Monday, 12 March 2012

Ancora una volta?

Il sogno di stanotte e' stato talmente intricato che davvero ora sento necessaria una riflessione circa i meccanismi di elaborazione onirica.

Molte volte non esiste una trama vera e propria in un sogno: e' questi allora il susseguirsi di immagini, squarci tremendi sul reale che, lasciando sgomenti, ci fermano al singolo fotogramma di angoscia, disgusto, tristezza che per primo prende vita, ma ci sono circostanze nelle quali invece da frammenti confusi evolve, ed e' un incastro perfetto, quasi logico di cause ed effetti.

Io non conosco la durata temporale di un evento onirico, e dunque la curiosita' che sto per esprimere resta prigioniera di una fondamentale ignoranza: quando prende forma il racconto, il nostro cervello l'ha gia' sviluppato nel suo complesso?
E' un sogno simile ad una fiaba che raccontiamo a noi stessi e che poggia su un canovaccio gia' strutturato in partenza, o e' invece un'improvvisazione?

Non ho elementi per rispondere, ma ne ho di che rimaner stupefatto da cio' che alimenta le mie visioni ...

Quello che sto per scrivere, autentico ma parziale, giacche' alcuni dettagli sono stati sicuramente perduti, e' troppo allegorico per essere improvvisato, lo testimonia una una struttura ad anello, ma non lo posso ritenere frutto di una pianificazione ordinaria, poiche' eccessivamente fantasioso e sorprendente perfino per chi, dopotutto, dovrebbe esserne l'autore.

Mi restano molteplici dubbi, ed un'amara certezza ...

Sono venuti a trovarmi, qui nel Regno, genitori e sorella, e in macchina stiamo percorrendo un cavalcavia in autostrada.

E' sorprendente come mio padre si trovi a suo agio a guidare su queste strade, dove io ho sempre il terrore di cadere vittima di abitudini consolidate altrove, nel continente.

Si sta discutendo affabilmente, e solamente io, un po' stanco, non prendo parte alla conversazione.
Non mi lascio incantare dalle foreste che, sulla destra, costeggiano la strada, ma malinconico osservo il mare infinito.

D'un tratto, l'assurdo; con la coda dell'occhio vedo un razzo, o forse un aereo, precipitare in picchiata verso un centro abitato.
Spaventato, mi volto per cercare di capire se cio' che sembrava inevitabile, l'impatto al suolo, la morte, la distruzione, sia capitato, e mentre anche gli altri, agitati dalla mia smania, cercano ragione di tanta ansia, vedo i fumi neri di un incendio tremendo levarsi da terra, inseguirci, rincorrerci minacciosi.

L'angoscia e' tremenda: grido a mio padre di accellerare, di scappare da quel fuoco che gia' sta consumando decine, centinaia di vite innocenti ...

Senza lasciarsi vincere dalla paura, con una freddezza quasi inumana, segue oltre il necessario il consiglio, ed in un attimo ci ritroviamo a viaggiare ad altissima velocita', fino a lasciarci alle spalle non solo l'incendio, ma l'autostrada stessa.

Mi sorprende che invece che fermarci, si stia proseguendo la marcia, ora in una mulattiera angusta, accidentata, che si inoltra in un bosco umido e freddo.
Non trovo una ragione valida per questa decisione, e neppure risposta alle domande che rivolgo agli altri, che, in silenzio, sembrano concordi con la decisione presa dal papa'.

Infine ci ritroviamo di fronte ad un rudere, una casa diroccata tra gli alberi.

L'automobile, in panne, ci ha portato in salvo, o invece ci ha condannato ad una morte lenta e terribile?

E' freddo, e assieme ci mettiamo alla ricerca di rametti, foglie secche, e tutto cio' che sia utile per accendere un focherello.

Nessuno, se non mia sorella, ha con se' un accendino, e di questo particolare so che nel sogno aveva una certa rilevanza, che tuttavia e' andata perduta al risveglio.

A fatica riusciamo a dar fuoco a quei sarmenti misti a pigne, e ogni volta che la fiamma sembra prendere vigore, subito si fa tremula allo sbuffare del vento gelido.

Mi do da fare per ispezionare il rudere che abbiamo di fronte.
E' vero che e' una catapecchia in condizioni di disdoro, ma e' in pietra, e potrebbe offrirci un riparo migliore che non la selva.
Una porta marcia non e' grande ostacolo: con un calcio ben assestato riesco a far scattare non so quale serratura.

Faccio il mio ingresso in quella topaia, e mio padre mi intima di non salire la scaletta che porta al primo piano.
Non discuto, mi pare scontato che sia preoccupato per la tenuta del pavimento, e mi limito ad esplorare quella stanza buia e umida che potrebbe salvarci.

Sono sgomento: sul pavimento di quella che sembra essere una cucina, trovo una quantita' di lettere, e sono indirizzate a noi!

Le porto alla luce del fuoco per esaminarle meglio: vi ritrovo i nostri nomi, e una data: 1982.

Com'e' possibile?
Noi siamo gia' stati qui?
Dunque mio padre sapeva bene che strada stava percorrendo: noi non ci siamo persi, abbiamo di proposito raggiunto questo tugurio.

Non e' stato necessario, padre, salire al secondo piano, li dove c'e' il segreto, per portarmi ad un passo dalla verita', e adesso le mie domande richiedono risposte non evasive.

Perche' siamo qui?
Perche' siamo stati qui?

La risposta e' terrificante.

In qualche modo, anche questo frammento e' andato perduto, mia madre e' stata responsabile di quell'incidente aereo che ha dato inizio al sogno, e allora, mi spiega mio padre, 'come l'altra volta' ci siamo dovuti rifugiare nel bosco, un po' su consiglio degli altri, un po' come processo di purificazione.

'L'altra volta? Quale altra volta?'.

Mi mette sotto il naso le lettere che ho trovato, e di nuovo quel '1982'.

Quando si scopri' che mia madre era rimasta in cinta, era il 1982, e che il nuovo arrivato avrebbe potuto nascere come me, il buon senso suggeri' quella soluzione al 'male' compiuto.

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