Wednesday, 13 March 2013

Quando eri piccolo



Da che vivo lontano, e schivo, e nascosto, mi rendo conto con disarmante facilita' di cose belle e brutte che capitano laggiu', ai miei genitori.

Quelle brutte sono atroci: invecchiano, sentono la nostra mancanza, si rinchiudono un poco su abitudini rafferme, e cercano conforto non nel ragionamento, ma in vaghe certezze, tutte fragili.


Di noi fratelli solo io ho abbandonato l'Italia, ma inevitabilmente anche gli altri si sono allontanati dalla piccola citta' per costruire nella metropoli, a Milano, le proprie vite.

Ormai e' da tanto tempo che non torno a casa che un paio di volte l'anno, a Natale ed in estate, e ad ogni occasione trovano conferme i miei timori. 

Invecchiano, e proprio tutto qui il problema, ed invecchia la casa, spenta, silenziosa, vuota.

Non fraintendere: la cura del piccolo giardino, dell'orticello all'angolo, delle splendide rose, dei bei terrazzi che d'estate i rampicanti coprono d'ombra e profumi, del cortiletto interno, cosi' come il gusto che trovi nei dettagli delle ampie camere del soggiorno, della cucina e dei pianerottoli, sono ancora evidenza della laboriosita' loro, eppure e' assente per loro come per tutti, in quest'epoca d'invadenti necessita', la gioia tranquilla e gentile della staticita'.

Faticano a stare al passo con la tecnologia, e va a finire che per la scelta di un nuovo telefono o un lettore DVD litigano, non sopportando per certi versi il confronto con oggetti che nella loro complessita' sfuggono alla comprensione di chi ha pigiato pochi bottoni e girato manopole, e non volendo ammettere, per altri, di non riuscire a seguire i tempi, e vedersi cosi' superati, forse obsoleti.

Quelle belle sono commoventi: basta un pensiero, una cartolina inattesa, una telefonata, magari rimediata nell'ultime ore della domenica, e li senti fremere.

Ogni volta al televono e' tutto un accaldarsi, per spegnere la televisione, per ricordare i fatti salienti di cui chiacchierare, per raccomandazioni ovvie e tenerissime.

Il mio babbo, un uomo enorme, autorevole, carismatico, 'il dottore Riva' per tanti, e per tutti una figura solida e quasi severa, si rifugia allora in alti termini medici, dove il suo primato sara' sempre indiscusso, quando io, a volte senza altra ragione che farlo sentire essenziale, gli chiedo un consiglio.

E' un gioco delle parti, e' evidente.
Che mio padre mi sia necessario, e non come medico, lo so benissimo, eppure tale e' la familiarita' e la naturalezza che solo l'invocazione di una veste terza al nostro rapporto di padre e figlio elargisce una parvenza di certezza, che rincuora assai piu' della solidita', muta ed invisibile, dell'amore.

Il babbo e' giunto a confessarmi, ed e' stato insopportabile e dolcissimo assieme, che vorrebbe poter tornare indietro almeno una volta a quando eravamo bambini, e gli facevamo tante domande, e lo accompagnavamo nelle sue visite, nei sui frequenti viaggi a Milano.

E' difficilissimo sostenere lo sguardo di un genitore in quel momento, quando a confessarti un desiderio irrealizzabile, quasi infantile, e' proprio lui, il tuo babbo adorato.

Capisci?

Non e' un sognatore da strapazzo, uno sciocco, a struggersi in un sogno vago, ma la tua figura di riferimento nella dimensione della serieta' e del rigore.

La bellezza dell'immagine rimanda proprio al ricordo di quegli anni ormai lontanissimi, e si arricchisce, se ci pensi bene, dalla lunga e silenziosa gestazione delle sue parole.

Ha aspettato di avere 67 anni per confessarlo apertamente ad un figlio che ormai vive lontano, allo stato brado, e di cui non sa nulla.

Excrucior.

2 comments:

  1. "Se io potessi vivere di nuovo la mia vita...."

    ti ricordi la poesia che ti avevo regalato?
    Sappi che succede a tutti i genitori, prima o poi, di avere questo desiderio.
    E' un desiderio lecito, dolce e doloroso allo stesso tempo.

    Un abbraccio
    Joh

    ReplyDelete
  2. E' verissimo Joh :-)
    Non abbiamo finito di commuoverci, ne' di commuovere.

    A presto

    Gio

    ReplyDelete