Wednesday, 20 March 2013

Le mie radici


Mio nonno Giovanni io non l'ho mai conosciuto.

E' morto che il babbo avevo forse vent'anni, e di lui, classe 1897, gia' vecchio da genitore, io so pochissimo.

Posso solo ascoltare il superstite all'ingordigia del tempo, che nelle riunioni di famiglia, in dialetto, si racconta senza un fine, pescando a rete dall'abisso di anni lontani.

Emergono cosi' dal nero denso della dimenticanza episodi di guerra, frammenti di tragedie, circostanze che riaffermano l'equivalenza tra eroismo e sacrificio, altre che lo negano, ma da questo moto caotico ed imprevedibile che sembra prediligere l'eco del dolore, fanno capolino anche aneddoti buffi di piccoli scandali e improvvisazioni di esilaranti personaggi.


Ho ricostruito cosi', arrangiandomi, le intersezioni, i contrasti e la quiescenza di cadaveri che un giorno popolarono le case antiche di un paesino aggrappato incerto alle pendici ripide del monte, che oggi l'avanzare osceno del mattone ha soggiogato fino a farne frazione qualsiasi di tessuto urbano.

E' memoria fragile e randagia quella degli individui privi di titoli, di cariche, di medaglie, eppure questi ingranaggi invisibili del grande motore della storia sono spesso custodi di umanita', vilta', ed egoismi che non sfigurano rispetto a quelli dei principi, dei signori, delle grandi dame, di cui la sorte ha lasciato impresse in manifesti d'arte piu' che nel chiacchiericcio conviviale e malinconico le alterne fortune, i fasti, le vicende dozzinali.

Quando capita di incontrare vecchi parenti o amici di famiglia, ormai le mie visite in Italia sono talmente rare che temo sempre di vivere ultime occasioni, non manco mai, e per vivo interesse, di tornare a scavare nel passato.

Getto un sasso in uno stagno, ed aspetto il riverberare scomposto e complesso dei fronti d'onda, l'interferenze distruttiva di ricordi sfasati, quella costruttiva di affermazioni che si sommano perfettamente.

Nonostante le migliaia di pagine che lo compongono questo diario di me, della mia famiglia, dice pochissimo.

Ho piu' volte insistito sul mio male, gli anni duri della malattia d'altra parte mi definiscono piu' di qualsiasi dato anagrafico, piu' dell'elenco esatto delle mie competenze e capacita', ma l'assenza di un contorno per cosi' dire sensato, come l'inserirsi di questa vicenda in un complesso piu' ampio, lasciano come sospese, forse inafferrabili le parole che ti ritrovi a leggere.

Oggi ti presento uno dei ricordi di mio nonno paterno.

Suo suocero, Piero, era un fascistone, uno di quelli che durante il ventennio aveva vessato e picchiato senza pieta' oppositori politici e semplici poveri diavoli.

Ovviamente, alla fine della guerra, allo smacchiarsi imrovviso delle camicie nere a questo vecchio fascista, troppo esposto per essere dimenticato o confuso, tocco' pagare dazio.

Piero fu rinchiuso per un certo periodo in una sorta di campo di prigionia, dove gli furono somministrate le medesime cattiverie, che forse gli interessi promossero a torture, che egli stesso per un ventennio aveva distribuito, in nome non tanto di un pensiero marziale quanto probabilmente di una semplice ed insensata sete di violenza e prevaricazione, ovvero di quei demoni elementari, oserei dire ancestrali, che piu' spesso che non un'ideologia, un credo, una fede, sanno descrivere gli atroci moti dell'animo umano.

Liberato, per un certo periodo fu lasciato in pace, ed infatti gia' nell'autunno* del '45 riprese a lavorare al tornio, giu' in citta'.

(* mia illazione personale)

Un giorno tuttavia una voce giunse all'orecchie di Giovanni: si era deciso di fare fuori Piero una volta per tutte.

