Friday, 30 March 2012

Sk-45

E' sufficiente presentarmi con questa sigla, 'Sk-45', per risolvere la situazione ...

In un aereoporto indiano siamo in attesa dello zio, un viaggiatore che nel corso della sua vita ha esplorato non da turista ma da girovago il mondo, e i cui ricordi di salite sulle vette piu' impervie del Sud America, di notti di transumanza gelide ed insonni, le parole erano tanto vive che ero io al riparo di quelle tende di pelliccia di renna, ed io partecipavo alla migrazione con pastori lapponi esclusi o piuttosto liberi dal ventesimo secolo, di fughe oltre la cortina di ferro negli anni in cui ancora era impero il regime sovietico, della sorpresa di uomini quasi primitivi di certe tribu' a contatto con le semplici meraviglie di una pastiglia effervescente, hanno esteso e colorato i limiti della mia immaginazione.

Lo zio, lo vedo preoccupato come mai prima, e' circondato da agenti di polizia.

Mi avvicino, ed e' presto risolto il mistero: un farabutto ha infiltato tra i suoi bagagli qualcosa, ed ora egli e' accusato di un crimine di cui, ne sono certo non in quanto suo conoscente ma come autore della trama, e' innocente.

C'e' un gran nervosismo: i miei genitori protestano l'innocenza dello zio, e tuttavia ogni loro tentativo di allegerirne la posizione ottengono come risultato un ulteriore irrigidimento delle forze di sicurezza.

Decido di intervenire, nonostante i commenti di mio padre, che non solo non sembra avere alcuna fiducia in me, ma e' anzi convinto che io stesso finiro' per essere arrestato.

Mi presento ad un ufficiale, e dico semplicemente 'Sk-45'.

Quello, che mentre mi avvicinavo s'era fatto da incuriosito a minaccioso, immediatamente scatta sull'attenti, manifestandomi non tanto sottomissione quanto un autentico riconoscimento di stima. Gli indico un telefono, e il nome di un certo ministro da contattare.

Mentre l'agente segue il consiglio, non riesco a definirlo un ordine, cerco di rincuorare lo zio.

In quell'istante un ulteriore guardiano, che non avendo assistito alla mia presentazione, interviene con veemenza su di me, ma ad un ulteriore cenno delle mie credenziali corrisponde di nuovo un atteggiamento mite e di piena fiducia.

In breve risolviamo il problema, e lo zio, libero, ci saluta.

La scena prosegue.

Stiamo ora scendendo una collina, ripida, e la terra, gonfia d'acqua, e la vegetazione abbondante rendono difficoltoso il cammino.

Finisco per ruzzulare un poco, ma senza patirne alcun danno.

In lontananza vedo scendere altre persone, ma non riesco ad identificarle con precisione.

Seguo con terrore il precipitare di una di quelle figure.

Corro con il cuore in gola, augurandomi che sia mio fratello ad essere caduto, giacche' l'alternativa, che si tratti cioe' di un uomo di piu' di sessant'anni, non piu' vigoroso, farebbe di quella che pare una caduta non grave qualcosa di irrimediabile ...

La peggiore delle previsioni e' corretta: e' proprio mio padre ad essere scivolato.

Mi avvicino disperato.

Si lamenta, cita termini medici che a fatica riesco a comprendere.

Poi ecco che d'un tratto tutto il disegno e' chiaro.

Una costola gli ha perforato il cuore.
Quelli sono i suoi ultimi istanti di vita.

Ti sono vicino, Papa'!

Nel secondo sogno c'e' di nuovo la musica, e Elisa, una mia compagna di liceo che so aver patito dei problemi aggressivi e ingiusti dell'anoressia.

Piu' volte ho parlato di lei, nonostante siano 15 anni che non la vedo: l'idea di esser stato vicino ad un'individualita' cosi' sottile e sofferente e non essermene accorto e' colpa, biasimo.

La classe e' un'orchestra, ed io mi ritrovo a saper suonare divinamente ogni strumento.

Mi abbandono alle struggenti note dell'Arpeggione di Schubert, ne suono la parte per Violoncello, ed ecco che Elisa ed io siamo soli, in una camera da letto.

Non puo' fare l'amore con me.

Evoca quel trauma infantile che la vide vittima di un abuso tremendo, e che ha segnato l'ultimo dei suoi giorni sereni.

Non possiamo fare l'amore, ma un abbraccio tra noi sara' fusione.

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