Tuesday, 30 October 2012

Le nostre discussioni


Ricordo le parole di Sergio, ai tempi del dottorato, ai tempi della mia solitudine, prima di Vera, prima di Elena, prima di te.

Faceva di tutto per convincermi che le donne, nelle quali io identificavo la mancanza della mia esistenza, il suo difetto piu' amaro, fossero distanti dalle idee che avevo costruito, e che fossero banali, superficiali, noiose, laddove io l'immaginavo intricate e profonde, sentimentali e sincere, capaci di gioco e introspezione.


Aveva parole dure, che le condannavano tutte quante per colpe che, per come me le elencava, sembrano in effetti gravi: erano numerosi gli esempi concreti, e denunciavano creature capaci quasi sempre di pensare solo al proprio tornaconto, o, non so se questo sia peggiore o migliore, intente a tessere per rimediare a paure, insicurezze, fragilita'.

Cio' di cui mi parlava non era l'intimita' alla quale mi sarei voluto avvicinare premuroso e rispettoso, dove pure possono albergare dubbi o ricordi tanto pesanti da somigliare ad angosce, ma piuttosto vasellame di poco conto.

Cosi' il mio amico piu' caro mi voleva rassicurare del fatto che, sempre respinto o ignorato, non mi stavo perdendo nulla se non la trivialita' altrimenti rimediabile, e che sarebbe stata una delusione tremenda scoprire la verita', ovvero toccarla e trovarla vuota.

Io ho evaso questo pericolo pericolo oramai.

Oggi, credimi, non so che farmene di Daria, Marzia, Laura.

O meglio, saprei farmele e basta, ma al di la dei loro corpi, uguali a tonnellate senza nomi, ormai queste donne per le quali pure ho penato infinitamente e provato amore, passione, curiosita' sanguigna, non sono che figure intermedie.

Lo sono ora, ora che l'esperienza ha indicato, costruito, rimediato.

Lo sono ora che, e conoscerti ha sottolineato mille differenze, separato la loro realta', illusoria, dalla tua idea viva.

Ti dicevo di Marzia e le altre.

Non esito, ma non cercare rancore o sciocca rivalsa in queste parole che non le sfiorerebbero neppure se ne fossero a conoscenza, a definirle 'intermedie', eppure per certi punti di vista, o forse semplicemente in certe circostanze, esse sono sufficienti.

Mi ricordo Marco, un collega di un paio di anni piu' giovane di me, ubriaco fradicio, ad una festa di Natale.

La serata, uno strazio cui partecipavo per necessita' piu' che per piacere, era andata avanti tra battute e occhiate furtive all'orologio, al cielo, a un paio di belle ragazze.

In quel trambusto caotico e informe, tra un ennesima birra e un'ulteriore sciocchezza, mi confido' il suo grande amore per una ragazza di Bologna.

Lo confido' a me, con il quale non scambiava che poche battute.

Devo confessarti, amica mia, che in quell'istante pensai di rivalutare l'opinione che avevo di quel ragazzo semplice, glabro che fino ad allora avevo considerato splendidamente mediocre.

Non intendevo rivedere l'aspetto aureo della sua personalita', ma mettevo in dubbio l'idea, questa si meschina, di superficialita' che vi avevo sempre associato, aggiunto cioe'.

Non ebbi ne' tempo ne' occasioni di cementare questa ipotesi in convinzione, tantomeno di promuoverla a teorema.

Era in ufficio con Marzia, una bella ragazza di Bari, molto formosa, forse la piu' bella di tutto il dipartimento.

Per caso, da li a pochi mesi, furono  assegnati ad un medesimo progetto, e quindi si ritrovarono a condividere lo stesso ufficio.

Li, tra stampe, abstract e codici, compilarono la trafila da protocollo, che include fare sesso, sgualcire l'idea stessa del grande amore sofferto, e accordarsi su diritti e doveri.

In pochi mesi  arrivo' un bel bambino, e quindi segui' molto un matrimonio d'ordinanza (fui trai pochissimi del dipartimento a non essere invitato - una soddisfazione che tu che sei almeno misantropa quanto me puoi capire benissimo).

Mi ha istruito, questo episodio, circa i meccanismi che regolano i rapporti umani, perfino quelli che costituiscono i punti fissi o saldi di una vita, il matrimonio, la creazione di una famiglia, molto piu' che non la saggezza del dolore, o i sogni di cui ho riempito i vuoti che da sempre mi assediano.

Quel che e' 'sufficiente', apparecchiato, pronto al consumo, amica mia, ha ordinato una, due, forse tre esistenze, calmierando quanto di piu' sacro esiste al mondo, riducendolo al caso, ma non quello esaltante dell'incontro, ma quello ozioso della ripetizione seriale, quello viziato dalla noia.

Io sento gelare quando osservo il trionfo della meccanica nel mondo della carne e dell'anima.

Tutto cio' che obbedisce ad una legga di minimo cammino, mi aggredisce.

Per questo amo le creaturine complesse e non lineari, e sai bene che mi sto proprio riferendo a quelle intricate come te.

Le lettere scambiate con te cosi' hanno sostituito la cura dedicata a Daria o Laura, ed il ritorno e' diecimila volte piu' esteso e gratificante.

Mi sembra a volte di aver davvero scoperto la via di fuga di un labirinto nel quale quasi tutti finiscono per accamparsi alla meglio.

La mia vita resta precaria, dominata dal dolore nelle sue varie manifestazioni ma io ho prosperato amica mia.

Nessuno di questi prosperi autosufficienti scambierebbe la propria esistenza con la mia, ma ora ne sono certo: io e' qui che voglio essere.

Ho superato ogni immaginazione, ed il posticino di macchietta cui ero destinato dalla pieta' o crudelta' altrui, io non l'occupo piu'.

Ho raggiunto un risultato ancora piu' arduo, riducendo la malattia ad un ospite indesiderato del corpo, liberando l'anima, cio' che chiamiamo anima, dalle sue spire disgustose.

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