Monday, 19 December 2011

Cronaca

Di indizi non ne mancarono, e molti erano davvero evidenti.

Condivisi con Sergio le mie pene, e quando scoprii che ne aveva parlato con Carlo, un amico per lui, quasi uno sconosciuto per me, avrei dovuto capire che stavo seguendo una via scivolosa, verso una destinazione di smarrimento.

A quei tempi ci ritrovavamo ogni tanto in città: il lavoro aveva portato anche Giulia a lavorare all'Università, e le sere passate assieme, dense di segnali non di crudeltà, ma di diverso intendere il dolore, semplicemente ignorai follemente.

Dissi a Sergio che ero rimasto un po' scosso da un abbraccio quasi indagatore di Carlo, non tanto perchè tra di noi non ci fosse intimità, ma piuttosto perchè m'era sembrato alla ricerca di quella deformità mostruosa che avevo confessato a Sergio, e che scoprivo invece trasmessa senza filtro ad un estraneo.

M'avrebbe dovuto davvero convincere del mio terribile errore di valutazione il fatto che, una volta spiegato lui il disagio che avevo provato, egli se la prese con il suo amico, e non con sè stesso.

Ma si precipita tanto più soavemente in due, che lasciai correre.

Per me, che non mi ero mai lamentato di nulla con nessuno, non della malattia che aveva divorato l'infanzia, non del dolore, severo sbirro di ogni giorno, non della mancanza dell'amore, il male che più di tutti ha fatto brandelli dell'anima, era un'attrazione vorticosa la condivisione.
E arrivavo ad accettare in virtù della sua inesperienza gli eccessi e gli attimi di collera: di quel carattere orribile, di quell'anima sostanzialmente debole ed insicura facevo uno sfondo lontano, sul quale proiettare, dopotutto, il mio futuro di misero.

L'esistenza in seno all'umanità di un debole, convince un agonizzante che essere accettati nonostante le proprie mancanze, in fondo, non sia impossibile.

Ho chiamato questo messaggio 'cronaca', ma ho scritto ben poco.
Non ho che elencato sommariamente luoghi ed istanti.
Ancora oggi, nonostante siano passati anni, ed abbia costruito una vita tra me e quei giorni, non mi libero del senso astratto di quel dolore.
Il motivo, è semplice.

E' una costante.

L'attitudine teorica, la tendenza a perdersi in astrazioni leggere che possano ospitare con agio la pesantezza del reale ... non mi abbandonò.

Vedevo linee parallele e semplici di un mondo, trasformarsi in curve di massima distanza su geometrie non euclidee, e dimostrazioni avvilenti di principi d'azione.

L'algebra mi ringhiava contro nel concetto di nucleo di un operatore, e nel senso, tragico, dell'infinito ridotto a zero.

Mai come allora mi apparivano fraintese, da me stesso, le più elementari regole di non commotazione, e la regione di convergenza era un contorno sottile, che escludeva alcuni, e confortava altri.

La cronaca ...

La cronaca aveva i ritmi di serata passate a camminare stancamente in città, di piadine al crudo di Parma a fare da surrogato a cene inghiottite malavoglia, con lo stomaco chiuso. La consolazione, la davano le lattine di birra e le sigarette rollate con cura davanti a una tazzina di caffè, e nè l'una nè l'altra erano di mio interesse.

Non mi sentivo tuttavia del tutto solo, e anche se il rifiuto di Daria, un due di picche che riassumeva in una formula tipica, restiamo amici, una distanza invece siderale che lei avrebbe allargato a dismisura, mi uccideva dentro ogni giorno, per una volta osservavo da un punto di vista diverso me stesso, vedendomi, almeno parzialmente, in Sergio.

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