Monday, 18 June 2012

I miei complimenti, Gio!

 Se devo attribuirmi una qualità, io scelgo la fantasia, di certo non la capacità di esprimere in forma di parola le mie visioni fantastiche.
Stanotte ho avuto 3 sogni, e posso dire di aver vissuto altrettante avventure entusiasmanti.

L'aridità di una vita, me ne convinco spesso, può essere addolcita dalla capacità di evadere l'ordinario in prima persona, anche se solo in una dimensione immateriale ed effimera come quella onirica.

Più ancora che la lettura di un libro, la visione di un film o la partecipazione ad un videogioco, il sogno mi fa godere oltre i limiti imposti non solo dalla mia condizione di invalido, di reietto, ma anche, soprattutto di quella inalienabile di uomo.

La sensazione di onnipotenza di stanotte, la paura controllata, la gioia dell'intuizione, non sono illusorie, ma semplicemente traslate, e se pure la loro teorica non riproducibilità la allontana dalla sicurezza di una ricchezza sicura, la frequenza delle lotte vittoriose, delle conquiste, testimonia a favore di questo balsamo, di questa straordinaria, sottile forma di droga personale.

Nel primo mondo che ho visitato stanotte, mi ritrovo a correre lungo la provinciale che, nascendo dalla mia città natale, sale, ora sinuosa, ora accidentata, verso le montagne.

Tante volte ho percorso quella strada, in motorino prima e poi in moto, e se pure quella salita rappresentava solo l'inizio dei lungi peripli per le vette e le valli della zona, già a volte capitava che rallentassi un attimo per sgranchirmi le giunture, o per guardare il paesaggio mozzafiato della verticale di una parete, della macchia verde dei boschi, del blu scuro dai riflessi dorati del lago nelle giornate serene.

La parete, i boschi, il lago ... a questi sostantivi privi di individualità vorrei poter sostituire i nomi che mi sono cari: è una bestemmia quella di indicare così genericamente le meraviglie della natura che da sempre ho ammirato, ma mi impongo questa scelta per proteggere la riservatezza mia e di chi mi è caro, quindi potenzialmente anche di te, amica, amico, amore mio.

Sto correndo a piedi, e la corsa non mozza il mio respiro, non mi obbliga a fermarmi, per riprendere fiato, per dar pace al cuore impazzito: sono veloce sulle gambe, e nulla sembra potermi nuocere.

Sul ciglio della strada vedo un motociclista, equipaggiato di tutto punto, in sosta aguardare il paesaggio.
Non posso riconoscermi in quell'individuo, non fosse altro perchè è in sella ad una moto da corsa, laddove io ho sempre preferito i fuoristrada.

Di buona lena, lo sorpasso.

L'impegno alla corsa non è limitato solo alla falcata ben sincronizzata, alla respirazione regolare e profonda: artiglio perfino con le unghie delle mani l'aria, per assecondare il moto.
Sottile, l'ossigeno scende la faringe e si inietta direttamente nei polmoni.
Questa sensazione di efficacia ulteriore, irricevibile in un discorso ad occhi aperti, rende partecipe tutto il corpo ad un'azione appannaggio solo di una sua parte in realtà: questa focalizzazione dell'interezza in un atto, in questo caso la corsa, ma altrimenti il sesso, è un altro meccanismo che promuove l'esperienza onirica anche nel suo senso di servizio al reale.

Io imparo a correre, a fare l'amore anche confrontandomi con il sogno.

Il moticiclista, ripresa la salita, mi affianca.
Si sorprende della mia velocità altissima, certamente non paragonabile a quella che potrebbe raggiungere lui se volesse ma comunque al di la della norma, e si mette alla mie calcagna, per osservarmi meglio.
Infastidito, rallento per lasciarlo passare: ma una volta davanti a me, è lui a diminuire la sua velocità, tanto che lo risorpasso entro breve.

Non capisco quale malizia possa muoverlo, e decido di ignorarlo, riprendendo a correre speditamente.
Concentrandomi, riesco a raggiungere una velocità notevole, tanto che ora il mio inseguitore fatica a starmi dietro.
In un tentativo disperato di superarmi e danneggiarmi, all'altezza di un distributore di benzina, mi taglia la strada, urtandomi di proposito.

Contrariamente ad ogni legge fisica, risento pochissimo di quell'urto, mentre lui casca per terra, e la moto, imbizzarrita, comincia a roteare all'impazzata.
Nell'urto è rimasto bloccato l'accelleratore ed il mezzo, come incontrollato, disegna ghirigori sulla piazzola del benzinaio.

Accorrono dei bambini, spaventati ma incuriositi dal rombo, dallo stridere della carena sull'asfalto.

Il motociclista, ferito non gravemente, si disinteressa del suo motociclo, ed è tutto intento a maledirmi.

Ignorandolo, cerco di raggiunge il mezzo, che potrebbe coinvolgere in un terribile incidente quegli incauti bambini.
So bene cosa va fatto: bisogna tirare la frizione, interrompere la carburazione, insomma spegnere la moto, ma il suo girovagare per la piazzola è imprevedibile, e non riesco ad agguantarla.

Infine sopraggiunge il benzinaio,un energumeno che, senza tante storie, tira un calcio al rudere e lo fa preciitare giù da un burrone.

