Wednesday, 23 January 2013

Le nostre prime parole


Ho addosso quella che mia madre chiama 'la malavoglia'.

E' una condizione quasi piacevole, se prende la sera, quando si e' gia' tornati dal lavoro e si possono accendere i caloriferi.


Allora il misto di brividi, stanchezza e mal di gola che solitamente precede un episodio influenzale, o talvolta lo simula solamente, e' una scusa per prendersi cura di se', per ritrovare nei piccoli oggetti di casa, la scodella, i cuscini, la coperta, un ristoro altrimenti invisibile, un calore altrimenti spento.

E' il tempo che vi dedichiamo, l'impegno a considerarli importanti a trasformarli.

Sono sicuro che gia' domani, dopo un bel sonno, saro' in perfetta forma.

Nel frattempo ho giusto avvicinato la poltrona al calorifero.

Cosi' va oggi, e tuttavia vorrei dirti che ho continuato a pensarti.

Ho immaginato le nostre prime parole, e ricordi seppelliti da tanti anni tra quaderni ed appunti giustificano la serie di incastri che presiedono all'incontro.

Eccole le nostre prime parole, Valentina ...

...

Quando suona la campanella all'ultima ora del Sabato e' sufficiente un attimo  perche' l'aula si svuoti.

Le cartelle sono gia' belle e preparate da almeno cinque minuti, gli occhi seguono le lancette degli orologi, e giusto l'astuccio ed un quaderno, che al momento opportuno verranno infilati sotto banco o infilati negli zaini senza tanti complimenti, dissimulano malamente il disinteresse sovrano degli studenti.

Quel sabato le cose andorono tuttavia diversamente: il compito in classe di biologia, ultima occasione per tanti scavezzacollo per evitare l'esame di riparazione a settembre, trattenne gli alunni in aula ben oltre il suono della campana.

D'altra parte la professoressa Baresi, severa custode dei segreti del DNA e dei mitocondri, per una volta non sembrava avere fretta.
Non passava, come suo solito, tra i banchi a requisire i fogli di protocollo, incurante delle proteste degli alunni.

Se ne stava invece seduta, in cattedra, guardando fissa davanti a se'.

Certamente era in uno stato di grande ansia, ma questa condizione, calata in forma di contrazioni del viso nell'intervallo tra l'entrata del bidello che la convocava in presidenza ed il suo ritorno in aula, non le aveva infuso una smania incontrollabile di uscire, cercare, districare. Era piuttosto come congelata, pietrificata in una posa di paura ed attesa.

....

Mi guardo attorno e penso tra me e me che qualcuno senz'altro ne sta approfittando per copiare a piu' non posso, ma non e' affar mio.

Non solo i miei occhi miopi mi impediscono anche solo di pensare a strategie alternative allo studio, ma dopotutto non penso di essermela cavata tanto male.
In cuor mio credo che un 'sette' lo meritero' anche questa volta, anche se sono abbastanza titubante circa il senso di una risposta o due sul ciclo dell'ATP, l'adenosin-trifosfato.

Quando suona la campanella, io sono gia' pronto.

Consegno il compito ed esco dall'aula, dove e' ancora un gran lavorio, dove una frenesia eccezionale pare essersi impossessata di tutti.

Con il mio passo lento, l'andatura non e' zoppicante ma incerta, mi incammino lungo il corridoio.
Schivo il via vai di visi sconosciuti ed oggi irriconoscibili che mi turbina attorno e linfatico sgocciolo verso l'uscita.

Sono arrivato alla scala, una cascata di colori e suoni, quando una voce, diversa dalle altre, infilandosi tra gli zaini e la confusione, mi raggiunge.

'Riva!'.

Qualcuno mi sta chiamando.

Mi volto solo per precauzione, convinto di aver capito male, e vedo Rosselli che con la mano mi fa cenno di aspettarla.

Di solito fatico a riconoscere chiunque, ma il suo caschetto corvino, la pelle pallidissima, gli occhi penetranti e muti sono impossibili da confondere perfino per me.

E' la prima volta che ho una scusa per guardarla.
Ne approfitto avidamente, e senza darlo a vedere torno mille volte sui suoi tratti.

E' certamente una bella ragazza, ma non e' questo cio' che piu' mi colpisce.

Il fatto curioso e' che io non ho ancora capito cosa di lei piu' mi colpisca.

Allora il punto interrogativo che segue e' li non per retorica, non rappresenta un dubbio da oculista.
E' una trincea, ed e' una dichiarazione belligerante d'incompetenza rispetto al punto esclamativo che lei ha messo dopo il mio nome.

'Rosselli?'

4 comments:

  1. Anche mia mamma la chiamava così, in dialetto.

    Ta ghe un poo da malavoia.

    Quella terra di nessuno tra l'essere in forma e quasi malati la malavoglia...

    :-)

    Ciao Giò

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  2. Marco, che piacere ritrovarti!

    A quanto pare condividiamo lo stesso lessico famigliare :-)

    A presto

    Gio

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  3. Non sono un tipo notturno, a me la sera piace proprio per quei momenti in cui ci si può finalmente prendere cura di sé e rilassare...

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  4. Ciao Marica!

    Io sono invece una creatura notturna proprio perche' non riesco a far finire quei momenti.

    Un buon libro, la musica che amo, la scrittura ... sono i miei tesori.

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