Tuesday, 10 April 2012

Sogni

Per una volta, e' stata una bellezza insostenibile ad aprirmi gli occhi, e non l'angoscia del gorgo, la vertigine della caduta.


Con il mio babbo sono nel cortile di casa, quel quadrilatero irregolare che, quattro colonne doriche non esattamente allineate tra loro, archi lievemente asimmetrici e decorazioni a meta' strada tra il neoclassico e il barocco, un magma di sassolini che sgusciano fuori dal terreno muschioso nel quale un contadino e non un ingegnere ha affogato, cerca di replicare, con la misura approssimativa della provincia, in una cascina una villa, proprio come un borgo cerca di uniformarsi ad una citta', finendo invece per essere non omotetia, ma straordinaria, unica, deformazione di essa.

Sotto l'ampia botte che da anni e' vaso ospite di fiori ed un alberello di fico si vede appena il tombino, chiuso da una spessa lastra di pietra grigiastra, bucherellata qua e la, e sulla quale qualcuno, non ho mai capito perche', lascio' memoria dell'anno 1868.

Mi sfugge il motivo, sicuramente non dev'essere lieto, per cui mio padre vuole scoperchiare il tombino.

Assieme, con grande fatica, solleviamo il pesantissimo coperchio in pietra.

Mi aspetto una melma nauseabonda, scorpioni, forse ratti.

E trovo invece acque trasparenti, a galleggiare placide delle ninfee bianche e rosate, ed il sorriso di un uomo che sta invecchiando, e che tuttavia ancora sa sorprendersi di un fiore, e che e' felice d'essere chiamato 'babbo'.

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