Friday, 13 April 2012

La mia Vera


All'amore non credo più.

Non si sono innamorate di me le donne giuste, ed io ormai sono una strisciolina di carne stiracchiata su un insieme tanto ampio, quello definito dalla mia fantasia, che ormai appaio senza consistenza, e forse ho perso ogni nervo, ogni sensibilità.

Inseguo oggi la bellezza più che l'amore, e uno spirito acuto, complesso, disagiato, ancora non riesco a considerarlo per forza di cose inaccessibile o avverso alla mia presenza.

In questo senso torno a pensare a Vera, il personaggio cui diverso tempo fa ho dato vita perchè dalla carta migrasse ai miei pensieri, e gli occhi infine, come abituati alla penombra, fossero capaci di trovarla tra le circostanze dell'esistenza.

So per certo che potremmo intrecciare i nostri destini, perchè io una Vera la conosco.

E' Modesty.

Riporto qui un'elaborazione di un messaggio pubblicato quasi due anni fa.

Continua la storia di Vera. La prima puntata è qui.

Ricominciarono le lezioni, e io aspettavo.

Ero in una situazione di calma: giacevo tranquilla in un punto di equilibrio instabile, 'su un massimo di potenziale', avrei detto allora, usando il lessico dei fisici, cui man mano ricorrevo per parlare un po' di tutto.

Avevo rapporti dopotutto cordiali con gli altri: a lezione mi trovavo bene, non avevo problemi di sorta con i compagni, nè coi professori ed iniziavo a instaurare, ad uniformarmi, anche se ancora con diffidenza, delle abitudini.


Durante le sessioni di laboratorio poi, con i tre, mi impegnavo con entusiasmo autentico, e tornavo dopo tanti anni a giocare.


Ogni tanto si rideva, o si improvvisavano animate discussioni sui principi della meccanica; in quel ristretto gruppo di disadattati non si aveva alcun rispetto per l'altro da un punto di vista accademico, e non c'era alleanza che durasse più di un battito di ciglia.


Ovviamente non mi sarebbe potuto capitare di meglio: per quella parte della mia mente che non era avvizzita dall'anoressia, era un banchetto sontuoso ogni controversia, e la costruzione di un'ipotesi, la falsificazione di una congettura, riempivano di un gioia viva benchè bizzarra le mie ore.


Poteva accadere che alle 9 in punto, mentre stavamo preparando l'apparato, quasi sempre dei residuati bellici malfunzionanti, io e Karl discutessimo animosamente con Joseph circa l'importanza non nulla dell'ampiezza d'oscillazione, Pia ovviamente era in ritardo, e che poi, alle 10 la situazione si fosse già capovolta,

Ecco allora che ero io a dover difendere la mia interpretazione circa la linearizzazione nell'isocronia del pendolo dalle insensate, secondo me, opinioni di Karl, che riteneva sempre di poter semplificare il tutto cambiando sistema di coordinate: Pia e Joseph, nel frattempo, avevano tirato fuori carta e penna e stavano risolvendo il tutto a suon di equazioni differenziali ... non risolvibili analiticamente.


Eravamo talmente scalmanati durante gli esperimenti, che si tenevano in una grande aula, ove ogni gruppo aveva il suo spazio, che gli altri, scherzosamente, ci battezzarono 'The Chaos Theory'.

A volte mi veniva da credere che non fosse ironia, ma scherno, o addirittura astio.
Affermo con soddisfazione che non me ne importava un accidente: eravamo produttivi nell'unico modo in cui poteva esserlo, e i nostri voti, eccellenti, dimostravano la sensatezza del nostro approccio.

Non eravamo più scolaretti, ma quasi studiosi, vale a dire per metà operai e per metà filosofi. Ci sporcavamo le mani e scuotevamo l'albero etereo e fecondo dell'astrazione, senza mancare di infiammarci o deprimerci per un successo o un inciampo.

