Monday, 19 December 2011

La brutalità dell'amore

La chiamo per nome, la brutalità dell'amore.

E nulla, mai, mi smuoverà dalla convinzione che di questo sentimento sia parte pura come le vertigini dell'innamoramento o le pene del rifiuto.

...

E' giunto il tempo di raccontare cosa davvero ci sia dietro questo mio diario e le centinaia di messaggi che lo compongono. Pezze, lacci, rattoppi e smagliature fanno parte di un unico tessuto, e sono traduzione proprio della brutalità dell'amore.

Devo riuscire di nuovo ad osservare dall'esterno l'istante che, quasi tre anni fa, mi ha portato sull'orlo del mio passato, per farmi scivolare, dolcemente, in quell' 'al di la' che è stato il recente passato.

Lo conosco benissimo, l'amore, anche se solo per calco negativo.

E ai miei colori spenti di piume di corvo, l'immagino come il ruvido appassire di una tempera, associo sulla superficie viva del sentimento la brillantezza del rosa di un fiore o l'oro di un campo di grano.

In un primo istante ero convinto che fosse la deformità, l'apparenza di vettore di male ed incertezza, a tenermi lontano dal cuore delle donne.

Oggi, ed è tremendo, so bene che non è così.

Di questo, e di molto altro, parlavo con Sergio.
O Luca, o Piero, non ricordo come l'ho chiamato, a volte, in questo libricino sgualcito.

Eravamo davvero diversi, anzi, per certi versi opposti, ma in quel modo bizzarro tale per cui ci ritrovavamo attratti l'uno dall'altro.

Nessun altro uomo ho mai sentito a me così affine, ed era il dolore su tutto ad unirci.
Abbiamo passato mesi, come cani randagi, ad inseguire Daria o Giulia.

Mesi terribili di confronto misto a conforto ed amarezza.

Lo superavo enormemente nel dolore, per esperienza ed educazione.
Avrei finito per pagare le conseguenze forse logiche ed inevitabili di tale difformità, per finire convinto della dystopia e della necessità della solitudine.

Mentre torno al mio passato, sento i brividi del presente.
Ed è ancora vivo l'eco di quel giorno di giugno in cui tutto finì ed iniziò.

Sorrido pensando che dopotutto, per semina e raccolto oserei dire, è proprio nel male che esprimo il meglio di me stesso.
E' una vendemmia che non conosce lo splendore dell'estati, ma consola avvinizzarsi fino allo stordimento quando è fredda la terra e pallido il cielo ha già detto addio al carro del sole.

Torneranno i giorni bui in ufficio, e le passeggiate senza sguardi del pomeriggio.
Trionferanno le serate immobili e le notti insonni.

E dentro di me sentirò quel che è rimasto, ancora una volta per ultimo, fino alla fine.

Lo stupido cuore.

Continua ...

PS: chiedo scusa per l'immagine orribile, ma quando sono un po' giù di corda, nulla mi giova quanto l'evidenza di essere magnifico.

2 comments:

  1. Si, lo sei!
    E sono certissima che, per fortuna, chi ti ama non fa che ripetertelo... :D
    e a sua volta è per questo magnifica!
    Ciao amico mio!

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