Thursday, 4 October 2012

Bye-bye!

La monotonia in cui sono intrappolato maschera ma non annulla il passo rapido del tempo, la maratona impeccabile delle lancette dell'orologio, il perfetto ripetersi ogni 86400 secondi della rivoluzione del mondo su se' stesso.


Quanti mesi, composti di giorni tutti uguali, ho vissuto?

Perfino il fine settimana non si distingue quasi da un lunedi al lavoro, da un giovedi sera dilapidato tra le solite quattro mura.

L'originalita' di un pensiero, la sua profondita', egualmente condivisa dall'intuizione che l'ha suggerito e dall'intelligenza o dall'estro che ne hanno fatto rispettivamente ragionamento o immagine, appassisce se un'altra individualita' non ne mette alla prova la flessibilita', la sostanza, nella migliore delle situazioni la bellezza, e cosi' consumandosi trascina con se', in un'agonia d'inedia, tutto me stesso.

Sono angosciato, oggi te lo confesso.

Non ho combinato nulla di buono negli ultimi 5 anni.
Sono riuscito a non combinare nulla per 5 anni, forse i migliori della mia vita.

In questi 5 anni in cui la malattia si e' quasi dimenticata di me, io non ho costruito nulla.

Perfino i ricordi migliori sono associati ad una delusione, ad un dolore segreto e sciocco.

Le gite in montagna non erano che fughe dalla solitudine, le camminate in citta', le cene rituali nelle osterie come gli aperitivi nei locali alla moda, tentativi di dimenticare il gelo che avevo intorno.

A queste esperienze di evasione, devo aggiungere le notti passate in ufficio, il prolungare le ore del sonno fino a mezzogiorno, nei sabati che speravo finissero il prima possibile, e le noie di una professione stressante e per la quale non mi sono mai sentito portato.

Alla spicciolata, frazionate e confuse, arrivano le notizie di quei pochi che ho conosciuto.

Le coppie restano unite, e allora alla scadenza del contratto non ti prende il panico, e poi non finisci sballottolato qui o la per l'Europa o il Nord America, perche' hai un progetto, un'idea del tuo avvenire.

C'e' qualcosa che ti ingiunge di prenderti cura di te, poiche' devi prenderti cura di voi.

Ecco allora che la sera si vuole uscire presto dall'ufficio, e ci si innervosisce se un collega fa perdere tempo e ritarda l'ora della ritirata, perche' bisogna andare ad un concerto, o semplicemente uscire con gli amici.

Questo non e' un diario, e' un lungo testamento.

Io un giorno ho deciso di morire, e da allora tengo fede a quel giuramento.

Ancora oggi, ogni volta che torno sulla vicenda che nello specifico mi ha portato ad iniziare a scrivere, apice sdrucciolevole, raggiungimento della massa critica di una condizione non piu' sostenibile, riscopro violente le reazioni, di nausea, che mi destarono da un torpore di infinite ipocrisie.

Io non sono un idiota, e non lo sono stato mai.

Solo, per anni, sono stato cieco, e credo che davvero la miopia abbia concorso a tale dabbenaggine: non ragionavo riferendomi al reale, ma alla edulcorazione di cui si facevano proclamatori gli amici.

Ma il vero e' incorruttibile, ed un istante e' stato sufficiente a disvelarmelo tutto.

E' stato raggelante.

Tutto, ogni circostanza, trovava finalmente una spiegazione: la solitudine non era piu' casuale, ma sensata, e la diffidenza, il fastidio, l'indifferenza non erano che conseguenze logiche di premesse infauste.

Non ho tendenze suicide, e non mi faro' mai del male, ma io so, e so per certo, che la vita non mi riservera' nulla di buono, al di la delle piccole gioie dell'affetto reciproco, quelle sciocchine del gioco o le infinitesimali del piacere, a fronte di dolori che non potranno che accrescersi, e difficolta' che un giorno forse mi obbligheranno al piu' amaro dei ritorni, o ad una vita di stenti.

