Saturday, 25 February 2012

Evocare


Quello di stanotte è stato tra i sogni più belli, intensi ed emozionanti della mia vita, e non mi sorprende che sia seguito ad una serata altrettanto toccante e intima.

Raccolgo queste immagini, Sara, e te ne faccio dono, sperando di riuscire a trasmetterti almeno parte di quella amalgama sottile di tristezza, gioia, tenerezza che ancora ora sento qui dentro, e che tuttavia il giorno disperderà, come una nebbiolina notturna il sole vince, e come l'immaginazione s'arrende al chiaro del vero.

In una sala immensa, attorno a tavole imbandite d'ogni ben di Dio, si sta svolgendo un sontuoso banchetto.

Riconosco alcuni dei commensali, mio padre, una cugina che non vedo mai, qualche amico, ma diversi dei presenti mi sono completamente estranei.

Procede lenta, e sacrifica quella concentrazione di anime, la serata passata a inghiottire e masticare, ed è un sacrilegio, qualcosa di non sopportabile per quel semi-dio che io sono.

Prendo un bicchierino da liquore tra le dita, mi alzo e raggiungo il centro esatto del salone.
Non dico nulla, solo inizio ad esibirmi in mirabili giochi di prestigio con quella ceramica, che ora appare e ora svanisce tra le dita sottili e le braccia stanche.

Così riesco a catturare l'attenzione di alcuni, e questo mi da la forza di continuare, di esprimere più in grande lo strano potere di cui sono custode.

'Signori, attenzione prego' dico ai pochi che mi ascoltano, e concentrandomi inizio a lievitare per la stanza, prima per un breve tratto e poi, man mano che cresce il numero di coloro che rapisco, per la sua intera estensione.

'Ma questo', continuo con una voce via via più sicura, 'potrebbe essere un trucco di fili invisibili o altro. Io voglio invece convincervi dei miei poteri superiori', e dunque d'improvviso sparisco, smaterializzandomi sotto gli occhi di spettatori ormai stupefatti.

Torno quindi un corpo, ma non ancora soddisfatto decido di replicare la mia immagine, e non è più uno, ma dodici 'io' a popolare la stanza.

Mi tira per la manica della camicia uno sconosciuto, e mi chiede 'Ma quale di questo sei tu davvero?', e la risposta 'Tutti lo siamo', sembra sorprendere più me stesso che non lui.

Basta trucchetti.

Mi sento finalmente in grado di procedere al fine ultimo che dal principio inseguivo.
Torno 'uno', e mi rivolgo ai presenti, i veri responsabili del potere che ormai è immenso in me.

'Ora vi darò l'opportunità di evocare un defunto. Voi penserete intensamente ad una persona morta, e quella apparirà, e potrete parlarvi, toccarvi, e rivivere ciò che per voi ha significato'.

Io non avrò possibilità di chiamare a me nessuno, nè di vedere i morti che gli altri invece avranno in fronte, entro quella parte della sfera dell'uno disvelata dai sensi.

Sarò un tramite, un meccanismo, il più formidabile, questo è certo, ma nulla di più.

Cerco il mio babbo, e lo vedo emozionatissimo.

So che chiamerà suo padre, chè ricordo bene i suoi occhi di uomo duro, imperturbabile ma dolce, vicinissimi alle lacrime ognuna delle rarissime volte che ci ha raccontato della sua morte, e di quella frase straziante che sua sorella raccolse come supremo lascito del genitore morente, 'allora non farò in tempo a vederlo', chè la morte sopraggiunse prima del treno che riportava un figlio lontano a casa.

Mia cugina, proprio la figlia di quella zia, mi chiama perchè la raggiunga.

La ragazza che sta evocando, una compagna di studi morta giovane, non appare in nessun modo.

Mi concentro profondamente, ed entro in contatto con gli spettri che governano il mondo dei defunti, e dopo un attimo di confusione la voce inquietante di un custode di quell'universo infinito e oscuro mi pone di fronte ad un fatto sconcertante e terribile: la ragazza non è morta, e nell'ultima parte del sogno, facendo affidamento ad un potere che è infinito, e si alimenta dell'emozioni degli altri, vedo chiaramente la crudele messa in scena di una figlia viziata e maligna, che ha sacrificato una giovane sconosciuta, dandole fuoco che era ancora viva, dopo averla in qualche modo cammuffata, per ingannare, manipolare e poter fuggire da un'esistenza per i suoi capricci insoddisfacente.

Metto in guardia mia cugina, scossa e intenzionata a ristabilire il vero, di pericoli che percepisco in quella sorgente di crudeltà pura.

L'ultimo fotogramma è per mia zia.

Da una delle ampie finestre del salone si vede il terrazzo di casa sua.

Lei è li, e con ampi gesti della mano mi saluta.

Ed è solo in quel momento che mi ricordo, che bello rendersene conto!, che la prima volta è stata lei, e non il babbo, a parlarmi di quell'ultima frase, malinconica e affettuosa, di un padre morente che raggiunse per sempre suo figlio in una dimensione entro la quale la morte, questo mostro invadente e vorace, non ha accesso.

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