So che a questo punto dovrei prestare soccorso al motociclista: nonostante sia stato lui a causare l'incidente, nonostante maligne fossero le sue intenzioni, è pur sempre un bisognoso.

Tuttavia sono consapevole che se mi fermassi quel vigliacco approfitterebbe della situazione per addossarmi colpe non mie, e decido dunque di ricominciare a correre.

Nel secondo sogno, mi elevo, o precipito, in una dimensione popolata da dei, demoni, eroi e bruti.

In un punto imprecisato dell'esistente, forse quello di contatto tra il terreno e l'ultra terreno, si trova una cancello sigillato da un sortilegio.
Ad ognuno è concesso un tentativo di sciogliere questo incantesimo, ma la morte attende chi fallisce.

Un eroe, un samurai armato di una splendida Katana, si avvicina all'oscuro oggetto che divide due mondi.
Al suo avvicinarsi al cancello, compaiono dal nulla i guardiani dell'oltre tomba.
Io, un mostro deforme, faccio anche comparsa, ma la mia presenza è secondaria a quella del samurai, a quella dei custodi.

Sguainata la spada, si avventa con decisione sull'inferiata: il clangore è insopportabile, ma dura solo un attimo.

Cede, alla lama perfetta, il metallo, ed una luce abbagliante illumina la scena, e tutti i suoi protagonisti.

Sui tratti dell'eroe non un'espressione di gioia, ma di terrore, a completare la calma divina delle sentinelle dell'ignoto.

Goffamente, smaniando e bestemmiando, mi avvicino al gruppetto.
Ne ho per tutti, per il samurai, che pensava d'aver vinto le forze del soprannaturale, e scopre invece di essere solo al primo passo di una sequenza di prove estenuanti, e i guardiani, incapaci di accorgersi della mia presenza, di impedirmi di accedere, assieme a loro, a quella dimensione di passaggio dalla quale ormai non possono più espellermi.

Cercando di ignorarmi, quelli procedono con il loro rituale, ma ad ogni cerimonia irrompo io, con voce lugubre e canzonatoria, a ridicolizzare tante formalità.

I miei insulti continuano, finchè uno dei paladini del nulla non ricorda una profezia oscura, che annunciava l'arrivo del padre delle tenebre nelle forme di un mendicante cencioso, capace con l'inganno di superare la prima delle infinite prove.

Finalmente mi è riconosciuta l'autorità su quella dimensione, ed inizio a esercitare il mio compito di Dio supremo.

In una stanza raggruppo gli eroi che, nel corso dei millenni, hanno superato la prima prova, e che ora, alla mia presenza, affronteranno le ulteriori imprese.

Tra questi, due individui catturano la mia attenzione: una ragazza bellissima e Rubber, il protagonista di un fumetto giapponese (che in verità conosco pochissimo).

Inizio ad allenare questi giovani, iniziando proprio dal ragazzo di Gomma.

Con lui sono spietato, crudele, esigentissimo.
Ad un'ennesima punizione, l'eroe reagisce con una protesta vivace.

E dentro me penso che non sa neppure un Dio quale sia la più grande manifestazione dell'amore, se l'indulgenza che premia il presente, o la severità che favorisce il futuro.

Ma questi pensieri un Dio non li può condividere con degli esseri umani, neppure sei eroi.

Il terzo sogno l'ho rielaborato da sveglio, e si esprime come un espediente narrativo per una futura avventura che metta ancora una volta l'uno contro l'altro Tex Willer e Mefisto.

Gli sceneggiatori di Tex le hanno già provate quasi tutte per far convergere questi due giganti del fumetto italiano: anagrammi, inganni, figli, ritorni dall'oltre tomba hanno rappresentato di volta in volta meccanismi per rendere originale una narrazione altrimenti poco credibile.

Io ho pensato ad una novità, che renda giustizia al genio perfido di Mefisto.

Per una volta Mefisto non si travestirà da medico, notaio, contadino, frate.
Si travestirà da nemico di Mefisto.
Non solo: farà in modo che un altro, una vittima dei suoi poteri paranormali, prenda le sembianze di Mefisto.

Ho pensato a qualcosa di simile: nella prima parte della storia Mefisto, nelle vesti di un giustiziere, chiamiamolo Mr. Portman, finirà illusoriamente in una trappola, assieme a Kit Willer, apparentemente architettata dal falso Mefisto.

In questo modo Portman guadagnerà la completa fiducia di Kit (il pirla del gruppo, non so come dirvelo).

In qualche modo i due si salveranno, ma senza riuscire a mettere le mani sul falso Mefisto (ovviamente Portman, controllando il falso Mefisto, propizierà questa salvezza).

Portman si unirà quindi ai quattro per dare la caccia a Mefisto.

Alla fine, dopo aver forse dato adito a sospetti in Tiger Jack (il sensitivo del gruppo), magari con riferimenti ai famosi manufatti d'argento di cui ogni appassionato di Tex sa, sarà solo un caso, ad esempio un colpo in testa fortuito patito da Portman, a liberare il falso Mefisto dall'influenza di quello vero, e risolvere la situazione.

Resto a disposizione della Bonelli editore per collaborazioni e suggerimenti varii.

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