera, buttati!

...

'Mi scusi ...'

Lo sorpresi mentre, lui camminava con la testa fra le nuvole, ero alla sua sinistra.
Gli rivolsi da subito la parola in italiano.
Si voltò verso di me lievemente scosso, di sicuro sorpreso, ma presto torno in sè.
Si schiarì la gola e mi disse.

'Buondì signorina ...'

L'inizio fu decente dopotutto, anzi mi divertì quella sua formula di saluto un po' arcaica, e la modulazione della sua voce, finalmente rilassata, era serena e tranquilla, non più frenetica come prima, durante la discussione.
Questo di lui mi piacque: il resto invece lo detestai.
Subito si fermò, appoggiò le sue cose per terra e, rialzando lo sguardo, facendo un mezzo passo in mia direzione, chinandosi in avanti, iniziò a guardarmi con insistenza e senza nessun pudore il seno.
Guardò a sinistra e a destra, con occhio clinico manco fossi un manichino esposto in vetrina.

Nessuno aveva mai osato tanto.

Ero ben consapevole della mia avvenenza, e spesso avevo giocherellato a sedurre, a mandare mezzi segnali d'intesa, a torturare deliziosamente la fantasia altrui, invitando e negandomi, ma nessuno aveva mai neppure provato a guardarmi così.
Perfino nell'intimità mi spiaceva essere ridotta a mercanzia, figuriamoci in pubblico, con un estraneo, in un'occasione di lavoro!

Tutto dunque annichilì all'istante: la curiosità per lui, l'alone di mistero di cui l'avevo circondato, quel misto di tenerezza e ammirazione che avevo sentito nascere dentro di me.

Fui li li per tirargli un pugno, e sicuramente l'avrei fatto cadere come un birillo, e sarei stata soddisfatta solo dopo averlo ricoperto di insulti.

La sorpresa tuttavia m'aveva come paralizzata, e i miei riflessi erano rallentati.
Si ritrasse, con una naturalezza sorprendente, proprio all'ultimo nanosecondo valido per sfuggire alla mia ritorsione bellicosa.

Si portò quindi una mano al collo, frugò un po' tra colletto della camicia e bavero della giacca e tirò fuori il suo badge.
Me lo mise sotto il naso, in modo che potessi, anche nella penombra, leggere bene il nome.

'Piacere, io sono Gio. Lei è ...?'

Possibile che avesse solo cercato di il mio nome, guardandomi con tale insistenza li dove, in effetti, si tiene il proprio cartellino?

Era un trucco ridicolo? Una collaudata tecnica di un vizioso Don Giovanni?
Con chi diavolo avevo a che fare?

Detestavo non avere in mano la situazione, non avere un'idea chiara di chi si trovava di fronte a me. Di solito non avevo nessun dubbio circa l'altro, il mio prossimo, che in effetti era quasi sempre nessuno: lui, viceversa, m'obbligava a pensare in termini differenti, a dovermi misurare con comportamenti insoliti.

Aveva fatto la sua mossa, presentandosi, e allora toccava a me: l'imponevano le leggi non scritte dell'educazione, e in questo caso perfino del buon senso visto che, non me ne dimenticavo, ero ancora in tempo per ricondurre il tutto a una conversazione scientifica.

Volendomi cavare da quella situazione che sembrava aver imbarazzato solo me, e rimettermi in una posizione di vantaggio, almeno dal mio punto di vista, gli concessi un'altra opportunità.
Ovviamente lui era del tutto ignaro di questo, eppure, dentro di me, mi sarei sentita a quel punto in una disposizione favorevole.
Replicai dunque.

'Piacere, mi chiamo Vera'.

Mi presentò allora la sua mano: gliela strinsi.
Era così sottile, esile, e la stretta talmente lieve che, di nuovo, mi sentii invadere da una strana forma di tenerezza.
Questa volta, la volli dominare, e vi riuscii, ma a fatica.
Mi sorrideva, il suo viso affaticato, emaciato e pallido ... e mi disorientava ancora una volta, e ancora una volta dovevo correre ai ripari.
Tornai dunque la Vera studentessa che era li per compiere il proprio dovere.

Cercai di iniziare un discorso formale ...

'Mi scusi Gio ...'
Ma subito mi corresse.
Un guizzo di luce nei suoi occhi, un'inattesa vivacità attraverso quel volto stanco.
'No per Diana, non darmi del lei! Non sono poi così più vecchio di te!'

Ecco: ancora una volta mi metteva i bastoni tra le ruote.
Io, che volevo tenere il timone tra le mie mani, mi ritrovavo ancora a dover ricominciare da capo, a dover per forza di cose improvvisare.

