Thursday, 7 June 2012

Una lunga confessione


Ho delle fobie ridicole, e questi difetti, differentemente da altri limiti a me ignoti, ho avuto modo di vivere coscientemente con il tempo, dunque li ho analizzato nei diversi stati mentali che hanno caratterizzato i momenti di gioia, mestizia, orgoglio, vergogna, e penso di essere riuscito ad addolcirli, almeno in parte, con gli anni.


Quella che tra tutte è più difficile da credere riguarda i neonati, ed i bambini di pochi mesi: la presenza di una di queste creaturine nel raggio di pochi metri dalla mia goffa persona mi mette addosso un disagio terribile, un'insopportabile inquietudine.

L'insistenza di un genitore ad avvicinarmi a lui, a tenerlo tra le braccia, mi paralizza, mi irrigidisce completamente.

C'è poi la fobia per le donne corpulente: non soffro solitamente di claustrofobia, ma la vicinanza, in uno spazio chiuso, di una di esse mi fa temere reazioni violente alle quali non saprei rispondere con l'unica via di salvezza, ovvero la fuga.

Entrambi questi problemi hanno radici che affondano fino alla mia infanzia, ne sono convinto.

La miopia mi ha portato spesso, da bimbo, a rompere oggetti, a inciampare in fili elettrici, a frantumare porcellane (ma anche a precipitare da scalinate, ad andare a sbattere contro vetrate, a perdermi in una spiaggia assolata).

Amo mia sorella, adoro mio padre, eppure è stata da una parte lei, con i suoi rimproveri violentissimi al ripetersi di questi incidenti, e d'altra parte il babbo, con prese in giro un po' troppo sarcastiche, a mettermi addosso un'insicurezza che, lo so bene, non mi abbandonerà mai.

Il mio terrore è quello di cagionare a quei piccoletti ignari, indifesi, incapaci di ovviare ai limiti del mio visus con la ragione, dei danni.

Il mio terrore è quello di dover sopportare ancora una volta un'aggressione, ben sapendo che intimamente la considererei giusta.

Se le feroci reazioni dell'infanzia erano proporzionate ai disastri combinati, non oso immaginare come sarebbero quelle associate a danni causati a dei bambinetti!

La diffidenza nei riguardi delle donne corpulente, non mi riferisco tanto all'obesità morbida di una figura alla Botero, ma piuttosto alla fisionomia muscolare di una lanciatrice di peso, trae da un episodio ben preciso del mio primo ricovero ospedaliero.

Un giorno si verificarono due condizioni eccezionali, e probabilmente tra loro connesse: non avevo la flebo al braccio, e la mamma non era in camera con me.
Certo, capitava che dovesse andare a fare la spesa, ma solitamente qualcuno rimaneva lo stesso con me, forse una delle zie, o un'amica di famiglia.

Ben poche fotografie testimoniano le condizioni in cui versavo in quei mesi.

Ero un corpicino infetto e fragilissimo.

Ero un grissino dalla pelle giallognola, e dove non era arrivato il male ad indebolire, era giunto l'abuso dei farmaci, degli antibiotici, dei varii unguenti ad intossicare.

A volte penso a quel bimbo, che oggi potrebbe essere mio figlio.
Non sarei in grado di esserne il padre, e non tanto per il timore di essere responsabile di un dolore permanente, il suo, quanto per la certezza che non saprei sostenere il cammino, negli anni duri che dell'insorgere della malattia, in quelli squallidi dell'adolescenza, all'alba del suo essere uomo.

Date le gravi condizioni della mia salute, solo dopo mesi si sarebbe scoperto che il problema era un'infezione dovuta alla protesi stessa, occupavo una delle due sole camere singole del reparto.

Non uscivo quasi mai dalla camera, ma gli altri bambini probabilmente sapevano della presenza di quel paziente 'speciale', al quale i medici, perfino l'illuminato primario, dedicavano tante cure (pure troppe forse!).

Non escludo neppure che la mamma, povera donna, si confidasse con i genitori degli altri e che questi, più o meno esplicitamente, riportassero parole ai loro piccoli.

Beh, sta di fatto che quel giorno entrò nella mia camera una bambina un po' più grande di me, forse con un lieve ritardo mentale, e soprattutto enorme, colossale, dalla pelle olivastra e piccoli occhi scuri.

Oggi, ripensandoci, non mi sembra assurdo pensare che la sua condizione fisica fosse dovuta ad una qualche problematica fisiologica, forse di tiroide, non so, ma allora, per quel bimbo cadavere, quella non era una ragazzina malata: era una minaccia.

Frugò tra le nostre cose: protestai, o almeno così credo.
Si avvicinò a me, mi mise la mani addosso.

Il corpo, che era diventato un veicolo di cure, dolorosissime ma sacre, era all'improvviso alla mercè di una foga violenta, di un astio forse dovuto ad una mal concepita gelosia.

Spaventatissimo, mi alzai dal letto, ed in un attimo mi ritrovai in corridoio.

Ricordo ancora la pesantezza delle gambe, non ero più abituato a camminare che per pochi passi, in camera, e la mano che cercava appiglio in una maniglia per non perdere l'equilibrio.

Mi soccorse un'infermiera, e tutto finì in pochi attimi.

