Monday, 1 October 2012

Le cartoline, Archimede, George Cantor

Cominciamo con il dire che George Cantor non e' mai esistito.

No, questo e' eccessivo: non posso escludere che da qualche parte sia vissuto un tal George Cantor, ne' ad onor del vero che ci siano migliaia di George Cantor a questo mondo!

Il fatto e' che io vorrei parlarti di Georg Cantor, il celebre matematico tedesco, ma anche di Archimede e specchi ustori, per non dire di cartoline ...

Io le amo, le cartoline, ma a patto che non siano 'baci e abbracci' da Rimini o Busto Arstizio.

Io voglio solo cartoline che siano almeno un poco unte d'amore.

Amo l'imbarazzo, ovvero quella forma strana di titubanza che impedisce, trattiene, e infine si lascia sfuggire un attimo una goccia del miele denso che e' il nostro amore, e che quasi sempre teniamo nascosto poiche' impaurisce noi stessi almeno quanto temiamo possa spaventarne il destinatario.

Io non esigo nulla, mi conosco troppo bene per poter essere tanto sciocco da immaginarmi veicolo di un sentimento esclusivo e supremo, figurarsi suo fine.

Tu dammelo, il tuo amore.

Dammelo comunque sia, non preoccuparti della sua forma, dei suoi limiti: ci pensero' io a modellarlo, a rifonderlo fino ad ottenerne una materia prima.

Dammi tutto quello che hai per me, e non preoccuparti se dubiti non sia cio' che desidero, o temi possa fraintenderlo e poi pretendere altro.

Probabilmente vivo un'illusione, anzi: ne sono sicuro.

La certificano, questa follia, da un punto di vista la mia ingenua convinzione, ancora persistente, di non essere il solo a sentire cosi' pungente la necessita' del ristoro di un abbraccio o dell'amore, e' qui dentro che il sesso giace, che trae dalla lettura di un infinito in un gesto, in una parola, in un attimo di attenzione, e poi, e soprattutto, l'aridita' comune, perpetua quasi dell'esistenza che conduco, cosi' avara di carezze e momenti di dolcezza.

Ognuno di quei gesti d'affetto rinnova e perpetua la mia fede, esattamente come fa il male, che senza mai stancarsi mi aggredisce.

Quando e' capitato d'essere carezzato, stretto in un abbraccio, baciato o baciare castamente una guancia, una fronte, una manina, sempre era li il dolore.

Non era inopportuno, non almeno nella dose di cio' che conosco ogni giorno.

Esaltava anzi le sensazioni, e le sublimava, trasformandone il prodotto da piacere ad estasi, e ne promuoveva la natura empirica, e ne catturava il significato di purezza e fusione.

In questo paradosso, in questo spazio ristretto ed irregolare che e' cio' che mi hanno lasciato la malattia e la solitudine, io ho plasmato e modellato, e infine costruito: e' stata una progressione inarrestabile quella dall'idea alla realizzazione dell'amore.

Della mia vita questo e' l'unico raggiungimento di cui sono orgoglioso: ho mischiato tutto cio' che ho qui dentro, non escludendo nulla, neppure l'amaro, il malinconico, forse il morente.

Ho sofisticato l'asprezza della malattia per farne sostanza ed ingrediente non semplicemente di un sogno meraviglioso, ma di un'intuizione, di un progetto.

Ho speso tutto me stesso per amare.

Non sono mai riuscito a vivere davvero l'amore, ma sono convinto d'averlo dentro di me.

Ricevute, le mie cartoline spesso finiscono in libri, fumetti, quadernoni.

Un giorno, aprendo quel testo che parla di operatori hermitiani o sfogliando di fretta quel quadernone dove ho raccolto i miei appunti di relativita', ti ritrovero'.

E saremo ancora li, il male ed io, a godere di te.

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