Friday, 9 December 2011

Un vecchio ricordo

Ripensandoci oggi, penso che quell'incidente fu probabilmente dovuto a una disfunzione epatica.

Già da mesi ero sotto antibiotici, ed erano i più potenti e quindi tossici, le ultime risorse contro i ceppi batterici più resistenti, che sono proprio quelli che infestano gli ospedali.

La consapevolezza dell'ansia che in quei giorni gravava sui miei genitori, mi viene restituita nella sua interezza solo ora che sono a conoscenza dei limiti dei medicinali, e di concetti tecnici quali 'fattore di resistenza', 'evoluzione', 'transaminasi'.

Un banale incidente, la rottura di una venuzza nella zona delle fosse nasali, quel pomeriggio non trovò facile soluzione.

Tamponare, tenere il capo reclinato all'indietro, non era sufficiente in quella situazione di sangue scoagulato, penuria di piastrine, debilitazione generale, e sui fazzoletti erano larghe le macchie rosse, e non era solo l'infermiera, ma anche il dottore a fare avanti e indietro dalla camera, per controllare la situazione.

Si decise infine di portarmi giù in pronto soccorso.

Fin dall'aggravarsi delle mie condizioni, ero stato ospitato in una camera singola, e per la prima volta dopo tante settimane mi ritrovavo invece in mezzo a numerose persone, ed erano quasi tutte estranee all'ambiente ospedaliero.

L'attesa fu lunghissima, chè casi più gravi avevano ovviamente precedenza, e mi diede modo di pensare, o almeno di raccogliere una quantità di suggestioni.

Anche in questo caso, solo il tempo mi avrebbe permesso di tradurre certe immagini allora per me incomprensibili in altrettanti pensieri di fragilità, trasformazione, affetto.

Alla fine, mi pare di ricordare, mi venne inserito un tampone in garza, e la situazione si risolse senza eccessivi traumi.

In un attimo la mente visualizza un altro episodio simile accaduto forse vent'anni più tardi, ancora una volta in una corsia di pronto soccorso, dove ero capitato per un lievissimo incidente, e dove ritrovai davanti a me, seduti spaesati e confusi, immobili, quasi spaventati di esser giudicati perfino per mancanza d'eleganza o etichetta, una madre già ottantenne e suo figlio.

Su, nel paese di montagna dove trascorrevo da ragazzino le vacanze estive, gestivano un'attività commerciale, una cartoleria con annesso bar ristorante, ed erano noti per essere di maniere spicce, a volte maleducati.

Li, erano tremuli, e finalmente umani.

Non scambiai nemmeno un cenno di saluto con loro.

Non volevo renderli debitori, un domani, su nel villaggio dove erano a loro agio e padroni, di una cortesia.

Fu il mio modo, forse sbagliato, di esser loro vicino.

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