Thursday, 8 November 2012

La forma di una dimenticanza

Le risorse della mente sono solo parzialmente sotto il saldo controllo della razionalita'.

Non mi sfugge la differenza tra intelligenza e ragione, e nel sogno il rapporto di forza tra queste due manifestazioni di cio' che siamo si capovolge, offrendoci preziose possibilita' di indagine di noi stessi.


Se di giorno noi, noi tutti intendo, ci affidiamo soprattutto alla logica, nel discernimento e nella condotta, nel sogno, dove si radunano come profughi i ricordi oscuri e le paure inconfessabili, per incontrarvi desiderio, smania, euforia, attori fluidi ed ineffabili, fantasmi incapaci di seguire leggi di natura, per forza di cose dominano l'intuizione e l'istinto.

Mi sembra addirittura scontato che siano proprio queste caratteristiche ineffabili, imprevedibili, a caratterizzarci: la loro varieta' d'altra parte e' infinita rispetto alle combinazioni pur numerose della logica, e per questo possono essere piu' propriamente tipiche delle nostra individualita'.

I procedimenti che sottendono la risoluzione di un problema matematico o contribuiscono alla costruzione di un pensiero filosofico possono essere varie, e il percorso seguendo il quale ne arriviamo a sfiorare o scolpire uno piuttosto che un'altro concorrono alla definizione di noi stessi, ma tuttavia e' nell'ancestrale, nell'informe, nel primitivo che un disordine di creta e fuoco incessantemente assegna ad ognuno di noi un'unico nome.

Ero di nuovo nella casa dei nonni, stanotte.

In quell'immensa villa, nella quale ormai non metto piu' piede da circa vent'anni, tante volte mi sono avventurato dal giorno in cui, erano da poco morti i nonni, la famiglia decise di venderla a degli estranei.

Nelle mie incursioni, da adolescente o da giovane uomo, ero sempre un intruso, anche se non necessariamente un lestofante: spesso mi ritrovavo gia' al principio del sogno in cantina, su per le scale, nel grande salone del pian terreno ... e da li in qualche modo mi scacciava subito la paura d'essere scoperto, l'angoscia di trovare il fantasma, invisibile, del nonno immerso in un ambiente che ormai era diverso, necessariamente avverso a quello cui lui aveva collaborato.

Ero al seconda piano, ieri.

In fondo, li dov'era il bagno, una porta socchiusa mi attende, mi chiama.

Dalla fessura vedo, o forse semplicemente ascolto: il detestabile Formigoni ha trasferito li il suo ufficio, e gia' blatera, con inarrivabile spocchia, di grandi risultati e lavoro d'eccellenza.

Traggo dalla mia borsa una pistola: non e' un'arma per offendere, ma uno strumento assai sofisticato, capace di emettere un raggio che costringe chi ne e' investito a dire la verita'.

Senza denunciare la mia presenza, approfittando di quel breve spazio, riesco a colpire il fanfarone, che rimane solo lievemente infastidito da un dolore simile a quello di una puntura di spillo.

Devo impedire che mi veda, perche' in tal caso capirebbe il tranello: il mio obiettivo e' invece fare in modo che creda che sia stata una zanzare a pungerlo, cosi' da non destare in lui alcun sospetto.

Perche' riesca il mio piano, e' allora necessario ch'io mi nasconda.

Mi infilo nella porta subito alla sinistra di quella del bagno ... e li se non ricordo male dovrebbe esserci la camera da letto di mia madre ...
O e' forse quella dello zio?
O e' invece quella del pianoforte?

...

Apro la porta, e ancora la mente non e' stata in grado di dipingere le pareti, arredare la stanza.
Ed ecco allora che il buio, rapidissima invenzione della mente, scaccia il paradosso, inondando ogni spazio.

Non e' necessario mentire: e' sufficiente cancellare, inghiottire, rimuovere.

E tuttavia come pesa al cuore una perdita!

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