Sunday, 4 November 2012

Tornando a casa


 Ieri sono rimasto in ufficio fin quasi allo scoccare delle due della notte.

Avevo preso l'autobus delle dieci, intenzionato a far fruttare un sabato che avevo fin a quel momento dedicato alla casa, a piccole faccende domestiche.


Il gelo d'altra parte limita le mie passeggiate, e la noia e la parsimonia, e in parte la curiosita', mi tengono lontani da ristoranti, concerti, bordelli.

'Curiosita'', forse ti sei sorpresa di trovarla adiacente a noia e parsimonia, si inserisce in questa situazione nel senso che decido di esplorare cio' che ho a disposizione mutando di volta in volta una delle variabili che descrivono la mia realta'.

In ufficio mi costringera', ben oltre l'orario di lavoro, presto una serie di impegni impellenti, ma ieri era piu' che altro il desiderio di ficcarmi ancora in una situazione illogica a trattenermi tra quelle quattro mura anonime.

Certo: avevo da avviare alcuni conti, controllare l'efficienza teorica di una routine che domani mettero' alla prova sui dati collezionati proprio nelle ultime ore, e arrovellarmi un po' su di un'idea che ancora non capisco se sia valida o viziata da ipotesi troppo stringenti, ma piu' di tutto volevo tornare una volta di piu' a sfiorare con mano l'assenza, il vuoto, la massa stessa del brusio dei neon, dello scricchiolio dei pavimenti calpestati da nessun'altro che me stesso, del cigolare delle molle della mia poltrona.

Il dipartimento come era come l'aspettavo: deserto, e tuttavia ancora come calcato dalla vita che li palpita di giorno.

Qualcuno aveva lasciato accese le luci del cucinino, quelle del corridoio, quelle della grande sala dove ci si riunisce, ed una delle porte degli uffici era spalancata.

Di pomeriggio, le luci, la porta, avrebbero significato 'qui la gente prepara i caffe'' oppure 'torno subito', ma la notte, quando tutto e' muto, paralizzato in un'insonnia d'apnea notturna, sussurrano solo di dimenticanza e fretta.

Godevo cosi' dell'estensione del transito tra l'attivita' laboriosa del giorno e la pace della notte: a prolungare la durata di quell'istante era la mia presenza, che faceva da tramite tra due realta' altrimenti complementari.

Essendo l'unica particella conviolta in questo processo, ero capace a seconda dell'intenzione di recitare il ruolo di componente o osservatore esterno del fenomeno.

Battevano veloci le dita sulla tastiera, mentre mandavo i jobs al cluster.

Scorrevo listati, stampavo a video tabelle, osservavo diagrammi e scribacchiavo su un foglietto di brutta, ma poi guardavo fuori dalla finestra, e Giove e la Luna rischiaravano pensieri che esulavano del tutto da cio' che la matematica puo' contenere.

Erano immagini di me ragazzino quelle che scorrevano davanti ai miei occhi.

Ero una creaturina in attesa dell'intervento, che di notte scendeva giu' in Accettazione, e piroettava tra i banconi e le seggiole, e muovendosi nella penombra che inghiottiva l'ampia sala anticipava e affrontava le preoccupazioni di una nuova operazione, e godeva un'ultima volta della liberta' piu' elementare per un piccolo ometto, quella del movimento.

4 comments:

  1. "alle piccole faccende domestiche" Gio io non posso più fare nemmeno quelle. Ho preso una persona che mi aiuta!
    perchè vedi sprecare energia inutile!? :)
    lavori troppo anche tu poi! :(
    un baciotto!
    sara

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    1. Piccole faccende :D niente di troppo pesante non temere! A presto Sara!

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  2. Situazione da film horror, ma almeno ti pagano lo straordinario? ;o)

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    1. In un certo senso si: e' la liberta' di avere orari flessibili :D ciao Marisa!

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