Friday, 23 December 2011

La geneologia del dolore

Nella mia vita, il male è entrato nella sua forma di malattia, ed era una bestia feroce, accanita contro il corpicino di un bimbo pallido e scheletrico.

Dopo le dimissioni dall'ospedale, trascorsi lunghi mesi in uno stato di sopravvivenza precaria, tra antibiotici, epatiti, bende srotolate e garze sporche.

Ogni giorno, la mattina e la sera, il babbo mi medicava le ferite che, lungo la colonna, s'erano aperte all'altezza dell'infezioni che s'erano incrostate sulle protesi.

Tutti, in famiglia, mi prestarono soccorso, ed erano anche le sorelle di mia madre a farsi carico di me, accompagnandomi magari a scuola la mattina, o assistendo, per quanto potevano, il babbo durante le medicazioni.

C'erano giorni in cui la medicazione non era semplice pulitura, ma richiedeva piccoli interventi di taglio o sutura, ed io, che ormai non riuscivo più a sopportare nemmeno la puntura di uno spillo, mi lasciavo prendere dall'angoscia, ed erano singhiozzi e lacrime infinite.

Quella mattina a fianco del lettino c'era zia Grazia.

Mi teneva la mano, mentre mordevo la federa verde e sussultavo, e le urla del dolore coprivano le indicazioni del babbo, e ...

... e lei, sorprendendomi, mi volle consolare, e mi disse che ero un bravo ometto, perchè non mi lamentavo mai.

Lamentarsi? E di cosa? E perchè?
Piangere si, sentirsi nulla di fronte alla propria paura, mille volte si, ma sfogarsi contro una causa che non vedevo, identificare un intento maligno alla base di quel che stava capitando, mai.

Per me non c'è mai stato nulla di più ovvio: non ha senso lamentarsi contro un male che non ha mandanti.

In virtù di questa geneologia del dolore, quasi mai identifico una causa non dovuta al caso nel male che vivo.
Il tradimento di Sergio, ad esempio, fu obbedienza, adeguarsi a leggi cui lui stesso soggiacque, e fu solo il caso che distribuì ruoli e presenze a condannarmi, e non esisterono responsabilità e scelte.

Forse sbagliai, e non riconobbi il peso specifico e personale di viltà o insicurezze umane, ma così io vedevo il mondo.

Così è ancora oggi.

Quando allora capita, semplicemente, cambio sipario.

L'ho sempre fatto.

L'istante del tradimento, è essere invasi da calore infinito che tutto fonde, mentre siamo percossi da onde che ogni cosa polverizzano e smuovono.
E' lava che travolge e trascina, e la sopravvivenza è il gelo che segue, e che fissa e solidifica le cose in una forma fin a quel momento sconosciuta, e da li in poi permanente.

Il gelo è calato un giorno di giugno, nella noia di un pomeriggio di lavoro, in attesa di una serata da trascorrere in due o da soli.

Ha catturato un istante, ne ha fatto eternità.

4 comments:

  1. Splendido!
    Come splendido è il tutto il blog con una selezione di arte pura in sottofondo.
    Pregevole il Joe Pass che conosciamo solo io e te (io lo studio e lo imito alla chiatarra).
    Un abbraccio.

    ReplyDelete
  2. Ti abbraccio amica mia :-)

    ReplyDelete
  3. Grazie di cuore Gianni.
    Io ho provato per anni ad imitare Joe, ma infine ho riposto la chitarra nel suo astuccio.
    Grazie di nuovo, davvero.

    ReplyDelete