Friday, 13 January 2012

In medio stat virtus

Che strano che sia stata una notte infastidita da un brutto mal di schiena, mi prende tra anca e costato, ed è un bruciore che solo piegandomi in avanti, stirando per quel che posso i muscoli, riesco a alleviare un poco, a donarmi sogni tanto dolci.

Ne voglio raccontare solo uno, almeno per ora.

Siamo arrivati in auto, io, i fratelli e i genitori, nel paesino di montagna dove tante estati abbiamo passato negli anni dell'infanzia e dell'adolescenza, tra compiti delle vacanze, passeggiate, le ultime dei nonni, le prime della mia nuova vita, e avventure in motocicletta.

Parcheggiamo sotto casa, e ho licenza, come sempre, di non dover portare pacchi su in casa.
Essendo gli altri rallentati da una simile incombenza, decido di impiegare il tempo che loro dedicheranno alla faccenda, per scendere in giardino.

E' notte, e una neve soffice cade, lentamente, sul grande prato dove abbiamo cercato lucertole, cavallette, bisce d'acqua, e rincorso palloni, e invocato gli spiriti.

Lungo un sentiero avanza un gruppo di persone: non ne riconosce nessuna, ma so per certo che si tratta di certi vicini di cui mia madre m'ha parlato, e dei loro collaboratori domestici, e ho un'intuizione chiarissima delle dinamiche esistenti tra di loro.

Tra queste persone, dei ragazzi: bambini italiani e filippini, figli dei padroni e dei domestici, giocano nella neve.

'Guarda la mia pelle', esclama uno dei piccoli asiatici.
'Ai raggi della Luna, è assai più chiara della tua!'.

In queste parole, io vedo il precipitare, il residuo, di certi discorsi da cucina, da stanzetta dei servi: li, lontani da tutti, cercano così un riscatto nei confronti dei razzisti, dei padroni, gli ultimi della terra, e nelle parole dei bambini tutto si traduce in un gioco.

Con un sorriso di circostanza, i genitori del ragazzino minimizzano quelle parole, che tuttavia hanno colpito la vecchia padrona, che, quasi spaventata, si guarda la pelle, e davvero la trova quasi nera, simile a quella dei negri che tanto le fanno paura, e che dopotutto odia.

Da una posizione nascosta, tutto osservo, divertito e un po' malinconico.

'Ah beh, ma 'In medio stat virtus'' dico ad alta voce, con l'ironia di chi vuole pareggiare una gaffe, e lo faccio per togliere le castagne dal fuoco ai genitore del bambino, alleggerendo il loro imbarazzo.

Hanno un effetto strepitoso sulla vecchia le mie parole: finalmente protetta da una formula, può tornare a godersi il privilegio di essere dalla parte del giusto, e a guardare con eguale disprezzo negri e asiatici.
Non manca, quella strega, di abbozzare discorsi intrisi di quel odioso buon senso da popolani, somma sbilenca di mezze verità, tenute assieme da una non logica cui molti fanno cieco, cioè illogico, affidamento.

Dentro, ne provo disgusto.

Sono convinto di aver passato solo pochi istanti in giardino, e salgo in casa, sicuro di trovare la porta chiusa, e gli altri ancora indaffarati con i pacchi e le borse della spesa.
Che sorpresa trovare invece già apparecchiato, e tutti a tavola!

Mi aspettano, e tranne mia madre, un po' scura in volto, sono tutti raggianti.
Attendono le parole, chè quel ritardo, loro lo sanno, significa che ho avuto modo di osservare qualcosa, e che di questo farò loro partecipi.

Non li faccio attendere oltre, e racconto la mia piccola avventura.

E mi ritrovo allora davveroa casa, tra persone che cosa sia il razzismo non sanno, e che odiano, amano, pensano, agiscono e sbagliano non ciecamente.

Che sensazione di pace ho provato allora.

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