Saturday, 16 June 2012

Il mare

 Ieri notte, al momento di coricarmi, ho chiuso gli occhi ben sapendo che dal cuscino sarei scivolato in fretta in un mondo d'incubo.

Ne ero convinto, dal momento che tutte le premesse necessarie perchè ciò si avverasse, si erano radunate attorno a me fin dalle prime ore del pomeriggio.


 Le più superficiali, un altro giorno di gelo pungente, molesto, una stanchezza cui mi sono abituato ormai, la prospettiva di un altro fine settimana consumato a casa tra libri sbiaditi e fredde federe, sarebbero state già sufficienti per corrompere le certezze del Dio che di tanto in tanto rivive in me dormiente, e taccio del dolore atroce che ha rigato di lacrime il mio viso, non ripeto quelle sillabe che, componendo aggettivi, verbi che mai avrei voluto s'avvicinassero ad un nome, mi hanno torturato, piangendo con me.

Ti parlerò solo del più stupido dei miei incubi.

Il resto non lo riesco a distillare in forma di racconto: sono colori, contrasti, sensazioni del tutto ineffabili e troppo intimi e singolari perchè un tu diverso li possa intuire da come li saprei approssimare.

...

Ho lavato il copripiumone un paio di giorno fa, ma essendo ancora ieri sera umido, sono andato a dormire senza rivestire la trapunta di quel involucro di cotone morbido e profumato.

La notte mi ha infastidito un pizzicore antipatico, pegno da pagare al contatto diretto della pelle con la superficie un po' ruvida della coperta nuda.

Questo stupido incubo nasce quasi certamente da quella sensazione di noia prettamente fisica.

Mi sveglia, nel sogno, il chiacchiericcio dei vicini di casa.

Dal loro appartamento sento il vociare stonato di canzonette orribili, italiane, e un brontolare di padelle abbandonate sul fuoco, un borbottare di scodelle che s'urtano l'una con l'altra, uno stridere di coltelli e forchette che graffiano la ceramica di piatti in frantumi.

Da qualche tempo, ricordo, c'è un certo trambusto, un andirivieni continuo su e giù per le scale, avanti e indietro sul pianerottolo, e mi viene il dubbio che ci sia stato un recente trasloco, e che il nuovo inquilino, i nuovi inquilini, siano italiani.

Detesto quasi sempre la presenza prolungata di italiani che incontro per caso, da chè vivo lontano dall'Italia.

Il mio non è una sorta di razzismo, quello piuttosto lo provo nei confronti di chi ha contribuito a devastare il nostro paese, ma questi rappresenta la parte indolente, fiacca, sbruffona della popolazione che solitamente si incrocia solo nella forma di turista all'estero, quanto piuttosto di timore: io non voglio che la solitudine della quale mi nutro sia scalfita.

La vicinanza di due esperienze simili, rafforzata dalle possibilità associate ad una lingua comune, rappresenta la più temibile minaccia alla mia clausura.

I sospetti sono sensati: sono proprio italiani, e della peggiore specie.

Caciaroni, invadenti, rumorosi, già li vedo gironzolare per casa mia.

Capita che ogni tanto lasci aperta la porta di casa, per pochi minuti, per far prendere aria alle camere, alla cucina.

Lasciando spalancata la finestra, la corrente è tale da far circolare l'aria tra le diverse stanze, e specialmente dopo aver cucinato, o proprio prima di stendere il bucato, mi pare buona idea quella di lasciar giocare Zefiro e Aquilone in casa.

Evidentemente, devo aver solo socchiuso: mentre ancora sono a letto, vedo quei burini girovagare per casa mia a piedi nudi, sporchi di sabbia, e aprire cassetti, sfogliare libri, ficcanasare dappertutto.

Mi alzo, ed una sorpresa mi attende: dalla finestra della camera da letto vedo il mare.

A pochi metri da casa mia, si stende una spiaggia di sabbia bruna, umida, cespugliosa, e le acque scure che ho visto settimana scorsa.

Io l'odio, il mare, quando è inquinato dalle consuetudini umane.

Al mare si deve stare in costume, ed io non voglio mostrare il mio corpo deforme, neppure ora che non sono più un adolescente, nonostante la tranquillità, la serenità raggiunta almeno a proposito del rapporto con questa carne inerte e malinconica che ho come staccato, lentamente, da me.

Mi obbligano ancora una volta le circostanze a spogliarmi: in slip non passo inosservato, e se da ragazzo era il disgusto delle donne a ferirmi, il sarcasmo degli uomini ad abbattermi, ora è la noia a vincere.

Non riesco a gestire il sospetto, la malignità attorno a me.

Chiudo gli occhi e mi concentro.

Mi ricordo che casa mia è in centro città.
Li non c'è il mare, non ha senso nulla di ciò che vedo!

Apro gli occhi, e sono di nuovo nel quartiere che conosco: nessun vandalo in casa, e davanti a me gli antichi palazzi dalle mura sporcate dai secoli, i ciottolati irregolari, i comignoli che sbuffano ad ogni stagione.

Rasserenato, torno a letto.

Poggio la testa al cuscino, ed è di nuovo confusione: tornano i balordi, torna il mare, torna l'obbligo di seguire un canovaccio che non è il mio.

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