Saturday, 27 April 2013

Cronaca

I miei giorni spesso iniziano di notte, quando la stanchezza accumulata ha vinto le resistenze del corpo, ma non estinto del tutto la vivacita' della mente.

I miei giorni spesso iniziano nel sogno.



Il fisico, debole, frastornato dal freddo insistente e sottoposto a sforzi eccessivi perfino in una settimana di lavoro qualsiasi, pretende quotidianamente un lungo sonno per rigenerarsi.

Non me ne rammarico piu' di quel tanto.

Questa ulteriore restrizione del tempo a me concesso, la malattia mi ha scippato di un'intera stagione dell'esistenza e non mi concedera' una serena vecchiaia, e' proprio la capacita' di vivere avventure entusiasmanti a rendere se non sopportabile almeno non del tutto equivalente ad una perdita.

Perfino l'incubo, quello di stanotte e' stato atroce, e' allora un capillare che irrora la materia altrimenti inerme della mia stanchezza.

Gli elementi portanti, raccolti con cura, so individuare in dettagli secondari degli ultimi giorni: uno scroscio di pioggia gelida, improvviso e rabbioso, una cartolina trovata nella casella della posta, una fotografia.

Con i fratelli ed i genitori sto pranzando nella casa dei nonni.

Siamo soli, proprio come se fosse oggi.

Ormai e' da quasi vent'anni che l'unica a dimorare in quella splendida villa e' la morte; il tempo cosi' impone ai ricordi, della disposizione dei mobili nel grande salotto, del colore della carta da parati, della distanza tra i vari elementi costitutivi del giardino, le variazioni di cui l'occhio non puo' dare testimonianza: cosi' e' ovunque polvere, ed appassite le tinte, ed inselvatichito il grande prato.

La giovialita' del pranzo e' interrotta: vibrano d'un tratto le finestre della cucina, proprio come vibrano qui, quando il turbine del vento annuncia tempesta.

Picchiano sui cristalli opachi aguzzi chicchi di grandine.

Percepisco allora una lieve vibrazione, come un'ondulazione improvvisa del pavimento, e poi di nuovo un'altra, ma piu' intensa, e poi ancora, in un crescendo spaventoso.

Allarmato, corro all'ingresso.

Fuori e' ormai bufera: il vento e la pioggia sono tanto violenti che non riesco neppure a respirare.

Il babbo mi chiama, mi chiede di tornare in casa, ma io non voglio sentire ragioni: imploro anzi tutti di scappare, di uscire, che' ormai la casa dondola vistosamente.

Sfidando il consiglio del babbo, spaventato come me dalla collera degli elementi ma non altrettanto dall'instabilita' dell'edificio, scappo in giardino.

La in fondo, vicino al Nespolo giapponese, c'e' ancora un vecchio tavolo di pietra: mi riparero' li sotto, in attesa che la tempesta smaltisca la sua rabbia.

Guadagnato un nuovo tetto, anche se precario, infreddolito e cianotico osservo impietrito gli ultimi sussulti della grande casa: ormai in preda ad un moto caotico, finalmente crolla su un fianco.

Disperato, torno sui miei passi.

Il primo che trovo, ed il primo che chiamo a gran voce, e' mio padre: e' svenuto, vicino all'ingresso.

Non posso sincerarmi delle sue condizioni: mi basta sapere che e' vivo.

Cerco di entrare in cucina.

Mio fratello, una ferita aperta sul collo, insanguinato ma cosciente mi chiama a se': la mamma e' sparita, e senz'altro dev'essere sotto quella macerie, assi di legno, calcinacci, pesantissime stoffe precipitate da chissa' quale mansarda.

Gli ordino di chiamare i soccorsi, e di precipitarsi ad aprire l'ostinata cancellata, arrugginita e solida, che' altrimenti impedirebbe l'ingresso ai medici ed ai vigili del fuoco.

Strappando vecchie coperte e trapunte lanose, finalmente recupero il corpo di mia madre.