Globalmente, vista da lontano, non vale la pena di essere vissuta questa cosa, ma una tecnica di cui sono da tempo maestro mi permette di concentrarmi solo su gli spiccioli episodi isolati di contentezza o godimento, e di ignorare il resto, che riduco a semplici, lunghissimi, intermezzi.

La mia vita e' una somma di pause.

Ero alla Cooperativa, stasera, con il mio cestino pieno di zuppe, fibre e succhi d'arancia pronto a pagare il conto.

Due casse erano libere.

Ad una, la piu' lontana da me, era una bellissima ragazza dai capelli rossi e la pelle opalescente.
Li una Dea Norrena, di nome Emma secondo la spillone che portava al petto, mi aspettava con un sorriso, mentre di fianco era una donna gia' sgraziata dalla vecchiaia, rivestita di un sottile strato di adipe rugoso, non piu' florida maschera, ma solo esausta cera, ed era la sua figura nel complesso di una sciattezza che non sapeva di sbornia allegra, ma di umiliante sconfitta.

Non ho dovuto neppure pensarci un secondo: nonostante l'invito di un sorriso bellissimo, ha vinto il rispetto per quella donna.

Vecchia, brutta, perfino nervosa e triste.

Non importa se credi che l'abbia fatto per pieta', o che sia il solito porco superficiale che con un gesto simile vuole assolversi dai propri peccati: non mi importa perche' e' vero e mi accetto benissimo come depravato, perverso, ipocrita.

Mi faceva esteticamente schifo, fisicamente era orribile, ma l'offesa sarebbe stata un'ustione crudele per quella donna gia' insultata dalla semplice vicinanza di una bella ragazza.

Cordiale, ho sbrigato con lei la faccenda.

Uscendo, ho lasciato scivolare nello stagno limaccioso e nella fontana frizzante delle loro presenze un paio di bye-bye.

Non mi ha risposto nessuna delle due, indaffarate e distratte dai rispettivi impieghi, dalla coda che premeva come un chimo che si fa meccanicamente strada nell'intestino, ma una bambinetta di rosa e nuvola, dai tratti vagamente asiatici, comodamente seduta nel suo passeggino.

'Bye-bye' ho ripetuto abbassando lo sguardo.

E 'Bye-bye' mi ha ripetuto quella piccola divinita', attenta e seria, osservandomi, scrutandomi fissa coi suoi occhietti meravigliosi.

Il nostro parlottare, monosillabico, e' andato avanti per pochi secondi.

Mi sono illuminato, e dentro avevo il sole, ed ero trafitto da quel raggio di sole, te lo giuro.

Ecco, vedi?

Oggi, non per Emma, non per nessuna delle belle che ho visto, ma per quei 5 secondi, ne e' valsa la pena.

Questa confessione non altera minimamente la mia condizione, perfino agli occhi tuoi, di insidia almeno parziale, di presenza imperfetta, lo so bene.

E' solo il mio modo per dirti di non preoccuparti.

La vita e le sofferenze di chi si emoziona fin quasi alle lacrime per una cosa tanto banale non possono rappresentare qualcosa di serio.

Gli alti e bassi del mio umore tratteggiano un profilo che oscilla tra quello di un malato di mente e quello di un tossicodipendente.

Sono entrambe lo cose: sono folle, e sono in crisi d'astinenza.

Mi mancano l'amore, il contatto, la creativita', l'intelligenza di una conversazione vibrante.

Ho fallito, ma non sono un fallito.
Anche questo mi consola un poco.

Adesso vado a dormire, da solo, in un letto che non conosce che la mia sagoma, e che secondo me neppure di quella s'accorge.

Sad.

2 comments:

  1. eppure io non sento la dolorosa solitudine!
    anch'io vivo sola.
    quando stavo malissimo mi sentivo abbandonata !
    non credo sia la stessa sensazione!
    solo il pensiero che qualcuno debba "sacrificarsi" per me mi crea un' ansia estrema!
    buon fine settimana, dolcissimo!
    un bacio!

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  2. No, niente sacrifici: solo gioia, per carita':-)

    Ciao Sara!

    Gio

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