Sunday, 6 January 2013

Patetico affanno

 In questo momento sto cosi' male che mi sembra assurdo anche solo pensare che potra' esistere un giorno in cui semplicemente non vorro' morire, ma mi e' capitato talmente spesso di soffrire come un cane e poi intossicarmi di nuovo che so che l'inganno banalizzera' ancora il dolore, immenso, intimo, sensatissimo, trasformandolo in patetico affanno.


Cosi' memoria ed ingegno congiurano contro di me: entrambi consolano e minacciano, ed intanto va assottigliandosi sempre piu' la mia resistenza.

Non mi spaventa saperla ormai un velo gia' trasparente, logorato, in brandelli.

Oggi alle considerazioni filosofiche, all'indifferenza, alla noia ho un motivo in piu' per non temerti, morte.

Morire ... oggi mi pare l'unica alternativa al ripetersi di nuove, identiche umiliazioni.

Io non ho mai considerato il suicidio, e non lo mettero' mai in pratica, tuttavia vi ho pensato spesso, sia in termini generali che relativamente alla personale attitudine.

Non l'intenderei io come un abbandonare esausti l'esistenza, ma come un assassinio.

Io ucciderei sadicamente, con una violenza addestrata tutta una vita, quella parte di me che e' responsabile delle torture.

Sarebbe il nostro uno scontro all'ultimo sangue.

Che mi ha fatto piu' male?

La deformita' del corpo, che dovrebbe conoscere allora la fiamma che annerisce, scioglie e carbonizza, oppure la stupidita' inimmaginabile che ha sede nel cranio, da far esplodere con un colpo di rivoltella?

Qual e', in definitiva, il rapporto di causa ed effetto che regola da sempre questo ridicolo canovaccio?

(ripeto: non lo faro' MAI).

Ieri, per motivi del tutto diversi da quelli che mi spingono oggi a scrivere, ho pensato una volta di piu' che io non delego a nulla di diverso dall'amore piu' puro ed il desiderio piu' ardente il compito di legarmi ad altri.

Certamente c'e' chi mi ha voluto bene a modo suo, e tuttavia e' sempre esistita una lunga serie di 'ma', una fottuta serie di 'ma' che vale solo per me, a separarmi da chi amavo o desideravo.

Il rifiuto, il disinteresse, il fastidio, peggio ancora la pieta' e' poi cio' che spesso ho rimediato dalle donne, quando a me premono solo sentimenti che non possono essere arginati da alcuna strategia, o volutta' inarrestabile.

La mia vita e' un inferno.
E' amara come sangue.
Non credere ai miei sorrisi.
Sono quasi tutti ipocriti.

Non fraintendermi: sono ben consapevole del fatto che non manchino attimi di gioia, e alcuni sono sedimentati in ricordi indelebili.

In questi giorni di vacanza la felicita' aveva nomi di bimbi, era parole cucite a mano su bamboline di pezza e spago, era il sorriso franco di un amico.

Ma ogni particella di serenita' e' assediata dal male.

Non voglio piu' dirti di cosa significa per me il gioco con una bambina.
Non voglio piu' dirti dei miei discorsi.
Non voglio piu' trascinare su questo altare sacrificale un grammo di amore.
Ci resti la cattiveria, l'insoddisfazione.
Dopotutto mi sto riducendo ad essere indistinguibile da questi due demoni.

Lascio che sia il silenzio la trincea, il vallo di divisione tra il me segreto e l'aggressione quotidiana del mondo.

Ora ho solo i pensieri di morte e nulla accanto.

In questo istante vorrei essere un liquido, denso e macabro come il sangue che scioccamente mi tiene ancora in vita.

Vorrei disfarmi di questa compostezza di solido, che e' solo apparente.
Scivolerei dalla poltrona, e inonderei la stanza, mi infilerei sotto la porta e sgocciolerei sulle scale.

Quali sono le mie certezze?

Il futuro che mi attende sara' meschino e crudele quanto il passato che mi lascio alle spalle.

Come potrei non avere paura?
Come potrei invocare qualcosa di diverso dalla morte?

Il gelo dell'inverno e il peso delle coperte farebbero del mio corpo orribile un cadavere immobile certo, ma anche una sostanza di cui finalmente non avere piu' pieta', ed un oggetto fermo, inequivocabile, che non si puo' piu' correre il rischio di ingannare, che non si puo' posizionare, a seconda dell'istante, in questa o quella categoria poiche' ad ogni argomenti della vita e' estraneo.


Sono pochissime le parole che mi definiscono.
Sono nel rigo piu' amaro del male di vivere.

Bene non seppi, fuori del prodigio che schiude la divina indifferenza

Sono cazzate, le parole.
Anzi, mi correggo: sono vesti.
Vesti gradevoli o ricercate, che possono allettare solo se dentro vi abita un corpo sano, attraente, forte.

Il resto dei discorsi, sull'importanza dell'anima, sui legami che fanno a meno di questo o quello, sono tutte, tutte, tutte, cazzate.

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