Saturday, 8 December 2012

Un lungo ragionamento

Quando ero bimbo, io della deformita' non mi curavo.

Nessuno, d'altra parte, sembrava farne motivo di discriminazione: perfino la sua manifestazione piu' evidente, il 'buco', la denominazione tecnica penso sia 'pectus excavatum', non mi dava alcuna preoccupazione, tanto piu' che mia madre, con una pena allora impercettibile, e che solo il tempo avrebbe sussurrato al mio orecchio, e solo in forma di memoria, di tanto in tanto l'associava anche allo 'zio', il viaggiatore, l'avventuriero, il motociclista avvezzo alle metropoli quanto al deserto e alle foreste.


Un giorno comunque tutto cambio', e non fatico a riconoscere nell'istante stesso in cui questa consapevolezza mi desto' l'attimo di transizione tra infanzia e adolescenza.

I primi anni furono tremendi, anche perche' non era una semplice questione estetica a farmi arretrare, ma una salute cagionevole, e il dolore, la debolezza, la paura, guardiani di certi tratti dello spirito che un ragazzino dovrebbe avere il diritto di poter ignorare, erano gia' alle mie calcagna.

La loro severita' di aguzzini andava a plasmarmi, accellerarando  tremendamente la nascita di chi sono oggi, e tuttavia certe privazioni, del tempo, delle esperienze sciocche, meschine e ipocrite, mettevano l'argilla ai miei piedi, e l'incaricavano di sostenere il piompo, la gravita' di pensieri che il male si curava di far aderire non al gioco, alle prime palpitazioni, ma a cicatrici, pus, e alla scoperta della solitudine.

Gia' vi amavo, donne, e l'ardore mi consiglio' la piu' folle delle soluzioni: bilanciare a certe mancanze accumulando le piccole virtu' alla portata di ogni uomo, o almeno muovendomi in quella direzione.

Cosi', forse seguendo anche una naturale predisposizione, divenni dolce, paziente, e cercavo nello studio i ricordi, le parole, le sensazioni che la malattia mi negava di vivere in prima persona, e le cercavo per condividerle con voi.

Adesso devo scendere nelle viscere.


Piegata in avanti sulle ginocchia, nuda, esprimendosi senza bisogno dell'intensita' del viso, una donna realizza, completa, perfeziona il desiderio non semplicemente sessuale di un uomo ed i suoi ideali piu' alti, coniugandoli alla carne, trasformandoli da potenza in atto.

Questo, almeno, e' cio' che le mie visioni suggeriscono.

Vado oltre, e ne studio l'estetica minuziosamente.

Esiste una prospettiva, una vista come di tre quarti, nella quale le labbra della fica ripetono, ad una scala diversa, l'ordine e l'armonia, ovvero l'alternasi delle sporgenze e delle rientranze delle natiche, esaltando oltre ogni possibile immaginazione l'invito di quella fessura rosata, di quel taglietto nelle carni morbide ad unirsi ad essa.

Nel momento in cui una donna dona ad un uomo questa visione, enuncia ad un livello che non puo' essere intercettato dalla parola ne' eguagliato da alcun'altra forma di affetto, il proprio sentire per lui.

Certo, il mondo e' pieno di ingenue che non sono mai arrivate a comprendere l'estensione della propria femminilita', e di altre sciagurate che se ne sono dimenticate, ma io a questa donna credo convintamente.

Adesso immagina cosa puo' voler significare vedersi superati da un altro.
Adesso immagina cosa puo' voler significare sapere che quell'istante non e' per te, ma 'suo'.

Io ho sempre tradotto queste scoperte con un giudizio inappellabile di inferiorita'.

Se una volta di piu' il scelto non sono io, e' perche' sono peggiore, e questa umiliazione schianta di piu' se quello non e' dolce ma collerico, non e' gentile ma un pezzente, non e' tenace ma solo vile.

A questo punto potresti credere ch'io sia un masochista, visto che ancora mi ostino a carezzare l'idea di una donna, o che sia uno di quegli sciocchi che credono che in amore convenga essere scostanti, calcolatori, bastardi.

Macche', per carita': tutto cio' attorno al quale ci affanniamo ha ben poco peso in questo gioco, che si attiene a regole incomprensibili e sempre diverse, e che una volta premiano un vile, un'altra un giusto, e che solamente sempre s'accaniscono contro i rottami.

Io non mi aspetto nulla di buono dal futuro, ma questo non e' sufficiente per consigliarmi un ritiro, che sarebbe insapore, ne' per suggerirmi una tattica diversa, che' sarebbe comunque fallimentare.

Cio' che mi muove e' una strana sete di verita', il desiderio, che va consumato in prima persona, di scoprire l'ignoto, perfino quello collocato nei meandri aspri dell'essere o delle circostanze.

Mi affianco, con somma presunzione, agli esploratori, agli scienziati, ai pensatori che ben sapevano che cio' che li smuoveva, spronandoli ad abbandonare le sicurezze del vivere, non necessariamente li avrebbe premiati.

Mi viene in mente Barents, che certamente non parti' per i suoi viaggi nelle acque gelide del mare del Nord con la speranza di trovarvi rimedi contro i reumatismi, o ai numerosissimi filosofi ed artisti che abbandonandosi alla verita' non ignoravano che avrebbero dovuto patire in un mondo di ipocriti.

Al di la dell'attimo stesso in cui mi sento morire, e' atroce ogni volta, io scelgo di continuare cosi'.

Capitera' ancora, ma tra un'episodio e l'altro vi sara' la meditazione, la tossina di un nuovo amore, e soprattutto ad ogni nuovo crollo seguira' la compensazione di quel demone che ho dentro, e che vive di quegli istanti in cui io cedo, e che ora non si limita a dipingere ed esprimere il dolore che ho dentro, ma mi interroga, mi mette sotto giudizio, e non nasconde piccolezze, abiezioni, limiti che sono intimamente miei, non prodotti del male.

I rapporti umani, mediati o addirittura rimediati dal mio spirito claudicante e frustrato, di piu' quelli che mi hanno avvicinato alla pazzia o trafitto, sono ancora quel mistero oscuro dal quale non posso, non voglio volgere lo sguardo.

4 comments:

  1. La vera condanna dell'uomo sono le emozioni.

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  2. E' vero ma le emozioni sono anche il nostro motore.
    La nostra dannazione e' dunque certa visto che non esiste che l'immobile come alternativa.

    Grazie delle tue parole.

    Gio

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  3. E' il perfido ripetitivo gioco della vita.
    Tra alti e bassi, giorno e notte, albe e tramonti.
    Basterebbe smettere di girare intorno al cerchio e saltare al centro.
    Io qualche volta ci sono riuscito.
    E mi pareva d'esser felice anche dell'infelicità.
    Ma le cose non durano per sempre.
    Voglio dire che è oltremodo bello riuscire ogni tanto a smettere di tentare di dare un senso a questa vita. Arrendersi all'esistenza.
    Ma sono solo chiacchiere. Ciao.

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  4. Eppure quello e' il mio fine lo stesso, intendo quel saltare verso il centro.
    Una lucidita' diversa, in certi momenti, sembra renderlo possibile oltre che necessario.

    A presto

    Gio

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