Tuesday, 2 October 2012

Nostra figlia

Lei e' la piu' metafisica tra le creature, io un demone che si e' scordato alcuni, ma non tutti i propri poteri.

Del nostro primo incontro, avvenuto anni fa, ricordo pochissimo: lei era allora la mia insegnante di matematica, io un giovane liceale appassionato di scienze.

La memoria, pure appannata, insidiata dalla distanza remota di quel giorno, nonche' dalla natura stessa dell'accadimento, mi restituisce un'immagine confusa, contorni smussati e incerti di quella che tuttavia e' una sostanza densa e grave.

Silvia era in cattedra, e come sempre guardava i suoi studenti giocosa e seria.

Riviveva, in quelle ore di operosita' non solo mentale, gomme strofinate con frenesia su fogli stropicciati, tamburellare ben ritmato di dita su tavoli, acrobazie in bilico per spiare il compito di un vicino testimoniavano una partecipazione anche fisica a quello sforzo della ragione, la sua giovinezza, e l'entusiasmo che, non venendo solo da una cattedra ma da una biblioteca, non tanto da un professorino quanto da un maestro, aveva conosciuto intimamente e goduto davvero.

Sei cosi' anche ora, lo sai?

Quel giorno avevi deciso di farmi impazzire: la frenesia che solitamente mi prendeva in quelle occasioni, una sorta di folle entusiasmo che non pretendeva per forza di cose un buon risultato ma esigeva sfida e stimolo, era addirittura sfiancante, visto che il testo degli esercizi cambiava continuamente, ed ogni volta che ero convinto d'aver individuato una strategia, 'un trucco' l'avrei chiamato da ragazzo, ecco che dovevo ricominciare da capo, che' da un problema di geometria analitica mi trovavo a che fare con la trigonometria, e poi con un campo non conservativo.

Poi e' calato tra di noi il grigiore opaco della lontananza, ed e' calato per anni, durante i quali, distanti, abbiamo vissuto, ci siamo nutriti di quel che capitava, vivendo di rendita, di quell'infinita rendita che sono le nostre radici demoniache o metafisiche.

Ti ho ritrovata un giorno, senza neppure riconoscerti.

Eravamo a teatro, durante lo svolgimento di un dibattito politico.


Dopo una noiosa introduzione di professionisti della parola, di ciarlatani sempre in vena di menzogne, io, che pure ero solo una delle mille anime del pubblico, profittando in un attimo di esitazione di quella combriccola sono salito sul palco.

Mi sono liberato senza alcuna fatica delle proteste dei presenti, mostrando loro una frazione minima dei miei poteri.

Per impressionare quegli imbecilli, e lasciare che mi concedessero la parola, non ho dovuto che mettermi a lievitare davanti ai loro occhi, e produrre minimi giochi di prestigio.

Ottenuta l'attenzione della platea, ho iniziato a discutere del futuro, tremendo, che attende noi tutti, folli predatori delle risorse della nostre madre terra.

Alle proteste di chi si sentiva minacciato dalle mie proposte ecologiche e di equita' sociale, ho replicato dando loro prova di capacita' mentali fuori del comune.

Di ognuno dei presenti ho letto il pensiero: ne ho smascherato vilta', segreti inconfessabili, pensieri triviali.

Poi ho posato il mio sguardo su di te, che eri fino quel momento null'altro che una poltroncina tra tante, una sigla stampata su di un sedile, l'ennesimo sample da manipolare, un'ultima macchietta da soggiogare e far mia.

Ho cercato di farmi strada nella tua anima, di derubarti di cio' che avevi dentro, di umiliarti e dunque conquistarti.

Ho fallito: eri impenetrabile, eri oltre i miei poteri.

Eri ... Silvia!
Non potevi che essere tu, Silvia!

Che gioia ritrovarti.

Poi e' stata un'intuizione: il mondo non e' spacciato.

Sara' nostra figlia, il frutto del demone e della metafisica, a salvare il mondo, a destinarlo ad una sorte diversa da quella cui sembra condannato.

Ti prendo per mano, ed annunciamo la nostra decisione.

Tutti assolvono, in silenzio, la loro funzione di sudditanza.

Solo da lontano arriva la voce di un mio zio.

La salvezza che la nostra bambina costruira' sara' del mondo, non dell'umanita'.

Il dubbio per un istante mi gela, e poi tuttavia mi unisco a te.

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