Monday, 11 June 2012

Il tempo

 Sto pensando molto, in questi ultimi giorni, al mio recente passato.

Un amico, collega durante gli anni del Ph.D., mi ha annunciato settimana scorsa l' intenzione di cercare lavoro nella città dove abbiamo lavorato assieme, e dove ho vissuto per quasi 5 anni.

E' stato un tonico potente per la mente, un invito a riflettere sul tempo trascorso in quella realtà.

Ammetto d'averla abbandonata a malincuore: pur non avendovi trovato che contatti in forma di frizione, ed una sostanziale solitudine, era per certi versi ideale.

Per prima cosa, non ne taccio l'importanza, era ricca, ma la sua opulenza non era concentrata nelle mani di pochi crapuloni, ma piuttosto appannaggio o alla portata di una ampia porzione della popolazione, perfino mia.

Era sicura, efficiente, ricca di verde e di accenti stranieri, di volti sempre nuovi, offriva facili divertimenti per ogni gusto, ed eccellenze per intenditori.

Benchè non priva di difetti, per un periodo di tempo, mentre cercavo un lavoro, temevo che altrove non avrei sopportato il residuo, la differenza in termini di qualità della vita.

Pensavo alle alternative: Vienna, Londra, Monaco, Boston, Oslo, Berlino, Amsterdam ... e nessuna mi sembrava potesse offrire tanto in termini di comodità senza pretendere in cambio il baratto delle mie speranze, del mio impegno, per un'occupazione da strozzino, da demagogo, o semplicemente al di la delle limitate risorse di cui sono capace.

Non mi sbagliavo, ma fingevo di dimenticarmi che non c'è nulla come le difficoltà del vivere per abituare all'asprezze dell'esistenza.

Possiamo contenere, ovviare, limitare le prime, ma non illuderci di fuggire alle seconde, se non rinunciando alla nostra umanità.

Le fatiche di oggi, gli stenti cui mi abituo, le vaghe ristrettezze economiche, in un mese non riesco che a mettere da parte poche centinaia di sterline, insufficienti per programmare un futuro, mi impongono quella serietà, quei pensieri rivolti al male comune che le condizioni di agio assorbirebbero in una crema densa, insapore ed ipocrita.

 Accanto a queste riflessioni, che si estendono tra etica, ricordi, inquietudini, ho riavvolto e srotolato il nastro di quegli anni alla ricerca di un filo conduttore, di note liete o sottili, di un motivo per tornare a sperare.

La prima sistemazione, temporanea, la trovai presso un'ospedale, in una stanzetta di pochi metri quadri e nessuna comodità, poi trascorsi sei mesi in un monolocale grazioso ma in una zona brutta della città, dalla quale, lottando contro i giudizi perfino sprezzanti dei miei famigliari decisi di andarmene in fretta, e infine mi sistemai nel bell'attico in uno dei quartieri più eleganti e tranquilli, all'ultimo piano di una palazzina immersa nel verde, in collina.

I riti, le abitudini, le partenze ed i ritorni erano quasi tutti oggettivi: erano collocati agli orari degli spacci, degli impegni al lavoro, dei bisogni personali.

Piano piano riempii quello spoglio appartamento di piccoli oggetti, di colori, di libri e musica.


Un giorno poi iniziò il processo inverso.

I quadri che lentamente avevano coperto le pareti, conobbero la polvere di magazzini, l'attesa di nuove sistemazioni, e così i mobili, regalati a nuovi venuti o smontati per essere trasportati in Italia, ed egual sorte toccò i miei fogli volanti, i volumi della Dystopia, affidati a Luca durante la sua ultima visita.

Non uno dei miei colleghi è rimasto solo in quegli anni.

Ci sono stati matrimoni, figli, tradimenti, riappacificazioni, rotture definitive e nuove avventure.

La mia vita è disgustosa.

Non mi devo illudere del contrario.

E' a suo modo eroica, molto migliore di come sarebbe stata se mi fossi lasciato andare, se non avessi intrapreso questo lungo viaggio.
Si avvicina forse addirittura alla migliore possibile, che non ho meritato d'altra parte per colpe mie, per non essermi impegnato a sufficienza nello studio, al lavoro, per aver cercato ristoro nel riposo o nel silenzio quando non ho resistito alla fatica ed al frastuono.
Non riesco a negarmi del tutto qualche virtù, acquisita dal male s'intende, e sono quasi certo d'aver significato qualcosa per qualcuno.

Ma resta quell'opprimente verità: la mia vita è disgustosa.

Ne sento il sapore alterato dagli inganni della mente, dai sofismi eccessivi.
Inseguo modelli astratti, più adatti all'opera del genio umano che alla vita, ma le pareti della stanza non sono pagine, e non c'è spazio nell'esistenza per note a margine, appunti che si spera sempre un'altra persona farà propri.

Le donne, queste straordinarie chimere, non cercano che sicurezze, solidità, piacere.

Non è una colpa, è un ordine.

La stessa naturalezza, l'obbedienza addirittura armoniosa ad una legge, la riconosco alla mia condizione.

Il dolore di un tempo, che per anni ha oscillato tra malinconia, tristezza, ha dissipato la propria energia, non conosce più l'ampiezza dell'adolescenza, le alte frequenze delle cadute e delle risalite.

In questo stato di quiete, instabile forse, io non conosco una lacrima, il singhiozzio che mozza il fiato.

Forse mi disumana questa tranquillità, forse dovrei venerare gli ultimi bagliori di dolore.

2 comments:

  1. Ti dico buongiorno e non scrivo quello che vorrei.. :-)

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    1. Timidona, puoi dirmelo che sono bellissimo :D

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