Wednesday, 1 May 2013

Dystopia

Tra qualche settimana avro' ospiti i miei genitori, e piu' in la degli amici, e ancora in estate qualun altro, e dunque devo iniziare a preparare la casa, occultare i sintomi del malessere, disinnescare i precursori della malinconia.

In libreria, tra trattati scientifici, tomi di storia, volumi di letteratura, se ne stanno due mattoni neri, spessi, pesanti.



Sono le stampe recenti della Dystopia.

Da tempo, e senza nessun fine, ciclicamente mando in stampa una raccolta dei pensieri che qui lascio scorrere, cozzare e svanire non curandomi di altro che dell'esigenze, spesso violente, aneurismatiche davvero, del momento in cui decido di scrivere.

Dopo cena, nel salotto silenzioso e ancora dorato, ma gia' cupo per ragioni che non so, o non voglio cogliere, ho sfogliato qualche pagina.

Un anno fa.

Ti confesso, e me ne sono vergognato solo per i pochi istanti necessari a rinormalizzare, riassorbire nell'ovvio una sciocca punta di compiacimento, che la lettura mi ha in un primo momento appassionato.

Non tanto lo stile, quanto l'acutezza del pensiero, davvero capace di emergere dal di dentro, piuttosto che di sedimentare dal di fuori, era sorprendente - ma la meraviglia non e' durata che un attimo, quello necessario a riconsiderare il tutto come mio, e dunque necessariamente intimo.

La scrittura di un diario, oltre a rappresentare una cura od un palliativo, consola anche nel senso che leggerne le pagine da una distanza temporale sufficiente ad averne cancellato il ricordo ci illude davvero dell'esistenza di un altro in grado di intenderci, e disposto a prenderci con se'.

Un anno fa.

Che vita schifosa, mamma mia.
Che fallimento!

Ogni illusione, tutte le costruzioni della mente che consigliano una definizione diversa, sofisticata, elegante, un nescioquid misterioso ed aulico, come 'stoico', 'eroico', 'coraggioso' di questa esistenza sono ridicole menzogne.

Ieri, ad esempio, durante il convulso pomeriggio di lavoro, ho buttato giu' un paio di righe: semplici parole cui dedicare qualche minuto la sera, per farne pensieri, illudendomi di poterli tradurre in contrazioni di cuore di donna.

Ma poi ho pensato, e soprattutto capito, che mentre io picchio con dita scheletriche squallide tastiere di computer le donne vivono.

Vivono con uomini che non si curano di cazzate simili, ma puntano al sodo: sbottonare camicette, sfilare calzoni, martellare fiche contente.

Mah, al diavolo: io stasera tornero' a scrivere.

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