Saturday, 19 January 2013

'Trilogia della citta' di K.'

L'immagine e' una rappresentazione perfetta della mia attuale condizione.
Coca cola, libri, un film porno, un'immagine stilizzata del mio cazzo, carta igienica.

Quello che segue e' una rappresentazione imperfetta della mia attuale condizione.
Sopra ho usato una fotografia, che rende in modo esemplare ed istantaneo somma ed ogni esplicita parte, e sotto chissa', forse tra le parole quest'inquietudine apparira' solamente, intermittente e sfuocata.

Prima di immergermi in alte considerazioni, un tentativo di compendio.

Anche oggi niente figa, ma neppure una voce o la vicinanza di una donna, e quindi coca cola, libri, cazzo, porno, carta igienica.
 
Non continuare a leggere le mie parole se ti interessa la 'Trilogia della Citta' di K.'.

Qui non ne faro' una recensione.

Mi preparo invece ad una vivisezione, ad un'operazione chirurgica di rimozione di parti vitali o incancrenite che non ho alcuna intezione di curare ne' rimettere al loro posto.

Voglio solo tirarle fuori per osservarle meglio.
Voglio analizzare gli elementi che piu' mi hanno colpito decontestualizzandoli.

Solo cosi' posso capire se le masse tumorali, le cervella ustionate dalla nevrosi, i cuori infreddoliti e gelidi siano capaci di vivere anche indipendenti dalla grande massa del corpo, che certamente spolpato, trapanato, mozzato si affloscia, e perde la sua meravigliosa unita'.

L'unica recensione di un grande libro, checche' ne dica Borges, e' il libro stesso, dalla prima all'ultima parola.

'Arriviamo dalla Grande Citta'.
...
'Il treno e' una buona idea'.

Eccola qui l'unica recensione di cui hai bisogno.

Mi ha dato molti spunti sui quali riflettere la Trilogia.

Ci sono aspetti che stilisticamente colpiscono, e che se non originali sono certamente assai particolari: l'utilizzo, nella parte iniziale, di una prima persona plurale, un 'noi' che moltiplica le risorse della voce narrante, e soprattutto l'evoluzione della ricchezza e dei toni del lessico della stessa.

Nel 'Grande quaderno' che apre la trilogia il periodare ed il vocabolario sono quelli di un infante.

Un infante geniale, senza dubbio, dotato di intuito e rapidita' di pensiero fuori dal comune, e tuttavia incapace di riflessioni articolate, di sfumature, calcoli, dubbi.

Il registro cambia man mano che i protagonisti entrano l'adolescenza, si fanno ragazzi e quindi uomini.

Subentra nella 'Prova' quella grande turba di parole, argomenti, ricordi, usi che complicano la semplicita' infantile, limitano certe capacita' istintive, e permettono tuttavia di cogliere le sottigliezze dell'animo umano, di interloquire non piu' solamente con i propri simili, ma con l'umanita' intera.


L'impatto con 'La Terza Menzogna', dove ogni cosa torna al suo posto, la maturita' dei protagonisti ci introduce ad una chiave di lettura inattesa dei primi due libri, e' addirittura confusionario, e non solo per un periodare ancora una volta in evoluzione, ma per le sorprendenti biforcazioni dell'intreccio, all'improvviso non piu' lineare ma intricato.

Si districa comunque davanti alla nostra incredulita' una trama di cui non avevamo colto la complessita'.

Noi stessi, infine, siamo parte della grande menzogna, ed io mi sono riconosciuto personaggio secondario di quel mondo sofferente ed immaginario popolato da Nonna, da Joseph, da Clara.

Cosi' la schiettezza dell'infanzia e le inquietudini dell'adolescenza sono completate da un confronto schietto ed inquieto allo stesso istante con le menzogne dell'infanzia e dell'adolescenza.

Man mano che le pagine sono divorate dalla curiosita' tutto si chiarisce, e tornano amplificate e distorte le angosce e gli spettri dei primi capitoli.
I morti della guerra, il bambino suicida, la madre assassinata e seppelita vicino al ruscello, che siano fantasmi inesistenti o veri cadaveri, riprendono vita, e reclamano, e pretendono di essere solo frutto di fantasia, e non accettano il loro fato.

Cosi' pensavo al dolore, alla rabbia per la fine orribile, malvagiamente architettata, della fantesca, una sciocca adolescente, guadente e cattivella, prima orrendamente sfigurata e poi divorata dal fronte orientale, o al suicidio del piccolo storpio (forse la figura meno riuscita di tutto il romanzo, poiche' evidentemente elaborazione e non realta' assai meno credibile, ai fini della menzogna, dei gemelli), e mi domandavo se avesse senso non tanto patire per la sorte di un individuo immaginario, ma per quella di un personaggio di un racconto a sua volta elaborato da un protagonista inesistente.

E' evidente che c'e' qualcosa di autobiografico e quindi autentico in questa vicenda.

Il tema dell'incesto, che di nuovo sembra essere l'unico amore puro alla portata dell'uomo, la poverta', la separazione ricorrono con identica crudezza anche in 'Ieri', e la biografia stessa dell'autrice lasciano intuire una giovinezza scandita dallo scoppio delle bombe e determinata dal dilagare sullo scacchiere europeo dell'armata rossa.
Sebbene solo alcuni dei fatti raccontati nei primi due capitoli siano contraddetti dalla confessione della 'Menzogna', l'attitudine personale puo' portare a scegliere, in nome di una opposizione irrisolvibile, a cosa credere, a cosa assegnare il valore di finzione.

Vorrei davvero confrontarmi con la tua interpretazione.

La fantesca e' stata sfigurata?
Labbro Leborino e' stata 'scopata a morte'?
E pur volendo credere alla confessione della 'Menzogna', e dunque ad un'adolescenza vissuta altrove, come interpretare la vicenda di Yasmine e del figlioletto storpio?
E l'ossessione di Victor per sua sorella ha portato ad un omicidio o e' solo frutto di una fantasia turbata?
Clara, che si e' suicidata nel secondo mondo poiche' incapace di gestire il declino del suo corpo, ha davvero visto ingrigire i propri capelli in seguito ad uno shock?
E cosa significa quella madre, uccisa da un colpo di mortaio in giardino, seppellita con la sua bimba, dissotterrata e venerata per anni in un solaio?
L'insofferenza di Victor per sua sorella somiglia troppo a quella di Klaus per sua madre, ma Lucas non puo' averla immaginata.
Quindi il messaggio non e' associato ad uno scrittore, ma ad ogni scrittore, e quindi ad ogni uomo?

La figura del padre, come dell'imbecille che va a saltare su una mina, punto di congiungimento tra verita' e finzione, e' forse l'unica per la quale non provo pieta', poiche' in un mondo o nell'altro e' lui, piu' della guerra, a dilaniare le vite di Madre, di Lucas, di Klaus, di Sarah, di Antonia.

Klaus e' un idiota, ma in vita sua e' quello che forse avra' sofferto piu' di tutti, ed il suo dolore, non commentato in modo esplicito, dev'essere infinito quando capisce o finalmente si convince, leggendo il manoscritto del fratello, che quel bambino con l'armonica, che per un anno ha visto suonare per le strade, era suo fratello Lucas.

Domani riportero' alcune citazioni.

1 comment:

  1. forse, per soffrire un pochino meno, ti manca una parte di umiltà!

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