Thursday, 15 March 2012

Il diavolo

Nel sogno di stanotte sono stato il Diavolo, e mio padre era Dio, mia sorella una divinita' minore, intermedia tra gli immortali e i defunti, e nostra madre regina di un palazzo celeste ove la sua volonta' era limitata a poche stanze, ma li legge perfino per l'onnipotente.

Si sbagliava, Dante.

L'inferno non e' nel cavo della terra, ne' ha una struttura a gironi.

La mia dimora e' la tromba di una scala infinita, e le porte che danno sui pianerottoli ingresso ai luogi della pena.

C'e' anche una diffusa maldicenza circa me stesso: sono un giudice piu' che un seviziatore, e spesso benevolo.

Quando un corpo muore, l'anima del defunto si presenta a me.
Allora io, non facendo uso di alcun potere sovrannaturale, solo affidandomi al carisma e alla conoscenza con Dio, interrogo i miei ospiti.

Ben pochi hanno la tentazione o il coraggio di mentirmi, giacche' una legge non scritta ma conosciuta da tutti stabilisce che per i bugiardi sara' Dio, e non il Diavolo, a giudicare, e della severita' del grande Padre non si e' mai detto abbastanza, se leggo nei volti sfigurati dalla putrefazione un terrore infinito della sua luce indagatrice, e negli occhi scavati la speranza che l'oscurita' occulti peccati, mancanza, malvagita'.

Procede tutto con regolarita': il flusso d'anime e' monotono, quasi tranquillizzante, le mie decisioni ferme, ma giuste e mai di condanna definitiva, impongono sofferenze per contrappasso che purificheranno fino a rendere degni dei piani celesti, e dunque non suscitano disperazione e pianti.

Arriva pero' ad un tratto mia sorella, e con lei una nube di emozioni troppo terrene, e vitali, perche' non sbriciolino la tragica calma di questa disciplina.
Un attimo, e la scalinata si e' riempita di defunti, e sono confusi, e non certi d'essere morti.

Mi ritrovo a dover fare in fretta cio' cui vorrei dedicarmi con pazienza: ed un paio di condanne troppo frettolose agitano la folla, e la sommossa devo placare con una brutalita' di cui io stesso mi stupisco.

Sono ora una divinita' sospesa dopo l'incontro con lei: capace ancora di prodigi e tuttavia di nuovo sensibile, e il pianto di un vecchio, un criminale che ha tutte le ragioni per pagare un prezzo alle sue malefatte, ma che ho preso per la testa e gettato in un calderone solo per poter liberare un vano per nuovi arrivati, mi riconduce alla responsabilita' del mio rango, alla gravita' di un compito disumano e pur necessario.

Esausto, mi ritrovo nelle stanze private del palazzo celeste.

Mia madre, divinita' del fulmine e dei nembi, e' irata.

La grande sala dalle pareti luminosi e taglienti e' stata invasa da uccelli, cigni, oche selvatiche, ed io, come un giorno il Duca di Wellington, sono incaricato di sbarazzarmi di quelle creaturine.

Chiamo dalle viscere della terra una belva feroce, un felino capace di manipolare le leggi dello spazio e del tempo, e di compiere cosi balzi che allungano la parabola finche' questa non si confonde a rette spezzate.

Un attimo, e quella bestia meravigliosa gia' sta ghermendo il collo fragile di un cigno.
Un grido di dolore allora, e la lotta impari di un becco con l'artiglio.

Non posso piu' tenere gli occhi serrati.

Li apro, e mi ritrovo nel mio inferno, dove non so d'essere non tanto vittima, ma ingranaggio.

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