Era un maledetto moto perpetuo!

Respirai a pieni polmoni quindi, aumentando lievemente tono e velocità, dissi tutto d'un fiato.

'Mi scusi, ma non la conosco e preferisco darle del lei. Mi domandavo se potrebbe darmi una delucidazione ...'

Di nuovo, mandò in fumo i miei progetti.
Mi guardava, mentre recitavo la mia parte, con aria seria, quasi severa, tanto che mi convinsi d'averlo messo all'angolo, obbligandolo ad essere quello che io volevo.
E invece mi fermò con una lapidario, assurdo ...

'Tu credi che io sia un vecchiaccio, confessalo!'.

Avevo dunque a che fare con un deficiente?
Altro che persona distaccata e gentile, quello era un clown fuggito da un manicomio per pagliacci schizzofrenici: non mi conosceva minimamente, per quel che lo riguardava potevo essere chiunque, e mi parlava in quel modo?

Isntintivamente, non avendo proprio modo di ragionare una strategia di uscita da quel non senso, replicai seccamente:

'Scusa?'
E lui, beffardo e gentile, aggiunse allora:
'Oh, finalmente. Dai, adesso possiamo parlarne. Dimmi tutto'.

Io l'avrei strozzato, ma a quel punto mi piegai, la cosa mi bruciava, ma ero ben decisa a dirgli addio nel giro di pochi minuti e dimenticarmi di lui e le sue differenze di fase con il resto del mondo.

Mi serviva giusto per completare il mio report, no?

Iniziammo dunque a parlare di lavoro ...

Prevalse, infine, la prudenza, e dunque mi presentai, parlandogli fin da subito in Italiano.

'Piacere, io sono Vera, e sto facendo un dottorato in Fisica qui all'Università'.
Tornò a scrutarmi con i suoi occhi castani che le lenti, rovesciate, facevano piccoli piccoli.
Fu li li per dire qualcosa, ma sembrava non riuscire a trovare le parole, e pareva che il disagio di una giacca troppo pesante, uno zaino in bilico su una spalla e di due stringhe slacciate avessero contagiato anche la sua oratoria.
'Scusa, ma sono troppo stanco per essere ridicolo e/o galante' disse a un certo punto, dopo aver poggiato la sua giacca a un tavolo.
'Ti spiace se rimando a domani il solito elogio delle tue forme perfette e tutto il canovaccio standard?'.
Ero allibita, e sempre più confusa.
Crescevano, simultaneamente, i peggiori sospetti di demenza o perversione, ma non riuscivo a scacciare del tutto una vaga sensazione di fragilità, di una gentilezza incapace di esprimersi.

E mi chiedevo se fosse mia, o invece d'entrambi.

Il mistero di lui mi incuriosiva: percependolo inoltre come totalmente innocuo, decisi di sfidarlo, ma non per gioco, bensì per una ragione che da vaga intuizione, con gli anni, s'era fatta solida certezza: io dovevo cercare tra i deviati i miei ... amici.
Amicizia ... m'era interdetta con i colleghi, per quanto brillanti, o generosi, o audaci fossero erano troppo maledettamente diversi da me, e noiosi, pavidi, monotoni.
E degli ometti poi, di cui per un breve periodo pensai di poter riempire la mia vita, facevo un uso pornografico, li consideravo davvero alla stregua di giochi erotici, e spesso senza trarne un vero godimento e patendone un immediato fastidio.

Il risultato era la mia straordinaria, infinita solitudine, e quella nulla densità attorno a me.

Feci una lieve smorfia, e mi diedi da fare per sorprenderlo.
'Non sei mica costretto a fare il deficiente con me, sai?'.
Una luce nei suoi occhi mi fece intuire che, benchè stanco, non si sarebbe tirato indietro.
'Ed ecco che una volta di più le apparenze ingannano ...' aggiunse, passandosi una mano tra i capelli.
Quindi, poggiandosi a una colonna, si stiracchiò un poco.
Scricchiolava come una vecchia vaporiera, il mio Gio, e forse pensava di impressionarmi.
Mi parve stesse ripassando un copione da propinarmi, e allora volli precederlo.
Sgranai gli occhi, e poi, mettendomi le mani attorno alla vita, e gonfiando il petto in modo che risaltasse quanto figa ero, volevo eccitarlo e umiliarlo nello stesso istante, lanciai la mia provocazione.
'Non è ora di fare un tagliando?'
Ecco, ero stata davvero stronza, d'altra parte a questo punto ero in ballo, e non potevo lasciare un punto di domanda tra noi due.
Offeso, inviperito, incapace di rispondermi ... queste erano le reazioni che l'avrebbero istantaneamente eliminato dal novero delle persone interessanti.
Una sola parola, e lui sarebbe stato semplicemente, e per breve tempo nei miei ricordi, solo lo spilungone dondolante di un giorno ad Heidelberg.
'Questa è la fregatura di noi pezzi unici' e sfoderò un altro dei suoi sorrisi apollinei (così li chiama lui!), 'anche se è ora di fare un tagliando, non si trova la materia prima!'.
Ritornai all'attacco:
'Voi pezzi unici ...' ma mi fermò.
'No. Noi' e indicò entrambi, 'Noi pezzi unici'.
Cosa intendeva dire in quel 'Noi'?

