Sunday, 8 April 2012

Morte, vita, e quella strana cosa che vi e' in mezzo

L'ho incontrata sull'autobus che, ieri sera, mi portava all'Acero Rosso.

Non avrei saputo dare un'eta' a quel corpo filiforme e sgangherato che penosamente faceva il suo ingresso in vettura, ma l'abbigliamento, dei calzoni sfilacciati e una giacchetta di jeans, un paio di scarpe da ginnastica, delle calzette corte, non ponevano troppo in avanti la soglia che invece avrei desiderato gia' sprofondata nella vecchiaia.

Non era davvero cosi', e la consolazione che l'ottundersi della mente porta in dote agli anziani non addolciva sicuramente il destino di quella donna che, cercando appoggio in ogni appiglio possibile, aggrappandosi a maniglie o corrimano, a stento raggiungeva una poltroncina in prima fila.

Non era semplicemente smunta, emaciata: era quasi scarnificata.

Aveva i capelli corti di chi sta combattendo contro il cancro, e la pelle, una maschera di grigio pallore di foglio di giornale accartocciato, era solcata dalle rughe profonde di chi, quella battaglia, ormai l'ha perduta.

S'indovinava gia' un teschio nel suo volto di donna, e gli occhi, che conservavano a dispetto del disfacimento d'ogni altro tratto la loro forma liscia e curva, la sporgenza degli zigomi e delle altre ossa che contornano la cavita' oculare facevano lumi remoti, come macchie colorate appese a mezz'aria in una stanza buia.


Seduta davanti a me, piegata sul fianco destro, ne vedevo la schiena scossa da rantoli continui e ne immaginavo le labbra, deformate da colpi di tosse violenti, incapaci di contenere la secrezione putrida del male, ed erano quegli spasimi, testimonianze della malattia, l'ultima beffarda dimostrazione della sua esistenza.

C'e' un aggettivo che ho imparato con orrore a conoscere fin da bambino: lo usava il babbo, nelle conversazioni coi colleghi che mi capitava di ascoltare per caso, e senza dar mai l'impressione di farlo, quando parlava di certi suoi pazienti ormai morenti.

L'ho ritrovato tatuato su di lei la stessa parola orribile, che non concede appello: quella donna senza un nome, senza un'eta', sola nell'indifferenza di tutti, era spacciata.

Osservarla era gia' vederla in fin di vita, abbandonata, ridotta a numero, su un lettino d'ospedale, avvolta in lenzuola bianche e turchesi, ridotta a sagoma bidimensionale, capace di interloquire solo con macchinari e ad esprimersi tramite diagrammi e numeri.

...

Rispondevano come ad un appello gli elementi necessari a fare di un'intuizione una visione: una flebo al braccio, un tubo infilato nella trachea ... la pallida luce al neon a scolorire ancora di piu' un volto ormai monocromo, e poi l'odore nauseante dell'etere, e la corsia polverosa dove gli infermieri camminano avanti ed indietro aspettando che il turno finisca e dove il suono impersonale, fastidioso di un campanello traduce in un linguaggio incomprensibile il male.

...

Scendendo l'ho guardata un'ultima volta: il capo ora rovesciato un po' all'indietro non pronunciava una sola sillaba di terrore per una morte ormai imminente, e forse addirittura gia' passata.

Mi aspettava la vita, all'Acero Rosso, ed aveva  anch'essa la forma di un corpo di donna.

[Continua ...]

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