Thursday, 5 April 2012

La scoperta della Dystopia

Volendo continuare l'esperimento abbozzato ieri, ripropongo qui il primo autentico messaggio di questo diario, scritto il 12 agosto 2009.

La solitudine non si misura con il numero di persone che abbiamo accanto, ma con la loro distanza. Questa distanza nella peggiore delle ipotesi non è frutto di una scelta, che potrebbe essere legittima, ma equivale alla differenza che c’è tra l’alfa e l’omega.

Sii forte, non essere vile!

La moltitudine, l’umanità, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi vili e i suoi eroi, le sue mille sfumature. Noi non siamo li.

La nausea è una crisi di rigetto dell’umanità. E’ simile a quando un tessuto sano che si è cercato di impiantare in un corpo malato è incapace di sanarlo, ma anzi è cagione di sofferenze e tribolazioni. Come sul ponte di una nave in burrasca ti muovi a stento, e un passo in avanti ti fa invece ruzzolare indietro, così in equilibrio precario tenti di comunicare con il tuo prossimo, ma troppa è la distanza, e l’inesistente l’empatia come un’angoscia fredda ti pesa sul cuore.

La speranza sei 'tu'.

Oh, ho una visione del tutto particolare della leggenda del Vaso di Pandora.
La prima cosa che noto, ed e' una sorpresa, e' che questo pensiero e' un monologo, e porta con se tutti i limiti di una fallace apodittica, di una fase di riflessione individuale che nello specifico era ormai esausta ed esaurita. Non rinnego nulla, o davvero poco, della mia educazione, quel tornare su me stesso in solitudine per mettere assieme cocci taglienti, quel ritirarmi in lontananza per osservare sempre da un punto di vista estraneo gli eventi, ma ne riconosco i limiti per cosi dire maturati, e ne annunciavano qui platealmente la cancrena certe espressioni vuote, confuse, sottile flatus vocis incolore e freddo.

So bene a cosa mi stavo riferendo con quel 'Sii forte, non essere vile!' che all'apparenza sembra totalmente sconnesso dal resto: e' una delle tentazioni che le Sirene rivolgono ad Ulisse, e tuttavia non condividendo che ben meno del necessario rendevo viscido, mal sicuro, fragile ogni possibile contatto, e questa era una strategia ben architettata, che mirava a rasserenare il mio interlocutore.

L'intendimento era quasi un dire: 'Non temere di avvicinarti, saro' sempre mutevole, oscuro, soggetto a illogicita', e quindi tu avrai sempre tutte le ragioni per poterti distaccare da me'.

E' ovvio che una simile strategia sia stata terribilmente fallimentare in quanto folle, ed il fatto che oggi la percepisca come tale e' sicuramente frutto, delizioso o velenoso non so ancora dire, della vicinanza con l'altro che qui ho realizzato.

Il confronto con le persone che qui ho conosciuto, le dimostrazioni di questo sono evidentissime, ha finito per fare perfino dei miei pensieri un terreno d'espressione di una dialettica personale: leggendo attraverso gli occhi di un altro, ho finito per osservarmi da angolazioni diverse, per cogliere in un cono d'ombra un bagliore, e per distinguere sfumature la dove una sovrabbondanza di luminosita' accecava i miei sensi.

[Continua ...]

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