Thursday, 15 November 2012

Stamattina


Stamattina mi sono svegliato con addosso una voglia incontenibile di scopare.

Per essere piu' preciso, mi sono svegliato con addosso una voglia incontenibile di scoparti.


Per una volta mi sembrava naturale perfino la radice questa strana parola, 'scopare': l'avremmo fatto per terra, e agitandoci sul pavimento, ad ogni colpo di reni, ad ogni affondo, avremmo finito, scivolando, spintonandoci a vicenda qui a la, per spolverarlo, lasciandovi la macchia lucida delle nostre sagome intrecciate.

Mi capita abbastanza spesso ultimamente: dopo anni di inattivita' dopotutto ho ricominciato ad avere sogni erotici con una certa frequenza, e se da ragazzo questi erano piuttosto triviali, il tutto si risolveva subito in un'orgia di culi, tette, gambe, ora le mie avventure sono articolate, certamente rivestite di allegorie che un tempo l'inesperienza che avevo del mondo non poteva suggerirmi.

Sono nella mia citta' Natale, in Italia.

Ormai non passo che un paio di settimane all'anno laggiu', e le visite via via piu' sparute mi hanno aiutato a comprenderne meglio i difetti, prima riassunti in formule poco convincenti come 'citta' provinciale', 'covo di suburbani', ma anche ad apprezzarne le bellezze naturali ed il suo ruolo principe di sede dei miei ricordi di bimbo e ragazzo.

Sto oziando a due passi dal centro, in una delle vie dello shopping dove i sabati camminavo per ore nella speranza di incontrare Silvia, quando decido di prendere un autobus per tornare a casa.

Come mi capitava di fare anche da piccolo, sbaglio senso di marcia dell'autobus, e mi ritrovo cosi' non a salire verso la collina, ma a percorrere per intero nella sua estensione  il confine sud-orientale della citta'.

Diversamente che da bimbo, quando un simile errore comportava ritardi difficilmente giustificabili senza incappare nel bonario insulto del babbo ('Gio, se il solito bambo!') e ansia nella mamma, oggi non mi dispero, ma anzi ne approfitto per rivedere quei luoghi chiamati un tempo 'la basilica', 'il monumento ai caduti', 'il viale alberato', che la vita da randagio degli ultimi anni ha scippato dell'articolo determinativo, e ridotto a 'chiesa, lapide, stradone'.

Tutto mi appare enorme, ma le dimensioni ragguardevoli si trascinano appresso quello che potrei dire una perdita di risoluzione: la basilica, ad esempio, e' certamente immensa, ma le statue che la decorano sono come spoglie, grossolane, e mancano di dettaglio.
Cosi' anche il monumento al piu' illustre tra i miei concittadini: e' cresciuto fino ad occupare uno spazio gigantesco, ma e' ora privo di quella misura che ne significava l'importanza.

Via via che il bus si addentra verso la periferia, non avendo piu' nulla da osservare, mi intrattengo in chiacchiere con gli altri passeggeri: ricordo una discussione con un musicista, e poco altro.

Siamo gia' vicini al capolinea, quando salgono in vettura due belle ragazze, giovani e confezionate in abitini succinti.

Si vengono a sedere a me vicine.

Io ed io solo ne posso sentire la sensualita' nella misura in cui un altro potrebbe vederne il colore dei capelli: sotto sono gia' pronte, desiderose e certe di poter ottenere esattamente cio' a cui sono devote.

Una di loro armeggia un palmare, sul quale appaiono e scompaiono fotografie di loro due.

Le prime sono di scene di vita quotidiana, pranzi, cerimonie, pose parodistiche, ma via via queste si trasformano, e sono ora di nudita', ora cariche di espliciti richiami sessuali.

Nell'ultima, che resta sul display che ora la ragazza al mio fianco con falsa non curanza rivolge al mio sguardo, una e' nuda, con le gambe aperte, e l'altra le sta ficcando un ditino malizioso nella fica.

Sotto i loro nomi, l'eta', ed un indirizzo: Corso Cattaneo 48, che e' l'indirizzo del mio vecchio liceo.

Senza che me ne accorga, arriviamo al capolinea.
Un attimo solo, ed attorno a me ora e' il deserto.

Con passo deciso mi incammino verso Corso Cattaneo.

Entro, e mi trovo in un locale dalle luce soffuse, inondato di un sottofondo jazz decadente.
Lungo le pareti che si scavano nell'oscurita', infinite porte chiuse, e poi scie di brillantina sul soffitto.

Che sia un bordello?
Un locale per scambisti?

Mi aggiro per quella stanza senza provare alcun'emozione particolare.

Incontro finalmente delle ragazze, vestite di niente che non sia artificio, ma nessuna di loro sembra accorgersi di me.

Voglio scopare, ma non qui, non con queste meravigliose bamboline, che fanno di tutto per sembrare allegre, disinibite e superficiali, ma che io so essere dentro tristi, deluse, in ritardo.

Mi sveglio con addosso una voglia incontenibile di scopare.

Per essere piu' preciso, mi sveglio con addosso una voglia incontenibile di scoparti.

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