Monday, 16 April 2012

Pornostar


La mia pornostar preferita è Anita Blonde o, come preferisco chiamarla, la Cleopatra del XX secolo.

Ha scalzato dal suo trono un'altra venere, Racquel Darrian, ed ha resistito agli assalti di tante belle altre maialine, come Anita Dark, Bella Donna, Sung Hi Lee ...

Non voglio dilungarmi, non ora almeno, circa l'importanza che la pornografia ha nella vita di uno che le donne non hanno mai avvicinato, nè discutere dell'aspetto più sottile e controverso del danno che alla sessualità, al desiderio e all'affettività l'usufrutto quotidiano di contenuti esplicitamente, squallidamente pornografici, fuor di metafora scopate selvagge, pompini, spruzzi di sperma in pieno viso e inculate assortite nonchè le innumerevoli combinazioni di dette deliziose pratiche, arreca ad un individuo.

A me.


Ora desidero solo raccontare di un sogno di ieri notte, un assurdo a metà tra la pornografia e l'intelligenza artificiale.

Mi trovo in quello che pare un laboratorio di robotica: accanto a me, disposti come colonne a sostenere un'oscurità opprimente, automi colossali, immobili, sembrano osservarmi con scrupolo e invadenza.

Aggirandomi tra quei mostri, le fattezze sono stilizzate e sempliciotte ma non per questo meno inquietanti, percepisco una freddezza che va oltre la solitudine, che è quella propria di chi si sente osservato senza poter individuare, capire, interloquire con chi scruta.


D'un tratto una luce s'accende, e davanti a me appare, come sputato dalle tenebre, un sofa rivestito di stoffe bianche, sul quale Anita Blonde e un paio di tizi si divertono con un bel sandwich, e non intendo uno spuntino fuori orario.

Sono molto vicini, e benchè trovi la loro presenza disturbante, è così diverso quando c'è uno schermo a dividerti, e puoi illuderti che lei si dedicherebbe al tuo cazzo con la stessa ingordigia con la quale si concede a quelli degli attori di turno, non posso fare a meno di prestar loro attenzione.


Mentre scopano come ossessi infatti comandano, con dettaglio d'altissima precisione, le macchine, cioè i robot colossali che poco prima mi avevano sorpreso e scosso.

Quei mostri meccanici ora si muovono, compiono operazioni algebriche, elaborano teorie matematiche, mettono al vaglio della loro intelligenza, lucida e perfetta, manoscritti e diagrammi.

Non li sento più minacciosi, poichè mi accorgo di non essere io l'oggetto delle loro attenzioni.

Sono io a scrutare, non sono io ad essere osservato.

Mi sveglio confuso.

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