Friday, 15 June 2012

La vendetta di un Dio


 Partecipo ad una vivace discussione, nel ristorante della Camera della Repubblica, davanti a senatori, ministri, faccendieri.

Ad alta voce, denuncio un'infiltrazione mafiosa nella politica del nostro paese, e non taccio nomi, cognomi, circostanze, complicita'.

Colui che piu' di ogni altro accuso, un personaggio realmente esistente, da sempre sospettato di contiguita' con ambienti della malavita organizzata, affabile e silenzioso s'avvicina a me.

Ognuno dei presenti si scansa per poterlo lasciar passare, ansioso di poter manifestargli quella deferenza che meriterebbero solo i saggi o i giusti.

Senza che nessun altro se ne accorga, e questo e' chiaramente possibile solo nella recita del sogno, mentre espongo la mia critica mi sfiora i polsi con la lama seghettata di un pugnale.

Non preme che per scheggiarmi la pelle, ma senza dover pronunciare alcuna minaccia lascia intendere intenzioni che, se non in quel luogo, in una circostanza diversa avranno la mia morte come conseguenza se insistero' con quelle parole schiette, coraggiose.

Cerco, con le dita, di agguantare un coltello dal tavolo ove stavo mangiando, ma il nemico mi ha immobilizzato, e non ho forze da opporre a quell'aggressione.

Sconfitto, taccio, torno nell'ovile del mediocri.

Cambia la scena.

Mi ritrovo in un giardino immenso, ricco di grandi alberi e  deliziosamente decorato di composizioni floreali.

E' la stupenda villa, in Sicilia, dove dimora questo personaggio.

Senza nessuna preoccupazione, senza curarmi dei suoi guardaspalle, lo raggiungo fino all'ingresso, dove, gonfio di presunzione, m'aspetta, convinto di potermi liquidare in fretta, addirittura sorpreso, lieto del mio folle gesto, della decisione di recarmi io nella sua tana.

Poveraccio.

Non sa che io sono un Dio.
Non lo sa ancora.

Estrae la rivoltella, ma in un attimo, prima che possa esplodere un colpo, riesco a sfilarla dalle sue mani.

Con un gesto fulmineo libero il tamburo dei proiettili, e quindi getto il revolver per terra.

Il confronto dovra' essere ad armi pari, o almeno voglio dare a questo criminale l'opportunita' di scegliere di confrontarsi con me senza ricorrere all'ausilio di un'arma da fuoco.

Il vile tuttavia non conosce coraggio: lesto come un gatto si avventa sulla pistola.

Lascio che faccia, tanto e' gia' in mano mia.

Nell'istante stesso in cui le sue dita sfiorano il metallo dell'arma,  impongo alla natura che la sua vista cali bruscamente.

Quasi cieco, confuso, si alza, punta l'arma verso di me.
Ma e' scarica, e dunque come potermi uccidere?

Con una semplice contrazione degli occhi, chiedo al cielo di far precipitare su di noi mille chicchi di ghiaccio.

Cadendo sulla ceramica delle piastrelle, quei volumetti d'acqua congelata ingannano il bastardo, che si convince che ad essere sparsi sul selciato siano proiettili.

Ansioso e scosso, bruca quel prato, ma ad ogni tentativo di caricare l'arma segue un fallimento, cui fa eco una bestemmia odiosa a mio Padre.

Come un gatto gioca con un topo, cosi' un Dio fa con un uomo che si e' creduto tale.

Gli suggerisco di chiedere aiuto ai suoi scagnozzi, ma ormai quelli sono gia' cadaveri, li ho fulminati senza che se ne accorgesse e lui, cieco, non se ne puo' rendere conto.

Lascio allora che lo sfiori un sospetto tremendo, ovvero che sia stato tradito da tutti i suoi uomini.

Prima di farla finita voglio torturarlo sadicamente: gli ricordo che da sempre tiene un proiettile nascosto tra i denti, e sicuramente le mie vecchie letture storiche, di fialette di cianuro nascoste a Norimberga, mi hanno suggestionato a tal punto da evocare un simile assurdo nel sogno.

Ecco che il bastardo si infila una mano in bocca ... ma non puo' trovare quella sferetta metallica, che ricorrendo ai miei poteri ho disintegrato.

Di fronte a me trovo un uomo che non riconosce piu' se' stesso, ma la vendetta di un Dio non si limita ad un gioco, e non conosce pieta'.

La vendette di un Dio esige la morte, esige una morte terribile.

Mi basta alzare lo sguardo per proiettarlo di decine di metri in alto nel cielo.

Uno sbatter di ciglia, e lo lascio precipitare nel vuoto, solo per salvarlo un attimo prima che si sfracelli al suolo.

Grida come un cane, ma a me non basta ancora.

Di nuovo lo proietto in alto, ma questa volta io stesso mi elevo, fino ad averlo di fronte a me.

Gli dono di nuovo la vista, solo perche' possa vedere il volto demoniaco di chi un giorno, credendo uomo, oso' minacciare.

Lo tengo sospeso davanti a me, e gli lascio il tempo necessario per rendersi conto di una verita' sottile, l'ultima che conoscera' da vivo, prima di precipitare negli inferi dove lo perseguitero' per l'eternita'.

Quella volta al ristorante, quando con un coltello mi minaccio' in silenzio, egli penso' di non poter portare a compimento il suo intendimento, uccidermi, poiche' davanti a tutti non sarebbe stato sensato mostrare la propria natura, ma la verita' era completamente diversa: fui io a non potermi manifestare per il demone che ero.

Sorrido rendendomi conto che consapevolezza finalmente si e' infusa nel suo cranio, che presto sara' poltiglia.

Lo lascio precipitare, ma prima che giunga a terra, la mia folgore lo carbonizza.

La vendetta di Dio e' compiuta, e posso tornare alle mie sembianze umane, ridicole, modeste, con le quali trovo sia piu' facile addentrarsi nei meandri dell'ipocrisie, osservare dal di dentro le miserie umane.

Sul treno che mi riporta a Milano, un controllore mi multa, giustamente, poiche' ho dimenticato di obliterare il biglietto.

Non per questo si svegliera' il Dio che e' in me.

PS: questo sogno mi ha dato soddisfazioni meravigliose. Mi riconosco la capacita' di costruire sogni davvero entusiasmanti, avventurosi, originali.
Ogni notte chiudo gli occhi sapendo che molto probabilmente avro' modo di vivere situazioni sorprendenti.

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