Gli aggressori, non soddisfatti delle pene inflitte, o forse proprio da queste incattiviti oltre misura, si erano decisi a tendere un agguato lungo la strada principale, che Piero, di ritorno dalla sua lunga giornata di tirabaja*, ogni sera traversava.

(* termine che credo di essermi appena inventato ...)

Non perse tempo.

Per prima cosa, traversando i campi, scivolando giu', per i ripidi sentieri dei boschi, Giovanni si precipito' in citta'.

Riusci' ad intercettare Piero prima che questi prendesse la strada che l'avrebbe condotto a morte certa, e gli consiglio' di fare a ritroso il percorso che lui, a rotta di colla, aveva disceso per raggiungerlo.

Non si limito', tuttavia, a questo gesto di favore, che avrebbe spazientito e forse consigliato ai suoi compaesani di rimandare o coinvolgere altri nella loro azione punitiva.

A incamminarsi lungo la strada principale fu lui.

Nei racconti del mio babbo spesso affiorano qui a la riferimenti alla forza sovrumana di Giovanni, e le poche fotografie che lo ritraggono mi presentano un uomo fiero, dallo sguardo serio e penetrante, in cui non riconosco l'inquietudine di marosi degli occhi di mio padre, ma piuttosto una calma ed freddezza, una saggezza ben ponderata che io oggi a volte testimonio, pur non esistendo nel piano del vigore fisico, ma solo in quello della tenacia e della severita'.

No, nonostante questa premessa non sto per raccontarti di cazzotti, di una controversia risolta a botte.

Ti sto semplicemente suggerendo che, chissa', forse se fosse stato in una condizione diversa non sarebbe riuscito, con l'uso semplice della parole e della ragione, ad ottenere il suo scopo.

Come li convinse?

Prese le sue difese in nome di quel legame di parentela, dopotutto solo acquisita e di cui non credo andasse particolarmente fiero?
Cerco' di inquinare le acque?
Minaccio'?

No, nulla di tutto questo.

Disse semplicemente che Piero, in quella maledetta guerra voluta dai fascisti, aveva perso tre figli.
Ed insomma, forse bastava cosi', no?

Li convinse.
Scaccio' dalle loro anime quell'odio nero con la parole, l'intelligenza, non mischiandolo al rosso del sangue.

Ecco.

Queste sono le mie radici.

(la scelta della foto e' assolutamente fuori luogo, lo so, ma chi se ne frega).

6 comments:

  1. Leggerò con calma... per ora ti dico solo che siete splendidi tu e quella "robetta" pelosa bernese!
    ;o)
    Joh

    ReplyDelete
  2. Una vecchia foto ritrovata per caso :-)

    ReplyDelete
    Replies
    1. Mepias pure a mi la pelosetta.
      Morte riscattata con morte. Morte data morte presa.
      Allevamento che dona il quieto vivere. La bruttezza della guerra che quando finisce e' peggio di quando inizia . L'arbitrio dei singoli per vendette viscerali aumentate e confuse dal tempo che e' passato. Il livore del rimugginio.
      FG

      Delete
    2. Era una pelosastro, quello li :D

      E quel 'mepias' mi porta pure a casa mia, in quel ridotto alpino che ho abbandonato anni fa, e che tuttavia resta indelebile.

      Ciao!

      Delete
    3. Non credo di possedere sangue alpino nelle mie vene, anzi ve ne scorre di greca origine, ma sentivo che l'accento del fornaio del tuo avo aveva questo accento.
      FG

      Ps. bello questo post. Corde sensibili le mie

      Delete
    4. Se do retta all'etimologia del mio nome, a certe ricostruzioni di dotte, ad antichi pettegolezzi e registri parrocchiali, nel mio sangue c'e' l'Ellade, la legione romana, la foga vandalgica di briganti di Spagna, ed un ufficiale Asburgico innamorato di una contessina lombarda.

      Mi mescolo oggi in prima persona al mondo le cui impronte si sono appressate un giorno al mio paese natale.

      Delete