Della debolezza di quel bimbo, ho ancora nel corpo i tratti fondamentali, temperati dal sostanziale miglioramento delle condizioni fisiche, ma aggravati dal pronunciarsi dell'osteoporosi, del moltiplicarsi delle cicatrici e dei residui della chirurgia sottopelle.

In questo diario, che con gli anni è diventato luogo di incontro con persone che amo, non voglio celare aspetti controversi, squallidi di me stesso.

I miei ripetutissimi ed eccessivi riferimenti alla fica, a scopate selvagge, a frustrazioni infinite, a gusti estetici che, definendo il bello specularmente ritraggono il brutto, proprio come queste paure, io non voglio nasconderti.

Sarebbe un inganno, una mancanza colpevole.
Perfino un deforme ha delle preferenze estetiche, perfino un mostro vuole scopare.

Questa sincerità non credo sia frutto di una virtù, ma di una necessità: dal momento che non posso nascondere la deformità, solo cammuffata dai vestiti, alle donne con le quali ci provo, la presento con un'appropriata esposizione verbale prima di arrivare a dichiararmi, per evitare l'umiliazione mortale di un rifiuto improvviso al momento in cui ci si ritrova nudi uno di fronte all'altra.

E' ben noto che le donne sono tutto nella vita, e dunque questo modello comportamentale l'estendo a tutto, dai colloqui di lavoro, all'amicizie più o meno virtuali.

Sono brutale a volte, vero?

Mi viene da credere che così mi ha modellato la crudeltà del mondo.

I ripetuti insulti di perfetti sconosciuti, le occhiate derisorie, le frecciatine di quelli che vogliono fottersi la donna che tu desideri .... mi hanno reso forte, imperturbabile, severo, e forse cieco, sordo, ottuso.

 Sono brutale, e non oso pensare all'ampiezza del dolore che, un uomo identico a me, potrebbe provare leggendo tra queste pagine il proprio destino, le infinite privazioni ed umiliazioni.

Sono brutale, e tuttavia è stato non nascondendo nulla di me che ho incontrato gli amici migliori, e quell'emulo di me stesso, chissà, potrebbe avere la stessa fortuna.

Niente fica, per quello non c'è nulla da fare, ma affinità elettive si, e strepitose.

Sono brutale, e forse cerco solo scuse.

Ricordalo, comunque, quando userò parole come 'amore', 'amicizia', 'sincerità'.

8 comments:

  1. Ho raggiuto la.. pace? dei sensi da quando ero piccola! :(
    Epperò mi sono elevata..spiritualmente! :))
    Ti capisco Giò, sette mesi dispersa nelle migliori cliniche specializzate da Roma in sù.
    Sette mesi quasi allettata, sola, senza mai vedere un parente, un fiore! Anch'io, forse, sono stata curata anche troppo...:((
    La mia compagnia era il sonno, la notte, se non venivo svegliata da urla strazianti!
    C'era un bellissimo giardino al policlinico di Verona, era già primavera,e di notte ho imparato a contemplare le stelle dal balcone della camera...ascoltando musica con le "cuffiette"... per non impazzire!
    Un bacio! :)

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  2. Beh, elevarsi in spirito è già una gran cosa :-)

    E so bene di quelle urla strazianti Sara.
    Le sento ancora.

    A prestissimo

    Gio

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  3. La brutalità delle parole sincere... è quasi respirare un soffio di pace.
    Calmo... riposa la mente.
    Ti seguo, sempre

    Joh

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  4. Grazie delle tue, Joh.
    La meditazione continua ;-)

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  5. ... ho parlato di te a mia madre ... faccio così quando qualcosa (!) mi riempie più di quanto possa contenere ...

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    1. Silvia,

      Forse sono un mostro, un insensibile, o, nella migliore delle ipotesi, troppo diverso per andare d'accordo con un essere sensibile, generoso.

      Non lo so, ma di certo qui, a volte, di proposito do' il peggio di me.

      Io devo essere sicuro che tu non ti stia ingannando.
      Addirittura sono precipitevole, e ti sottolineo ancora i miei terrificanti, crudeli difetti.

      Se mi accetti ... beh, hai vinto tu.

      Io avro' fatto di tutto per convincerti di essere una bestia.

      A presto Silvia.

      Ho cercato diverse volte, nel tuo blog, un indirizzo mail, ma non l'ho mai trovato.
      Ti avrei voluto scrivere, ma oggi le mie incertezze sono tali per cui mi devo forse imporre un attimo di clausura, di indagine di certi aspetti di questo carattere.

      A prestissimo.

      Gio

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    2. ... dal momento in cui mi sono accucciata in un tuo post, io ti ho scelto, Gio e ti ho letto, quando lo ritenevo opportuno ti ho parlato, altre volte ho fatto solo silenzio, ma ho letto. Ti ho letto, oltre le righe oltre i suoni, ti ho letto attraverso le cose che posso capire, attraverso le cose che posso riuscire ad immaginare, tra le tue risposte a me o ad altri, ti ho letto tra l'intento e la finzione, tra i sogni e i ricordi, si fa così con gli amici no ?!

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    3. Io faccio così con gli amici ;-)

      Penso d'averlo ritrovato, quel post.
      Da oggi è più prezioso.

      A presto Silvia

      Gio

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