Conoscevo, o meglio ritrovavo, tratti di me che credevo ormai definitivamente defunti, eppure non ero certa che tra la felicità e la tristezza che provavo e ciò che un tempo avevo considerato definire l'animo umano ci fosse una differenza semplicemente quantitativa.

Non esisteva, tra noi, distinzione di sesso: per una volta l'essere una bella ragazza non era un problema, ed ero sicura di poter dire quello che volevo senza temere che loro, i due ragazzi, mi dessero ragione in un tentativo ridicolo di sedurmi. Allo stesso modo ero certa Pia, una ragazza carina ma non bellissima, non fosse gelosa, e devo ammettere che lo ero invece forse io, e di qualcosa che nulla mai mi potrà rendere padrona, ovvero della sua capacità di girare attorno ad un concetto come io non sapevo ancora fare, e come forse non ho mai imparato.


Quella franchezza ... erano i discorsi strampalatissimi, a volte perfino volgari, dei ragazzi a darmi questa certezza, e una qualità di Pia che raramente si trova nelle donne: una meravigliosa, placida sicurezza di sè che non deviava mai nell'arroganza.

Era quella la sicurezza di chi sa di poter riconsiderare sempre, alla luce della ragione, le proprie idee.


E' raro trovare donne sicure di sè: è poi difficilissimo trovarne di sicure non arroganti.

Quella paura che spesso accomuna le donne, il prendere sempre sul personale ogni critica, quasi sempre ha come risultato una arrendevolezza dolciastra o un'aggressività irragionevole.


Se degli uomini trovo insopportabile la superficialità, delle donne detesto, di contro, questa eccessiva profondità: il portare a interiorizzare tutto, perfino quello che dovrebbe rimanere alieno alla nostra intimità.


Le arroganti non fanno che trasferire tutto dentro di sè, e scatenare poi delle tremende guerre intestine: le insicure si lasciano invece vincere perfino dal nulla.


Pia era diversa: Karl poteva metterle alle corde, Joseph lavorarla ai fianchi, io stessa farle terra bruciata attorno, e lei non perdeva mai la calma.

Era sempre pronta, al limite, a un 'Hai ragione, adesso ho capito', che mai, mai aveva il sapore di una bandiera bianca, o a portare avanti le sue idee finchè non ci fosse un accordo.

Capitava spesso, in queste discussioni, che emergessero spunti, idee, note a margine: penso di aver imparato molto durante quegli esperimenti inutili, e ancora di più in quelli degli anni seguenti.


In questo atteggiamente Pia sicuramente mi era superiore, e tentavo, come le confessai una volta, di imitarla.


Quando le dissi questo, alla fine di una discussione tra noi due sole circa una dimostrazione di algebra, rise di gusto, come si fa alle volte quando si vuole cambiare discorso.

E li io capii che forse li si nascondeva un suo punto debole ... e non volli scavare di più, non mi sentivo in grado di affrontare la sua personalità complessa, sorretta da un'intelligenza eccezionale, e non disgiunta da una sensibilità sottilissima.


Passavano mesi e io aspettavo.


Aspettavo e non facevo nessun passo: non consideravo neppure l'ipotesi di dover essere io a fare la prima mossa, e poi nei confronti di chi?


Pia era l'unica persona che mi interessasse davvero, ma mi sentivo, incredibilmente, inadeguata.

E di tutti gli altri, amici, semplici colleghi, cascamorti improponibili, non avevo alcun interesse.


Studiavo, lavoravo, facevo un po' di attività fisica.


Aspettavo ... ed ero ormai senz'anima.

E alle volte, sul finir del giorno, quando anche le mille faccende  di cui avevo riempito la mia giornata mi lasciavano sola, sussurravo con un filo di voce l'epitaffio di Adriano ...


Piccola anima smarrita e soave,

compagna e ospite del corpo ...

Ora t'appresti a scendere in luoghi incolori,

ardui e spogli ...

Ove non avrai più gli svaghi consueti






2 comments:

  1. no, no io all'amore credo!

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  2. Io di sicuro credo che l'amore possa esistere per alcuni :-)

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