Sunday, 20 January 2013

La Trilogia della citta' di K: residuo


Cosa rimane dopo l'ultima pagina?

Cosa rimane di un volume ingrossato da appunti, da scarabocchi, da numerose orecchiette agli angoli?

Adesso se ne sta li sullo scaffale scarno di un girovago, tra 'Lo straniero' ed 'Il libro degli eroi', ma il salotto ora accoglie nuovi ospiti, tutti cadaveri, e la notte pensieri finalmente non miei mi accompagnano nel sonno.


Nulla si salva dall'ingordigia della morte e dell'errore in questo racconto.

Neppure l'immaginazione riesce ad illudere: l'eventualita' di un'intepretazione sopportabile non sa tendere un tranello alla cronaca cruda dei fatti, al rendiconto di una nevrosi moltiplicata per il numero dei protagonisti della vicenda.

Se tanto mi e' costato ascoltare le suppliche o i lamenti dei singoli individui che qui soccombono, posso solo immaginare il dolore atroce di chi, Agota, tutte assieme queste grida ha sentito dentro.

Il nero dell'inchiostro dilaga, non lo contiene la paginetta innocua di un libro.

Come fossero impregnati di una sostanza malsana, i caratteri stampati, a, b, c, ... hanno macchiato le mie mani e incupito i miei pensieri.

Per questo ho amato tanto la lettura della Trilogia.

Cio' che vi pulsa dentro, e si dibatte solo per morire, non e' un romanzo, ma la traduzione da un linguaggio ad un altro di una vita: la sua vita, senz'altro.

Della Trilogia ricordero' la struttura bizzarra, che cammina spedita, incespica, torna sui suoi passi, la menzogna, unica poiche' carica di verita', il linguaggio tagliente, la sensazione che tutto e' caduco, tutto fuorche' il dolore, capace di adattarsi piu' velocemente della vita ai frutti del tempo ...

Non ho trovato un ragionamento esplicito in Agota Kristof, ne' una sola denuncia.
Non ha un fine l'autrice.
Parlano per lei le immagini, che pure sono stilizzate.
Non lo sono su carta comunque.
Lo sono dentro di te.
Agota ti smarrisce in cunicoli che scavano dentro, e che dopotutto non sono che labirinti.

Ecco alcune citazioni.

 Da 'Esercizio di irrobustimento dello spirito'
" Ci sistemiamo al tavolo della cucina uno di fronte all'altro e, guardandoci negli occhi, ci diciamo delle parole sempre piu' atroci'
...
Continuiamo cosi' finche' le parole non entrano piu' nel nostro cervello, non entrano nemmeno nelle nostre orecchie.
Facciamo in modo che la gente ci insulti e constatiamo che finalmente riusciamo a restare indifferenti.
Ma ci sono anche le parole antiche.
Nostra madre ci diceva:

- Tesori miei! Amori miei! Siete la mia gioia! Miei bimbi adorati!

Quando ci ricordiamo di queste parole, i nostri occhi si riempiono di lacrime.

Queste parole dobbiamo dimenticarle, perche' adesso nessuno ci dice parole simili e perche' il ricordo che ne abbiamo e' un peso troppo grosso da portare.
Allora ricominciamo il nostro esercizio in un altro modo:
Diciamo:

- Tesori miei! Amori miei! Vi voglio bene ... non vi lascero' mai ... Non vorro' bene che a voi ... Sempre ... Siete tutta la mia vita ...

A forza di ripeterle, le parole a poco a poco perdono il loro significato e il dolore che portano si attenua.

Da 'La nostra vicina e sua figlia'

- Non voglio la vostra frutta, i vostri pesci, il vostro latte! Tutto questo lo posso rubare. Quello che voglio e' che mi vogliate bene. Nessuno mi vuole bene. Neanche mia madre. Ma anch'io non voglio bene a nessuno. Ne' a mia madre ne' a voi. Vi odio!

Da 'L'incendio'

Domandiamo:

- Che cos'e' successo qui?
- Lo vedete. E' morta, non vedete?
- Si. Sono stati i nuovi stranieri?
- Si. E' stata lei a chiamarli. E' uscita in strada e ha fatto loro segno di venire. Erano dodici o quindici. E intanto che le montavano addosso non smetteva di gridare. "Come sono contenta, come sono contenta! Venite tutti, venite, ancora uno, ancora un altro!". E' morta felice, scopata a morte.

Dal secondo capitolo de 'La prova'.

'Sara' menomato. Se almeno avessi avuto il coraggio di annegarlo!'.
Lucas prende in braccio il bambino avvolto nell'asciugamano, guarda il visino grinzoso:
- Non devi piu' parlarne, Yasmine.
Lei dice:
- Sara' infelice.
- Anche tu sei infelice, eppure non sei menomata. Non sara' forse piu' infelice di te, o di chiunque altro.

 Dal terzo capitolo de 'La prova'.

Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano e' nato per scrivere un libro, e per nient'altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scrivera' niente e' un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.

 Dal settimo capitolo de 'La prova'.

- Non serve a niente essere intelligenti. Sarebbe meglio essere biondi e belli. Se ti sposassi, potresti avere dei bambini come lui, il ragazzo biondo, come tuo fratello. Avresti dei bambini veramente tuoi, belli e biondi, senza menomazioni. Io non sono tuo figlio. Sono il figlio di Yasmine.

Lucas dice:

- Tu sei mio figlio. Non voglio altri bambini.
Gli mostra la mano fasciata:
- Mi hai fatto male, lo sai?
Il bambino dice:
- Anche tu mi hai fatto male, ma tu non lo sai.

Del primo capitolo de 'La menzogna'.

Le rispondo che cerco di scrivere delle storie vere, ma, a un certo punto, la storia diventa insopportabile proprio per la sua verita', e allora sono costretto a cambiarla. Le dico che cerco di raccontare la mia storia, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto accadessero.

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