Thursday, 1 March 2012

'Le ho forse detto di sedersi?'

Tanti anni passati in Italia ti hanno istruito alla perfezione perfino circa gli aspetti più sottili della mia lingua, ma lo spazio che una lista infinita di nozioni fonetiche e regole sintattiche più o meno assurde ha occupato nella tua mente non è stato sottratto alla padronanza immediata con una sonorità diversa, che è quella caratterizzante del tedesco, e cui tuttavia, a differenza di un germanico non abituato ad un idioma diverso dal proprio, ricorri solo quando desideri dare una sfumatura particolare, diversa, alle tue parole.

Diversa ... questo aggettivo è legato al tuo destino più che ad un tratto specifico, e contamina tutto quello che sei, chè è radice più che fogliolina, corteccia, rametto.

Hai una voce meravigliosa, ed ogni volta maledico la linea telefonica, la distorsione imposta dai trasduttori, il sacrificio di una sola frequenza acustica che i limiti della tecnologia mi impediscono di assaporare.

Questa paginetta, l'intenzione era quella di raccontarti come io ho inteso quel 'Le ho forse detto di sedersi?' come tutte le lettere che ti scrivo si sta trasformando in qualcosa a metà strada tra una confessione d'amore ed un tentativo, fallimentare, di definire questo amore, che non è quello che ho provato per nessun altro individuo.

Mi impongo di darci un taglio, tanto più che dell'amore proprio oggi sono convinto di non capire un accidente di niente.

La tua voce ...

Con te godo della ruvidezza di certe consonanti, e del contrasto di linee immaginarie, spezzate, che come aculei si infrangono su una risata tonda e morbida.

Non mi sfugge il volume di ciò che sei, ed è questo che riempe di un significato denso, e terribile, l'idea che ho di te.

Ecco, adesso sono pronto per spiegarti il mio senso di quel 'Le ho forse detto di sedersi?', e per questo mi calo nei panni di quel giovanotto, e sono io ad essermi seduto davanti alla scrivania, ordinatissima, immagino matite appuntite e linee parallele e taglienti, senza averti chiesto permesso, e sono io ad essere li, immobile, zitto, da un paio di minuti nel tuo ufficio.

'Che stronza' penso sulle prime, ma il prolungarsi dell'attesa mi obbliga, non fosse altro per noia, ad esplorare alternative.

Forse per un istante credo che tu sia semplicemente timida ... ma basta soffermarsi un attimo sul tuo fisico da guerriera per ricredersi, e non bisogna neppure guardarti fissa negli occhi per convincersi che comunque non ne saprei reggere la portata per più di due secondi, e dunque anche la timidezza è da scartare.

L'opzione 'Che stronza' torna a ronzarmi in mente, e però poi i tratti somatici nordici suggeriscono che tu non sia italiana, e allora 'stronza' diventa piuttosto 'stakanovista', o qualcosa di simile che faccia rima con 'Kaputt!'.

Ho tracciato un arco ampio di te che inizia a farsi teso e solido, e poi quel tuo 'Le ho forse detto di sedersi?' manda tutto all'aria, e infine lo sguardo gentile, quasi dolce, 'Si accomodi' è un vortice che mischia il nord ed il sud, e la superficie è infinita, come la confusione e, per quasi tutti, il disinteresse.

Quel volume io l'ho riempito di tutti i colori di Caravaggio, delle tomografie globulari di Schiele, del dolore della mia esistenza, che ho scoperto, in parte, aderente alla tua.

Che disastro questa paginetta.

Aggiungo solo una cosa.

Lei non è per tutti.

A dir il vero è proprio per pochissimi, ma per quei maledetti è nucleo.

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