Sunday, 1 April 2012

'That's the best possible reason'

Tamburellavano sul tavolino le dita dei suoi colleghi, ragazzi spagnoli che lamentavano l'assenza a quella mensa di Tapas, e pensavo divertito che proprio pochi giorni prima un ragazzo irlandese, incontrato per caso, ricordando un viaggio in Italia aveva elargito buone parole per quasi tutto, ma non per l'abitudine mediterranea di coniugare 'happy hour' e vivande invece che alcool.

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Godo perfino di questa conoscenza superficiale del mondo, quella che facilmente si apprende quando si e' apolidi tra apolidi ed e' sufficiente ascoltare invece che chiedere, e la vista fa a meno dell'osservazione, che' e' facile scoprire quando s'avvicinano i contrasti, quando si sfiorano i contrari.

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Tamburellavano sul tavolino le dita dei suoi colleghi, ma lui non partecipava alle loro chiacchiere, ed erano poche le parole, non estorte ma comunque innaturali, forzate da egli stesso, e ribattevano come colpi secchi di tosse ad un malessere cronico.

La fisionomia, il portamento, l'eta perfino ... tutto lo differenziava da quella gioviale combriccola che in un'altra occasione avrei preso ad osservare con malinconia, fino a leggere nelle figure femminili i nomi di chi ho amato, e che invece mi era del tutto indifferente, e prima che tra di noi si stabilissime il minimo contatto, gia' l'intuizione aveva spianato la strada, cancellando o almenorimuovendo momentaneamente, in nome di un qualcosa di ancora indefinito ma grave, quelle ostruzioni, quei tranelli che mettiamo solitamente tra noi e gli altri.

Per caso me lo sono ritrovato di fianco: io ero gia' da un po' seduto sulla panca che, seguendo il profilo delle pareti, si chiude un po' su se stessa' a formare una nicchia incorniciata da pannelli di legno e tappezzeria dove i musicisti sono soliti accomodarsi, e loro, arrivati in un secondo tempo, si erano adattati attorno al vincolo costituito dalla presenza mia.

Il repertorio musicale familiare all'Acero rosso, dopo poche serate che vi passo inizio a riconoscerlo come monotono benche' piacevole, e' solo una parte dell'offerta di questo locale, dove sembrano essere le combinazioni degli avventori, le loro singolarita', le anime autentiche delle serate, e la notte, quando a piedi torno a casa, sono volti e non note, corpi e non melodie, ad accompagnarmi, a fare dei miei monologhi altrettanti dialoghi.

L'esibizione perfetta di un virtuoso, venerdi notte sicuramente ho conosciuto l'estro di un improvvisatore di prima grandezza, non varra' mai per me l'incrinarsi impercettibile di un labbro sconosciuto, l'estemporaneo dono di un gesto o addirittura un fraintendimento, e la bellezza di Esther profitta di quello che circonda la sua presenza solo in senso di pretesto.

Tutto riduco ad oggetto a servizio della mia conoscenza dell'uomo: la musica in questo contesto ha senso solo in quanto vettore di emozioni, elemento ad esempio in grado di abbassare la diffidenza o, viceversa, di esaltare i tratti di maggiore insicurezza, e supera le altre arti soprattutto poiche' probabilmente perche' meno esplicita, intimidisce minimamente rispetto alla parola, all'immagine.

Non ascoltavo che distrattamente le confidenze degli altri avventori, e tuttavia mi fu impossibile non cogliere, lievemente sgraziate per accento e difetto di pronuncia, alcune parole in Italiano tra quelle, forzate appunto, scambiate da quell'uomo alla compagine dei suoi colleghi.

[continua ...]

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