Era talmente ansiosa di essere scoperta come qualcosa di diverso da una bella ragazza che mi stavo lasciando ingannare?

E pensavo ...

Gio, perchè non la smetti di parlare in modo così oscuro, o forse dovrei smettere io per prima, e deponi le armi? Dammi un ultimo segnale, inequivocabile, che non sei uno dei soliti cascamorti, fammi capire che con te stasera posso uscire a cena senza che tu penserai a come fottermi stanotte.
Ti prego, Gio, ne ho bisogno!


Rileggo l'ultima lettera che mi hai scritto, e so di volerti bene davvero.

Cara Vera,
t'avrei potuto chiamare stasera, e invece ho deciso di scriverti una lettera.
E' un lunedi sera.
Mi immagino teneramente la confusione abissale che regna in queste ultime ore di lunedi sul tuo tavolo: domani è martedi, e se la memoria non mi inganna tu devi tenere il corso di meccanica. Allora, ne sono sicuro, sei li a ripassare per le esercitazioni, per evitare che qualche studente ti metta in difficoltà.
Ti vedo sommersa in un mare di dispense, appunti, e se srotolo quei fogli accartocciati scommetto di trovarvi sopra i tuoi scarabocchi: i rotondeggianti da noia, o quelli diabolici, a spezzate imbizzarrite, da attacchi di follia, o i tuoi ometti stilizzati che danzano e volteggiano.
Sono certo che te ne stai alla luce della tua bella lampada, con la tua immancabile tazza di the, magari hai ancora un po' di quello che ti ho spedito io, e via, non nascondere quei biscotti, tanto lo so che sei una golosona!
Tu ti preoccupi, ma te lo dico io: non c'è nessuno che possa mettere alle corde la mia Vera, se non Vera medesima!
Vorrei raccontarti, ovvero fissare in parola, perchè si possa noi tornarvi un domani con il pensiero, un po' di tutto.
Della bella ragazza che ho fatto ridere domenica pomeriggio, ti saresti divertita e sorpresa a vedermi all'opera ancora una volta nei panni del ruffiano che hai rischiato di prendere a pugni al nostro primo incontro, dei bambini che ascoltavano estasiati una favola e una fisarmonica, pensa come sono fortunati questi piccoletti, del piacere di riprendere la moto, una passione questa che non mi illudo di poterti trasmettere e che forse dovrei dimenticarmi io stesso, delle sere passate fino tardi al lavoro, di come sia dopotutto bello, almeno per me, non so per te, essere tra gli ultimi ad andarsene, ed entrare, e lasciarsi alle spalle il buio in quegli ampi corridoi dove le luci si accendono, di sera, solo al passaggio di qualcuno.
Di noi, ad esempio.
Quando la notte ha già colorato di nero il cielo, e le stelle sono gomitoli di luce sparsi su un tappeto infinito, mi sembra più facile tutto: lavorare, pensarti, sentirti vicina.
Chissà: forse anche tu stavi guardando il grande carro stasera, o cercavi di ricordarti come si faccia a trovare la stella polare.
Anzi, tu dovresti ricordartelo visto che con le stelle ci parli tutti i giorni, no?
Quando la luna è così, lama affilata d'una falce sottile, scommetto che la tua fantasia come la mia s'immagina le storie che si narravano nelle grotte, dove i primi uomini cercavano riparo dagli spiriti maligni dell'oscurità, e i canti, e il fuoco, e le pitture creavano un'atmosfera che ancora oggi ci sembrerebbe magica.
Come sono stanco Vera!
Mi riprometto di scriverti una lettera più sensata presto.
Io stasera, alla fine, volevo solo dirti quello che sai già bene: sei bellissima, e ti voglio bene.
Io ti amo.
Gio

2 comments:

  1. Ehi, dove sei sparito? Non oso pensare! :)))
    Tutto bene?
    Un bacio!

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  2. Tutto ok Sara, grazie della visita!

    Gio

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