Sunday, 8 January 2012

Un complotto

Mia sorella non è una donna stupida, anzi, ma ragiona in modo sostanzialmente diverso da me.

L'approccio che seguo, è quasi sempre meccanicistico, mi deriva sicuramente dallo studio delle scienze, mentre lei, abituata da sempre ad avere a che fare con l'umano agire, è una finalista convinta, e dunque ancor prima di voler capire un argomento ne deve identificare il residuo, quale fonte di luce che illumini la bilancia dei vantaggi e delle perdite di una data azione, di un determinato argomento.

Ben conoscendo le reciproche differenze, riusciamo a volte a venir incontro l'uno all'altra: lei tentando di tradurre in generale, io focalizzandomi sul fine specifico.

Questo tuttavia richiede tempo, e soprattutto a volte, quando ad esempio si sia interpreti di un complotto criminale, non può mettersi in pratica.

...

Siamo spie, io e mio fratello.

In una valigia abbiamo nascosto i cadaveri, fatti a pezzi, di due agenti segreti infiltrati e uccisi dopo orribili torture, e nella sede della nostra ambasciata, dove li abbiamo portati per liberarcene, ci incontriamo con mia sorella e un suo amico Canadese.

Lei non sa che quel suo confidente è un nemico della nazione, ed è impossibile rispondere alle sue domande, circa quello che stiamo facedo, circa la valigia, riferendole il fine, chè il nemico è in ascolto, e comunque non potremmo condividere con lei una verità tanto squallida.

Siamo allora entrambi estremamente rudi, indisposti, odiosi, tanto che alla fine lei, scossa, arrabbiata, ferita, se ne va, lasciandoci soli con quell'invadente spia.

Non potendo fare altrimenti, lo intimidiamo tremendamente facendo ricorso alla viltà del periodo ipotetico, mettendolo cioè in allarme circa le conseguenze tragiche cui incorrerebbe uno sventurato, caso mai si mettesse contro dei feroci agenti segreti usi all'assassionio e alla tortura.

Finalmente quel maledetto se ne va, lasciandoci nauseati da noi stessi e dalla nostra professione bastarda.

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