Ha gia' il colore della morte sul viso, contratto, cereo, freddo.

Non mi concedo la disperazione: abbozzo invece un tentativo, estremo, di respirazione bocca a bocca.

Mentre soffio con tutta la forza che ho in corpo, cerco di calcolare i secondi che potrebbe aver passato cosi', in apnea.

Si rianima, ma prima di poter sapere se i danni da lei subiti siano permanenti e gravi, prima che il conto sia completo, cede la mia resistenza: mi risveglio.

...

La prima decisione della mattinata e' stata abbastanza insidiosa: vado a puttane o a camminare?

Mi sono anche domandato un'altra cosa, ovvero: ma se io non avessi alcuna preoccupazione economica, ovvero se potessi godere di uno stipendio piu' sostanzioso di quelle poche sterline, saccheggiate per altro dalla tasse e dal costo della vita, che l'Universita' mi passa, andrei a puttane tutte le settimane?

Ed ancora: se mi sfogassi ogni sabato sera con una ragazza, magari una diversa ogni volta, cosa cambierebbe in me?

Puttane, o donne in generale, s'intende, qui sono davvero sinonimo di figa-tette-culo-intimita'-elementare.

Il serbatoio degli ex, mi lasciava intendere prima che i nostri destini entrassero in contrasto una ragazza che ho conosciuto profondamente e cui tuttora voglio molto bene, e' una riserva generosa in tempi di magra, e cosi', aggiungeva, quelle figure che 'in paese' tutti conoscono come gran scopatori.


...

Alla fine ho camminato per ore, lungo un percorso di circa dieci chilometri, seguendo per un lungo tratto un fiumiciattolo strozzato da infinite anse ed affiancato da paio di lanche.

Ho maledetto la cattiva educazione, la follia di chi sporca, abbandona, bestemmia la semplice bellezza della natura con sozze lattine, sacchettini di plastica, rifiuti d'ogni genere.

La giornata non e' stata comunque avara di soddisfazioni: ho scoperto un angolo delizioso in citta', un'inattesa macchia boscata dove, dicono, ancora si possono trovare caprioli, volpi e tassi allo stato brado, e poi un tunnell scavato chissa' quando e chissa' come sopravvissuto fino al ventunesimo secolo, ed ancora due o tre ruscelletti ansiosi di trasformarsi in cascate schiumanti, ed un sentiero che oggi il freddo ha sconsigliato di seguire, e che tuttavia sembrava incunearsi nel cuore della brughiera aspra e rocciosa che domani, chissa', forse vivro'.

Infine, esausto, dopo aver preso un autobus per raggiungere il centro dal quale ero partito dopo essermi rifocillato di un hot-dog, mi sono concesso una limonata in uno dei bar piu' eleganti della citta'.

Mi aspettavo una bevanda qualsiasi, il semplice travaso del contenuto di una lattina o una bottiglietta in un bel bicchiere, ed ero convinto che avrei pagato di fatto il solo coperto, ed invece i limoni, il ghiaccio e le bollicine davanti ai miei occhi sono stati spremuti, tritati e miscelati assieme, e per di piu' con lo sfoggio di una certa abilita' da parte di un giovane barman.

Le 3 sterline meglio spese della settimana, anche se sborsarne 6 sarebbe stato piu' bello.

Giunto a casa, stremato, infilata una pizza in forno e chiuse le finestre, ho acceso il computer nell'illusione di poterti scrivere della mia giornata, Alessandra.

4 comments:

  1. Davvero un bellissimo post, sei incredibile Gio! :D
    Buona e calda serata. :)

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    1. Addirittura? :-)

      Ciao Sara!

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  2. La tua scrittura è strana...un ossimoro direi.
    Intima quanto distante..mentre leggevo mi sembrava di vederti...ritornerò... ^-^

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  3. A presto allora :-)
    Nel frattempo mi interroghero' circa il senso delle tue parole.

    Gio

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