Friday, 23 March 2012

Formula di rigetto elegante ma ipocrita

Non scrivo spesso della mia famiglia, e questa ritrosia e' intesa ma sofferta per certi versi, in quanto sono ben consapevole limiti la trasparenza di quel diaframma che separa noi due.

La qualita' della trasparenza e' ancora cio' che di piu' alto posso desiderare in un rapporto umano, che troppe volte, troppe dannate volte mi sono illuso che anche la distanza potesse deteriorarsi, ed e' cosi' nonostante abbia invece a volte scoperto che addirittura questi due attributi sono legati da un rapporto di reciprocita', tale per cui al decrescere di uno corrisponde, con un ritardo che dipende dalla consapevolezza altrui, un dilatarsi dell'altro.

Nel primo sogno, poche immagini confuse, scopro che i miei genitori sono venuti a trovarmi con una settimana di anticipo rispetto quanto concordato, ed e' allora un dover precipitosamente cambiare programmi, un doversi mettere immediatamente nelle condizioni mentali della loro presenza.

Nel secondo sogno sono in auto con mio padre.

Di viaggi assieme ne abbiamo fatti davvero molti, a partire da quando bambino lo accompagnavo a Milano, e ancora in tempi piu' recenti il lunedi alle volte da casa era lui a portarmi in citta', quando la settimana iniziava nel pomeriggio e non la mattina.

Parliamo di una lettera che ha scritto ad un giornalista, un tale Deaglio, un uomo di cui non so nulla e che per motivi incomprensibili e' entrato nel mio sonno, e dopo una breve introduzione, mi spiega che recentemente un libro con i contributi dei lettori e' stato pubblicato con grande successo, mi ritrovo tra le mani il suo documento.

In quella paginetta stampata al computer corredata di immagini tremende ritrovo quel lessico piu' adatto alla poesia che non alla prosa con il quale mi sono confrontato da bimbo, quando capitavano in casa le cartoline o i giornalini del Don, e non mi meraviglio di cogliere nella similitudine dello stile il convergere del pensiero: l'argomento della lettere, trattato con umanita' profndissima, e' la malattia mentale, e l'esperienza di corsia in un reparto di psichiatria che mio padre visse all'inizio della sua carriera di medico, ed il punto di vista non e' quello dell'individuatore di quadri clinici e applicatore di profili terapeutici, ma quello malsicuro, fragile, umano del dubbio.

Le immagini sono ritagli di libri, di sussidiari per medici: vi compare spesso, come didascalia, l'imperativo, e la scelta del bianco/nero per i malati e i loro assistenti e del colore per i nomi dei farmaci impone oltre che suggerisce una dicotomia netta, invalicabile tra sottomessi, gli schizzofrenici ma pure quelle pedine inconsapevoli che sono spesso gli esecutori materiali del volore altrui, in questo caso i dottori, e i padroni, le incomprensibili strutture, le assurde gerarchie nascoste nel nome di una compagnia chimica.

La lettera, aggiunge infine, e' stata letta, apprezzata, ma giudicata non adatta alla pubblicazione, e in quella formula di rigetto elegante ma ipocrita, impersonale e verticale, io leggo il rifiuto della mia esistenza.

Tra me e me penso che l'errore e' forse esporsi, cercare ove non esiste.

2 comments:

  1. Sbagliato.
    Esporsi è dimostrazione d'esistenza in vita.
    Esporsi sul vuoto non modifica l'assunzione precedente.
    Forse sono gli altri ad essere morti.
    Ma parlare ai morti non è da considerarsi vergognoso o disdicevole.
    L'importante è Essere.
    Un abbraccio

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